giovedì 30 ottobre 2008

Il Cpa di Elmas. Come violare i diritti umani in nome dell’accoglienza e della solidarietà.

di Roberto Loddo
da Liberatzione Sarda

L’impressione che si ha passando accanto all’ex caserma degli avieri nella base dell’aeronautica militare di Elmas, è quella di una galera per migranti. Le ringhiere alte tre metri, le sbarre alle finestre, le telecamere di video sorveglianza ai cancelli circondati da militari, non rappresentano un immagine di accoglienza. L’ospitalità offerta dal Cpa, per i cittadini stranieri sprovvisti di regolare titolo di soggiorno, si è tradotta con quattro casi di tubercolosi che aprono la strada ad un rischioso pericolo di malattie infettive, una rivolta degli stessi migranti e continue proteste dei sindacati di polizia Coisp e Siulp, che denunciano costanti violazioni delle norme sulla sicurezza.

Il Cpa di Elmas è stato inaugurato in assenza di trasparenza. Dovrebbe essere funzionale al primo soccorso e a un'accoglienza limitata al tempo necessario per l'identificazione dei migranti sbarcati e il successivo trasferimento nei Cara (Centri di accoglienza per richiedenti asilo) o nei Cie (Centri di identificazione e espulsione). Ad oggi, non si conosce la sua reale natura organizzativa, riguardante sopratutto il rispetto gli standard richiesti e previsti negli ordinari Cpa. A detta dei sindacati, il Cpa, è un ambiente fatiscente e privo delle più elementari norme igieniche, di conseguenza, ne dovremmo dedurre che anche le condizioni di vivibilità della struttura da parte dei migranti siano precarie e difficili.

Che si tratti di Cpt o di Cpa, la detenzione dei migranti in Italia è un costante teatro di trattamenti inumani. L'avvocato Gianluca Vitale ha definito queste strutture detentive come “non-luoghi”, dove i diritti e le regole cessano di esistere e gli internati sono alla mercé di torture fisiche e psichiche, privati della libertà personale e sottoposti a un regime coercitivo che impedisce loro di ricevere visite e beneficiare di un’adeguata difesa legale. Un opinione condivisa anche da diverse organizzazioni non governative, agenzie internazionali, delegazioni parlamentari e giornalisti in occasione della loro visita in queste strutture.

Dai dati degli ultimi venti anni tratti dagli annuali dossier statistici della Caritas, basati sulle fonti del Ministero degli Interni, il nostro sistema di contrasto all’immigrazione clandestina ha “individuato” ogni anno meno di un quarto dei migranti irregolari presenti in Italia, e ne ha allontanati circa il 15%. In pratica, dall’analisi di questi dati fatta da Sergio Bontempelli del dipartimento immigrazione del Prc, si è cercato di svuotare l’oceano con un cucchiaino. L’espulsione è uno strumento rigido, costoso e spesso inapplicabile, quanto la stessa detenzione dei migranti. I Cpt costano infatti circa 30 milioni di euro l’anno, che sommati ai 30 milioni della gestione, e ad altri 30 milioni della sorveglianza esterna, che dipende dal ministero dell’Interno, arriviamo a spendere 90 milioni l’anno. Da considerare, inoltre, che nel periodo successivo al varo della legge Bossi-Fini, il governo italiano ha investito, nel contrasto all’immigrazione clandestina, circa l’80% delle risorse pubbliche destinate alle politiche migratorie.

Una proposta politica di accoglienza concreta e umana per i migranti è stata elaborata dal Il gruppo Gue/Ngl del parlamento europeo. Una proposta che chiede all’Unione Europea di ripensare interamente la propria politica di immigrazione, partendo dal rispetto della dignità dei migranti. Il gruppo, in linea con campagna europea per la chiusura dei Cpt, ritiene che le procedure di identificazione dovrebbero durare solo pochi giorni e non dovrebbero essere effettuate negli stessi Cpt. Ogni Stato membro dovrebbe attuare la legislazione nazionale in materia di asilo in conformità alle convenzioni internazionali e nel rispetto degli standard in materia di diritti umani. L’apertura di nuovi canali per l’immigrazione legale dovrebbe attuarsi con l’istituzione di un permesso di soggiorno-lavoro, che limiterebbe il fenomeno dell’immigrazione illegale, poiché è nell’interesse del migrante essere identificato dalle autorità per ottenere un permesso di lavoro.

Finché gli immigrati saranno considerati “illegali”, sarà impossibile instaurare le condizioni per una reale integrazione sociale, poiché la vera accoglienza passa attraverso il riconoscimento dei diritti sociali e civili dei migranti. Finché i governi saranno trascinati dalla cultura razzista e xenofoba dei provvedimenti punitivi nei confronti dei naturali fenomeni migratori, e dagli istinti più violenti e barbari della società, la gabbia per migranti di Elmas continuerà ad esistere, e noi, non potremmo mai definirci un paese civile.

martedì 28 ottobre 2008

Nuoro: mancato ricovero detenuto cardiopatico, rischia morte


Adnkronos, 28 ottobre 2008

"Un pericolo di vita che poteva essere evitato se l’uomo, le cui condizioni di salute si erano aggravate al punto che il cardiologo aveva sconsigliato la permanenza in carcere, fosse stato ricoverato come aveva più volte richiesto non ottenendo risposte dalla Direzione sanitaria". "Ha rischiato di morire Osvaldo Contu, un detenuto cardiopatico, ristretto a Nuoro nel carcere di Baddu e Carros, che è stato ricoverato d’urgenza nell’Ospedale San Francesco per un infarto. A salvarlo sono stati gli Agenti di Polizia Penitenziaria allertati dai compagni di cella. Un pericolo di vita che poteva essere evitato se l’uomo, le cui condizioni di salute si erano aggravate al punto che il cardiologo aveva sconsigliato la permanenza in carcere, fosse stato ricoverato come aveva più volte richiesto non ottenendo risposte dalla Direzione sanitaria". Lo sostiene il consigliere regionale socialista Maria Grazia Caligaris, componente della Commissione "Diritti Civili", facendo osservare che "non è la prima volta, purtroppo, che i detenuti di Bad’e Carros sollecitano il ricovero per gravi patologie e non lo ottengono in quanto le loro condizioni, nonostante la gravità, vengono considerate compatibili con la permanenza nell’infermeria dell’istituto di pena. Da chi ha la responsabilità sanitaria dell’Istituto". "Osvaldo Contu, cinquantenne, superata la fase acuta della crisi cardiaca, è attualmente ricoverato in un’apposita stanza-cella dell’ospedale San Francesco piantonato da due Agenti della Polizia Penitenziaria. È indispensabile che non si arrivi a situazioni di emergenza prima di disporre il ricovero nella struttura ospedaliera di persone che si trovano in carcere per scontare la pena in attesa di essere reinseriti, come prevede la Costituzione, nella società. Per questo - conclude Caligaris - esiste anche una norma di legge che, inattuata da 15 anni, prevede l’istituzione di un mini-reparto per detenuti negli ospedale dove hanno sede le Case Circondariali".


(nell'immagine) Fulvia Pizzo "Astratto"

Cagliari: appello per detenuto di 260 kg, affetto da elefantiasi


Ansa, 28 ottobre 2008


Trasferito a Cagliari dal carcere di Secondigliano circa tre mesi fa, un detenuto avellinese di 40 anni affetto da elefantiasi è stato sistemato in una cella del piano terra del centro clinico ma le sue condizioni peggiorano. Lo denuncia la consigliera regionale socialista Maria Grazia Caligaris, componente della commissione Diritti civili, sottolineando che "né l’istituto penitenziario cagliaritano per il tipo di struttura, il numero di detenuti e l’insufficienza degli agenti, né il centro clinico sono in grado di assicurare cure adeguate a una persona che pesa 260 chili e deve fare i conti anche con il diabete e le ricorrenti apnee notturne". "Il Gip campano - aggiunge l’esponente socialista - ha ritenuto infondate le osservazioni dei medici di Buoncammino circa l’inadeguatezza dell’istituto confermando la permanenza a Cagliari del detenuto in regime di alta sicurezza. Di qui l’appello affinché la magistratura metta mano ad un dispositivo alternativo per evitare che la situazione possa degenerare creando - avverte Caligaris condizioni di pericolo per la vita del malato".


(nell'immagine) Fulvia Pizzo "Astratto"

lunedì 27 ottobre 2008

le misure del "Ministro della Paura"?… non ci sono


di Stefano Anastasia

Fuoriluogo, 27 ottobre 2008


Il 15 ottobre scorso si è svolta l’annuale cerimonia della polizia penitenziaria. È stata l’occasione, per il nuovo Ministro e per il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, di scoprire un po’ le carte e di farci intendere cosa vogliano fare delle carceri e dell’intero sistema dell’esecuzione penale. In estrema sintesi: nulla. Buon ultimo, anche il ministro Alfano non ha potuto che recitare la consueta litania sul sovraffollamento penitenziario: più di 57.000 detenuti per poco più di 43.000 posti regolamentari (un consiglio: non parli più, Signor Ministro, della capienza tollerabile; la tolleranza oltre la norma - il Suo governo ci ripete a ogni piè sospinto - è illegale: al di là dell’incoerenza, non è un bell’esempio per i detenuti che volete rieducare e prima o poi qualche Asl vi obbligherà a chiudere). Le cause sono individuate nell’aumento della criminalità degli stranieri e negli arresti di pochi giorni.


Le proposte sono quelle note: edilizia, espulsioni degli stranieri, braccialetto elettronico per i meno pericolosi. Cioè, nulla. Per dare un’adeguata sistemazione ai detenuti ci vorrebbero già oggi 15.000 posti in più. Se il ritmo di crescita della popolazione detenuta è quello che denuncia il Ministro, tra un anno se ne dovrebbero aggiungere almeno altri diecimila e via costruendo. Vi sembra una soluzione realistica? In questo Paese, in cui l’anno scorso è stato inaugurato l’Istituto di Gela, progettato nel 1959? Non parliamo poi delle espulsioni e del braccialetto elettronico, misure già previste e che hanno un grado di effettività pari a zero. Nulla. Forse qualche domanda in più sulle cause del sovraffollamento può servire, a meno che non ci si accontenti della spiegazione del nuovo capo del Dap (se tutte queste persone vengono incarcerate "è perché la macchina della sicurezza si è mossa bene").


Il ministro, che ci ha provato, parla dell’aumento della criminalità degli stranieri (quale? rispetto a quando?) e dell’effetto porta girevole, secondo cui 24.000 dei 94.000 entrati in carcere nel 2007 ne sono usciti entro il terzo giorno. Il problema è che questi - pur discutibili - dati empirici nulla gli suggeriscono. Non che gli venga in mente che se c’è una sovra-rappresentazione degli immigrati in carcere qualche problema ci sarà pure con la legge che li costringe nella illegalità; non che gli venga in mente che se 24.000 persone entrano ed escono dal carcere in tre giorni, forse potevano pure non entrarci. Le leggi, la criminalizzazione dei migranti, dei tossicodipendenti, della marginalità sociale, deve evidentemente sembrare al ministro una catastrofe naturale, non la conseguenza di scelte politiche, come quelle da lui stesso sottoscritte per l’introduzione del reato e dell’aggravante di immigrazione clandestina, o per la criminalizzazione della prostituzione.


Il governo del carcere, prima che in carcere, si fa nelle scelte di politica sociale e di politica criminale. Se questo vuole essere il governo del ministro della Paura, icasticamente rappresentato dalla maschera di Antonio Albanese nella nuova serie di "Che tempo che fa", il ministro Alfano metta da parte i buoni sentimenti, lasci perdere i rimedi scaramantici e si appresti a rispondere agli organismi internazionali per i diritti umani: non gli mancherà il lavoro.

Sassari: detenuto belga ha il cancro, chiede di tornare in patria


La Nuova Sardegna, 27 ottobre 2008

All’inizio di ottobre gli è stato diagnosticato un cancro al pancreas: una delle forme di tumore più aggressive e difficili da curare. Lui vorrebbe tornare nel suo paese, in Belgio, per essere seguito da medici di cui si fida e per avere vicini i suoi parenti. Per una persona normale, questo elementare diritto alla salute può essere garantito senza alcun problema. Per chi si trova in carcere, come Jacques De Decker, 62 anni, da due a San Sebastiano, in attesa di giudizio per droga, poter fare le valigie e tornare a casa è molto più complicato.


Il problema è che più tardi inizierà la terapia, meno speranze avrà di guarire. Jacques De Decker, di padre belga e di madre congolese, dal maggio del 2006 è in custodia cautelare in carcere perché accusato di traffico di droga, nell’ambito dell’inchiesta "Uova d’oro" della guardia di finanza. Il caso è approdato da tempo in tribunale e circa quattro volte al mese, in corte d’assise, si svolgono udienze davanti al collegio. All’inizio di settembre, il detenuto aveva iniziato ad accusare dolori nella zona del fegato.


Per questo, si era rivolto al medico del carcere, che aveva disposto una serie di accertamenti. Inizialmente, infatti, si era pensato alla presenza di calcoli biliari, ma durante i controlli, che si sono conclusi alla fine di settembre, è venuta fuori l’amara verità: i medici hanno diagnosticato al cittadino belga un cancro al pancreas. La gravità di questo tipo di tumore è anche dovuta al fatto che solitamente ha un decorso molto aggressivo e la presenza di sintomi è indice di malattia in fase già avanzata. Nell’udienza successiva alla diagnosi, all’inizio di ottobre, De Decker aveva chiesto al collegio giudicante di poter tornare in Belgio per essere curato.


Alla proposta di andare a Verona, lui si era opposto dicendo di voler essere curato da medici di cui si fida. In Belgio, inoltre, vivono i suoi familiari. Il collegio si era così riservato di decidere. Nell’udienza successiva, il 16 ottobre, il detenuto si era di nuovo rivolto ai giudici, per chiedere cosa avessero deciso. E il collegio aveva rinviato ancora la decisione. Il 23 ottobre, sempre in tribunale, gli avvocati di De Decker, Elias Vacca e Giuseppe Onorato, hanno richiesto al collegio di consentire al loro assistito di partire per il Belgio, per farsi curare e di dare il permesso anche alla moglie, anche lei detenuta a San Sebastiano per lo stesso caso (lei si è sempre dichiarata innocente). Venerdì scorso il collegio ha rigettato la richiesta e ha disposto una verifica da parte di un altro medico. Domani dovrebbe essere dato l’incarico a un perito. La diagnosi di tumore non è stata fatta da un medico di parte, ma da quello del carcere. "La detenzione di Jacques De Decker non è la conseguenza di una condanna, ma è una misura cautelare.


Nelle sue condizioni di salute - hanno detto i legali durante l’udienza -, non ci sarebbe il rischio di fuga e comunque De Decker resterebbe nel territorio dell’Unione Europea. Sempre per via delle sue condizioni, non ci sarebbe il rischio di reiterazione del reato, né di inquinamento delle prove". La speranza, per il detenuto, è che il medico incaricato dal collegio presenti al più presto la perizia. Ogni giorno di ritardo nel dare il via alla terapia, rischia di tradursi in giorni di vita in meno per Jacques De Decker.

giovedì 23 ottobre 2008

Nuoro: iniziato il processo per le violenze nel carcere di Mamone

di Simonetta Selloni
La Nuova Sardegna, 23 ottobre 2008

Un piccolo colpo di scena ha caratterizzato la prima udienza al processo nei confronti di otto agenti penitenziari del carcere di Mamone imputati di minacce, violenza privata, e per uno, detenzione illegale di munizioni. Il tribunale di Nuoro ha infatti escluso i testimoni dell’accusa perché il pm, nella sua lista, non ha indicato su quali circostanze avrebbero dovuto deporre. Il dibattimento si è aperto ieri davanti al tribunale in composizione collegiale (presidente Morra, giudici De Angelis e Palmas). La vicenda, che risale al 2002, aveva destato molto scalpore per le accuse rivolte agli imputati, ai confini con l’intolleranza religiosa: alcuni detenuti musulmani (di nazionalità marocchina e tunisina) sarebbero stati costretti a baciare la statua della Madonna e a omaggiare la bandiera italiana.


Dal dibattimento sono usciti invece due degli imputati iniziali, che però erano accusati di peculato per i furti della merce prodotta all’interno della casa di reclusione all’aperto. Uno ha patteggiato undici mesi, mentre un altro agente è stato condannato con rito abbreviato a un anno e otto mesi. Gli otto "superstiti" hanno sempre respinto in blocco le accuse e, attraverso i loro legali, hanno chiesto il vaglio processuale per fare chiarezza sulla storia. Si tratta di Bachisio Pira, Efisio Torazzi, Antonio Sanna, Salvatore Pala, Piero Sulas, Marco Pitzalis, Giovanni Mazzone e Natalino Ghisu. Ma ieri, all’apertura del dibattimento, l’avvocato Ramazzotti, (gli altri legali sono Gianluigi Mastio, Concetta Sirca, Lorenzo Soro e Simonetta Pinna) ha chiesto l’inammissibilità della lista dei testimoni prodotta dal pubblico ministero, per la mancanza di indicazioni delle circostanze sulle quali avrebbero i testimoni avrebbero dovuto deporre.


Il tribunale ha deciso di accogliere l’eccezione, e ha quindi estromesso dal processo i testimoni dell’accusa, compresi i due agenti citati per l’udienza di ieri. Subito dopo, la difesa ha annunciato la volontà di rinunciare ai suoi testimoni, richiesta sulla quale il pm si è riservato di interloquire alla prossima udienza. Che è stata già fissata per il due dicembre. È comunque quasi scontato che i testimoni "perduti" verranno reintrodotti dal tribunale utilizzando l’articolo 507 del codice di procedura penale, che consente l’ammissione di nuove prove da parte del giudici che ne ravvisi l’assoluta necessità per stabilire la verità dei fatti. Diversamente, l’andamento del dibattimento sembrerebbe quasi a senso unico, con accuse pesanti da una parte, ma senza testimoni dall’altra. A denunciare gli episodi di intolleranza e fanatismo religiosi, ma anche lesioni per presunte violenze, erano stati i detenuti, una volta lasciato il carcere. Avevano aperto uno squarcio su una realtà, che, se accertata processualmente, sarebbe terribile. Altro che finalità rieducative della pena, altro che integrazione. Si prosegue il 2 dicembre.

lunedì 20 ottobre 2008

Nuoro: c’è un nuovo direttore, la soddisfazione dei Sindacati


L’Unione Sarda, 20 ottobre 2008


Dopo oltre un anno di permanenza a Nuoro, con la formula della missione, questa mattina, Patrizia Incollu è stata nominata nuovo direttore dell’istituto penitenziario di Badu e Carros. Massima soddisfazione è stata espressa dai sindacati che hanno dichiarato: "Speriamo che sia la definitiva soluzione al problema dell’instabilità dell’istituto penitenziario barbaricino" La nuova Direttrice nel luglio 2007 aveva sostituito Paolo Sanna, inviato dal Ministero a dirigere il carcere di Voghera.


"Auspichiamo che ora si possa cominciare a risolvere gli annosi problemi di Badu e Carros, ha sottolineato la Cisl, cominciare da quello degli organici. Mancano almeno 60 unità di Polizia penitenziaria e tale carenza ultimamente sta diventando insostenibile. I vuoti negli organici del personale civile, con gli educatori in testa (due soli educatori per oltre 300 detenuti) sono insopportabili". Il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria ha scelto anche il nuovo direttore del carcere di Sassari, diretto sinora da Incollu: il nuovo dirigente di San Sebastiano sarà Elisa Milanesi, da anni vice a Cagliari.

domenica 19 ottobre 2008

"Allarme carceri. Alfano è un ministro senza soluzioni"


di Riccardo Arena
da Radio Carcere

Roma 14 ottobre 2008. Ore 13.13. Il Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, è dinanzi alla commissione giustizia della Camera per relazionare sulla condizione delle carceri.

“Questa notte hanno dormito nelle carceri italiane 57.187 detenuti.” Afferma il Ministro. Un’affermazione importante. E’ la misura del sovraffollamento. Infatti, la capienza regolamentare delle nostre carceri è di 43.262 posti. Il che vuol dire che oggi ci sono circa 14 mila detenuti in più.
Anzi no! Il numero del sovraffollamento è ancora maggiore. E già perché il Ministro, con onestà, subito precisa: “La capienza regolamentare di 43 mila posti è solo virtuale. Nella realtà, per ragioni strutturali o per mancanza di personale, possiamo contare solo su 37.742 posti.” Una seconda affermazione del Ministro Alfano che contraddice quanto ha sempre affermato Roberto Castelli mentre era Guardasigilli. Un’affermazione che ci consegna una realtà più drammatica rispetto a quella che ci immaginiamo. La realtà è: nelle carceri ci sono 20 mila detenuti in più. E non 14 mila. Una differenza non da poco.

La relazione del Ministro prosegue fotografando in modo preciso la realtà delle italiche prigioni. Prigioni non solo sovraffollate ma anche vecchie. Secondo il Ministro, infatti, il 50% delle carceri devono essere chiuse perché vetuste. Infatti tra queste il 20% è stato realizzato tra il 1200 e il 1500. Mentre il restante 30% risale all’800. Poi, il Ministro snocciola i dati sui detenuti. La ragione della loro detenzione. La nazionalità. “Su 57.187 detenuti solo 24.285 sono condannati, mentre gli altri sono in attesa di giudizio.” Tradotto: le nostre carceri sono sì sovraffollate, ma da presunti non colpevoli! Ed ancora. “Su 57.187 detenuti, 21.366 sono stranieri. Ovvero il 38%” Come dire che le carceri sono sì sovraffollate, ma non da italiani!

A questo proposito il Ministro spiega che ciò che non funziona è il meccanismo dell’espulsione dello straniero. Espulsione prevista nella legge Bossi-Fini.Non a caso, precisa Alfano, nel 2007 le espulsioni sono state solo 282. Mentre, fino al giugno del 2008, appena 150. Ma non è tutto. Secondo il Guardasigilli, c’è un enorme via vai di detenuti che resta in carcere per pochi giorni e poi esce. Un flusso impressionante, una marea umana di 170 mila persone all’anno. Punto. Si, punto. Perché finisce qui la parte della relazione del Ministro sul dato reale delle carceri. Sulla loro attuale condizione.

Si passa alle soluzioni. Poche e poco convincenti. Il Ministro dice che è meglio ampliare le carcere esistenti che costruirne di nuove. Uno spunto interessante ed anche più economico. Infatti creare in un carcere 200 posti nuovi costa circa 10 milioni di euro, mentre costruirne uno di sana pianta costa circa 50 milioni. Peccato che il Ministro appaia legato alla vecchia logica del cemento e non sembra aver verificato la validità di nuove tecniche di costruzione. Ovvero di quelle strutture prefabbricate, brevettate negli Usa ma disponibili anche in Italia, che costano meno e hanno dei tempi di realizzazione minori. Nuove tecnologie che consentirebbero di costruire un padiglione da 200 posti in un anno, e non in tre, al costo di 6 milioni di eruo.

Ed ancora. Il Ministro lamenta la mancanza di soldi per la realizzazione di nuove carceri. E’ possibile. Peccato che il Ministro non abbia però predisposto un progetto per reperire le risorse che già oggi sarebbero disponibili. Come le ingenti risorse finanziarie ricavabili dalla vendita delle vecchie carceri che, situate nei centri storici delle nostre città, hanno un notevole valore sul mercato immobiliare. Peccato che il Ministro non abbia reso concreta l’idea, a suo tempo scritta su questa pagina dall’attuale Ministro della Difesa Ignazio La Russa, di utilizzare le caserme disabitate per detenere chi è in misura cautelare e non è pericoloso.

Poi il Ministro si sofferma su quei 170 mila detenuti che subiscono ogni anno detenzioni brevi. Per risolvere il problema suggerisce di detenere nelle camere di sicurezza della polizia giudiziaria e non in carcere chi è sottoposto a fermo. Inoltre afferma che sarebbe il caso di non portare l’arrestato dinanzi al giudice per la convalida, se non in casi eccezionali. Ora, a parte che sarebbe utile capire dove la polizia giudiziaria possa mettere nelle proprie strutture 170 mila detenuti all’anno, sembra che il Ministro dimentichi qualcosa. Ovvero il principio sacrosanto previsto dalla legge per cui l’essere presente dinanzi al giudice è un diritto dell’arrestato. Un diritto a cui solo lui può giustamente rinunciare.

Infine, il Ministro ha parlato dei bambini detenuti. Della necessita di imitare l’esperienza di Milano, l’unica in Italia dove 12 bambini e le loro mamme sono stati fatti uscire dal carcere e portati in un appartamento “protetto”. Peccato che in tutta Italia sono una sessantina questi bambini detenuti. Un numero talmente ridotto da rendere immediatamente realizzato, e non solo annunciato, il felice precedente di Milano. Fine delle soluzioni indicate dal Ministro. Parole, parole, parole. Non un progetto concreto. Non una prospettiva utile e innovativa.

domenica 12 ottobre 2008

Lettere da Sassari: qui sette detenuti stanno in una cella di sei mq


Radiocarcere.com, 11ottobre 2008


Un anno ho trascorso nel carcere San Sebastiano di Sassari, e non posso certo dimenticarlo. Un anno passato dentro una cella grande 6 metri quadri. Un piccolo spazio, che dividevo con altri 7 detenuti. Indimenticabile, il cesso di quella cella. Nient’altro che un buco maleodorante nel pavimento. Un buco nascosto da un muretto alto 40 centimetri. Indimenticabile, l’umidità che usciva da quei muri vecchi di 200 anni. Un’umidità che ci spezzava le ossa. Indimenticabile, la puzza del carcere di Sassari. Una puzza di corpi trascurati o feriti, di cibo andato a male e di muffa. Indimenticabile, l’insonnia di notte nel carcere di Sassari.


Era difficile cercare di dormire su quelle vecchie brande arrugginite. Brande che al posto del materasso avevano una sottile gomma piuma. Era difficile dormire senza essere svegliati dalle urla dei detenuti. Urla di chi chiedeva, inutilmente, una medicina. O di chi chiedeva solo aiuto. Indimenticabili, le ore trascorse in quella cella. 22 ore al giorno, ovvero 8.030 ore in un anno. Lavoro e rieducazione sono parole senza senso nel carcere di Sassari. Non a caso, la porta della nostra cella si apriva solo per andare all’ora d’aria. Una volta la mattina e una il pomeriggio. Un anno così non si dimentica. Io, che da poco sono uscito dal carcere di Sassari, ho ancora gli incubi. Ricordo l’oscurità. Perché in quella cella non riuscivamo a distinguere il giorno dalla lotte. Tanto era poca la luce che entrava dalla finestra. Ricordo l’aria irrespirabile. Non solo per quella specie di bagno messo in bella vista, ma anche per la mancanza di un minimo di ricambio d’aria.


Ricordo i topi, gli scarafaggi e le formiche che invadevano quel nostro piccolo spazio. Ma non solo. Noi, 8 detenuti in una cella di soli 6 metri quadri, vivevamo ammucchiati. E dovevamo fare i turni per qualsiasi cosa. Per fumare una sigaretta, per andare in bagno e anche per muoverci. Così, per esempio, se tre di noi dovevano stare in piedi, gli altri cinque erano costretti a restare sulle brande.

Già 8 detenuti. 8 persone con storie e problemi diversi. Ora che ci penso, infondo, ero io tra loro il più fortunato. Uno era malato e stava sempre sdraiato. Lo vedevo soffrire, senza che lo curassero. Si chiamava Marco, è morto qualche mese fa. Un altro aveva problemi di mente. All’improvviso si metteva a urlare con la bava alla bocca o picchiava la testa contro le sbarre. Il suo volto era pieno di ferite, molte ancora aperte.


Altri erano tossicodipendenti, che avevano sostituito l’eroina con i tranquillanti che ti danno in carcere. Uno era extracomunitario. Voleva tornare a casa sua e per protesta spesso prendeva una lametta e si tagliava le braccia o la pancia. Vederlo sanguinare era terribile. Nel carcere di Sassari non c’è nulla che rispetti la dignità del detenuto. Neanche il cibo, che ci arrivava freddo e pieno di insetti dentro. Vedi, all’inizio non lo mangi, ma… ma dopo un po’ che stai lì, mangi anche quel cibo. Come non fai più caso al compagno che sanguina, a quello che urla o ai topi che ti girano intorno. Dopo un po’ nel carcere si Sassari, ti rimane talmente poco, che è facile attaccarsi una corda al collo.


Marcello, 46 anni

venerdì 10 ottobre 2008

Cagliari: Antonino Loddo, detenuto paralizzato nel carcere di Buoncammino, ottiene finalmente gli arresti in una struttura sanitaria



Ha ottenuto gli arresti domiciliari in una struttura sanitaria Antonino Loddo, il detenuto affetto dalla malattia di Charcot-Marie-Tooth in uno stadio avanzato e irreversibile recluso prima nel centro clinico di Rebibbia e successivamente in quello di Buoncammino. "Finalmente, anche con la vicinanza dei familiari, potrà essere assistito adeguatamente in un ambiente idoneo a un malato gravissimo ormai paralizzato", commenta la consigliera regionale socialista Maria Grazia Caligaris, componente della commissione Diritti Civili, esprimendo soddisfazione per la decisione assunta dal Tribunale del riesame, presieduto da Claudio Gatti.


I giudici hanno accolto la nuova istanza presentata dal difensore di Loddo, Fernando Vignes, contro l’ordinanza della Corte d’Appello che 15 giorni fa aveva sancito l’idoneità del carcere di Buoncammino ad accogliere il detenuto nonostante i medici del centro clinico avessero suggerito il ricovero in una struttura esterna specializzata.


(nell'immagine) Joan Miró "Sole Rosso"

martedì 7 ottobre 2008

Sassari: il carcere di "San Sebastiano" è una vergogna negata!


di Guido Melis (Deputato del Partito democratico)
La Nuova Sardegna, 7 ottobre 2008


Il sottosegretario Alberti e la vergogna negata del carcere sassarese. "Tutto funziona" assicura la relazione eppure nelle celle piccole, puzzolenti e con poca aria i detenuti sono stipati.

Il sottosegretario di Stato alla giustizia Maria Elisabetta Alberti Casellati è, come diceva Shakespeare di Bruto, una donna d’onore. Dovremmo dunque crederle quando, in risposta all’interrogazione del Partito democratico sul carcere sassarese di San Sebastiano, ci assicura che tutto va bene: corsi di alfabetizzazione per italiani e stranieri, un corso di scuola media di 150 ore, una convenzione in atto con l’Università, moduli per l’insegnamento dell’informatica e, nella sezione femminile, addirittura per stiliste di moda (sì, avete capito bene, per stiliste di moda).


E inoltre un servizio "voce amica", un servizio "nuovi giunti" con un’ esperta criminologa e un medico, uno sportello informativo per detenuti stranieri e uno per gli italiani, attività di biblioteca con convenzione esterna, una collaborazione con la Asl per i detenuti con problemi psichici. Insomma, un paradiso in terra. Peccato che il giorno di Ferragosto, in visita al carcere come parlamentare, io abbia visto coi miei occhi detenuti stipati malamente in celle fatiscenti, servizi di custodia largamente sotto organico, caldo opprimente, scarsa luce e poca aria, il bugliolo maleodorante nel pavimento delle celle; e, ancora, assenza totale di attività formative, un bugigattolo adibito pomposamente ad officina privo di qualunque attrezzatura, l’acqua per bere della sezione maschile raffreddata alla meno peggio involgendo le bottiglie nelle calze bagnate, insetti nel cibo, un detenuto con il viso deturpato perché - mi è stato detto - la notte sente le voci e sbatte la testa alle sbarre.


Non avrebbe dovuto, quella persona malata, essere ricoverata in una struttura psichiatrica? Non avrebbero potuto quelle bottiglie d’acqua essere raffreddate in frigorifero? Non avrebbe dovuto quell’invasione di insetti essere combattuta con adeguate disinfestazioni? L’onorevole Maria Elisabetta Alberti Casellati non ha risposto, limitandosi a leggere compitamente la nota fornitale dai suoi uffici. Lei crede ciecamente che a San Sebastiano le detenute imparino a fare le stiliste di moda. Ho letto intanto, proprio sulle pagine della "Nuova Sardegna" la denuncia disperata di uno degli ospiti di questo presunto hotel a quattro stelle che invoca il trasferimento ad altro carcere: dovunque, purché sia. Ho parlato con gli agenti di custodia, largamente sotto organico (questo, bontà sua, lo ammette anche la sottosegretaria), che l’altro giorno hanno dovuto persino fare un sit-in in via Roma per denunciare la loro insopportabile situazione.


Ho controllato su fonti ufficiali i dati sul personale: tre soli educatori per tre carceri come Sassari, Tempio ed Alghero, 192 unità nella polizia penitenziaria a Sassari contro le 212 previste. E c’è qualche detenuto che compila la classifica: meglio il carcere di Badu ‘e Carros, che almeno è moderno, dello scempio di San Sebastiano. Si aspetta con ansia che apra la nuova struttura in costruzione a Bancali. La sottosegretaria dice che il nuovo istituto (quattrocentotrenta posti) potrà ospitare i primi centoventicinque detenuti solo dal marzo 2010 (primo lotto, finanziato e appaltato). Per il completamento bisognerà trovare altri 31 milioni di euro, ma non si sa dove né quando. E intanto ci terremo la vergogna di San Sebastiano.

ddl sulle detenute madri presentato in Parlamento


Adnkronos, 6 ottobre 2008


Approda in Parlamento un nuovo disegno di legge a tutela dei figli delle madri detenute costretti per un ingiusto destino alla prigionia forzata. Il nuovo testo che ricalca la proposta di legge presentata nella scorsa legislatura dall’on. Enrico Buemi porta ora la firma dei senatori del Pd Donatella Poretti e Marco Perduca e mira alla la realizzazione di case-famiglia protette, o l’individuazione di strutture analoghe. Tra i punti cardine del testo, la previsione che la madre detenuta potrà accompagnare il figlio al pronto soccorso o in ospedale quando ne abbia bisogno. Un diritto che appare scontato, soprattutto perché riguarda i piccoli che non abbiano varcato la soglia del terzo anno d’età. Per una migliore tutela della sfera psico-affettiva e dello sviluppo del bambino, inoltre, si stabilisce un nuovo limite di età del figlio, ossia dieci anni anziché tre, per la convivenza con la madre in custodia cautelare o in esecuzione della pena presso una casa-famiglia protetta.


Nel ddl, costituito da sei articoli, viene poi affidata al Giudice la discrezionalità per estendere, a seconda dei singoli casi, questi provvedimenti anche alle madri di figli con più di dieci anni. Più diritti inoltre per i figli di detenute straniere: si prevede, nell’ottica di ricongiungere e assicurare continuità nella formazione del bambino, un permesso di soggiorno per i piccoli. Tutte misure dunque che vogliono cancellare l’impatto traumatico dei piccoli con l’ambiente carcerario. Ma "non sempre si tratta di un trauma" e spesso con il "recupero del minore si può arrivare anche a quello della madre", spiega all’Adnkronos lo psicanalista Francisco Mele, che ha lavorato in Argentina in ospedali psichiatrici e istituzioni minorili e che è stato a contatto con il fenomeno delle madri detenute. Mele, che dirige il Settore Terapia Familiare del Ceis ed è docente di Sociologia della Famiglia e di Pedagogia della devianza e dell’emarginazione minorile presso l’Istituto "Progetto Uomo", sottolinea come in certi contesti delinquenziali in cui cresce il bambino l’impatto con il carcere sia diverso.


Premettendo la positività del nuovo ddl perché tutto ciò che "riguardi il bene del minore è da appoggiare", Mele sottolinea che però "occorre vedere per quale ragione la madre sia finita in carcere. È sicuramente riscontrabile un trauma nel minore quando il contesto familiare in cui viveva era sano e tranquillo" e la madre è finita in carcere per "un incidente di percorso". "Diverso è invece il discorso - spiega lo psicanalista - per i bimbi nati in un contesto delinquenziale dove la criminalità organizzata, il furto e altri reati fanno da padroni e sono la normalità". Dunque, diversi sono i modelli a cui si ispirano i piccoli, diversa è la reazione e l’incidenza nella sfera psico-affettiva. Particolarmente positiva è per Mele la previsione dell’allungamento del limite d’età del minore da 3 a 10 anni, perché attraverso un lavoro di tipo educativo e psicologico del piccolo nel contesto familiare si può aiutare la madre a cambiare.


"Da una parte - spiega l’esperto - si rinforza il sistema psico-emotivo del bimbo e dall’altra si cerca di cambiare il sistema morale di certe famiglie". Inoltre, ribadisce Mele, occorre differenziare ogni madre: "la madre infanticida - aggiunge - come fa ad accudire un figlio? Lì si deve intervenire psicologicamente. Si tratta di un lavoro terapeutico che agisce sulle emozioni perché spesso non siamo educati a gestirle. E attraverso il bimbo ci può essere il recupero anche della madre". C’è infine un ultimo punto importante da affrontare, precisa lo psicanalista: La giustizia - conclude Mele - rappresenta il "Terzo" e molti bambini crescono nella convinzione che il giudice è cattivo perché ha punito ingiustamente la madre e quindi si costruiscono un’idea sbagliata di giustizia. È proprio sul limite tra giustizia e ingiustizia che si deve lavorare per insegnare ai piccoli i giusti valori.


Sono una settantina i bambini di età inferiore a tre anni, che insieme alle loro madri vivono nelle carceri italiane. Figli di donne detenute in attesa di giudizio o in esecuzione di pena, che sono costretti a restare dietro le sbarre a causa delle norme adottate per evitare il dramma della separazione tra madre detenuta e figlio in tenera età. Dai dati del V Rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia, a cura dell’Associazione Antigone e presentato a Roma a luglio scorso, sarebbero 2.385 le donne detenute, 68 delle quali madri, e 70 i bambini di età inferiore ai tre anni reclusi con le mamme; mentre altre 23 donne detenute, al momento, risultavano in gravidanza.


In Europa sono 800.000 i bambini figli di genitori detenuti, 43.000 gli italiani. Gli istituti penitenziari dedicati esclusivamente alla popolazione femminile sparsi per l’Italia sono 7 e 62 le sezioni femminili situate in istituti penitenziari maschili. Le donne sul totale della popolazione carceraria incidono nei termini del 4 - 5% e di queste il 43% è rappresentato da donne straniere. La maggior parte delle donne finisce in carcere per reati come il furto, lo spaccio di sostanze stupefacenti, infrazioni della legge penale legate allo sfruttamento della prostituzione. Le nomadi vengono incarcerate soprattutto per piccoli furti e per ragioni legate al loro stile di vita hanno difficoltà ad ottenere misure alternative al carcere, le stesse che incontrano le detenute italiane i cui reati sono legati al mondo della tossicodipendenza e per i quali è alta la recidiva.


È stata la legge 40 del 2001, riguardante le misure alternative alla detenzione "a tutela del rapporto tra detenute e figli minori", voluta dall’allora Ministro per le Pari Opportunità Anna Finocchiaro, a indicare per prima come evitare la detenzione in carcere a donne con figli minori di 10 anni. Tutte le detenute, anche se hanno commesso reati gravi, possono oggi usufruire del provvedimento ad alcune condizioni: aver scontato un terzo della pena e, nei casi di ergastolo, aver scontato almeno 15 anni.

Per essere ammesse alle misure, non ci deve essere pericolo di commettere ulteriori delitti, condizione che mal si adatta a reati connessi all’uso di sostanze stupefacenti e alla prostituzione, che tipicamente presentano un alto tasso di recidiva e per cui sono incriminate la maggior parte delle detenute-madri. La normativa inoltre è stata spesso disapplicata dai giudici e presenta limiti di accesso ai benefici soprattutto per chi è in attesa di giudizio.


Le mamme straniere, in particolare, non avendo spesso un’abitazione dove scontare gli arresti domiciliari, sono costrette a tenere i bimbi in strutture di detenzione fino al compimento dei tre anni, quindi soffrire dell’ulteriore trauma della separazione. La "legge Finocchiaro", è stata però solo un punto di partenza. "La coabitazione dei bambini nei luoghi di pena - si spiega nel nuovo ddl - travalica qualsivoglia ragionamento giuridico o posizione ideologica, e rappresenta un’aberrazione da cancellare. È consolidato in letteratura l’orientamento che, per lo sviluppo psicologico del bambino, il rapporto madre-figlio sia di primaria importanza. Privare un bambino della figura materna, in quanto figlio di una detenuta, è una violenza che contraddice la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia".


Del resto, impedire a tante detenute di vivere la propria condizione di madre fuori dagli istituti penitenziari, spiegano i firmatari del testo "è un ostacolo alla riabilitazione della donna, oltre che un impedimento perché i bambini vivano in un ambiente più confortevole del carcere e più idoneo alla loro crescita". Non è quindi opportuno, spiega il nuovo disegno di legge, per la tutela degli affetti del bambino, il "limite della legge Finocchiaro sulla convivenza con i figli, per le detenute con bimbi di età non superiore ai 3 anni; né è opportuno stabilire a priori l’età dell’indipendenza del minore dalle cure parentali, perché relativa alla soggettività di ogni bimbo. Il presente disegno di legge - si legge - pur stabilendo il tetto normativo fino a dieci anni, per una migliore tutela dello sviluppo del bambino, affida al Giudice discrezionalità per estendere questi provvedimenti anche alle madri di figli con più di dieci anni".


(nell'immagine) Pablo Picasso - "Madre"


Don Ettore Cannavera, riflessioni da "La Collina"

i Blog di Associazione 5 Novembre, Precarinlinea e Precariola uniti per intervistare Don Ettore Cannavera , fondatore della comunità di accoglienza "La Collina", rivolta a giovani-adulti, di età compresa tra i 18 ed i 25 anni, che vengono affidati dalla Magistratura di Sorveglianza come misura alternativa alla detenzione. Un interessante intervista sui temi della Giustizia, del Carcere, del precariato giovanile e della cultura della Solidarietà e dell'accoglienza.

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