sabato 9 gennaio 2010

ciò che accade in carcere è indegno di un paese civile


di Patrizio Gonnella
(Presidente Associazione Antigone)

Terra, 9 Gennaio 2010

Ciò che sta accadendo nelle carceri italiane è indegno per un paese civile. I detenuti vengono prima ammassati nelle celle e poi ignorati fino a quando alcuni di essi vengono trovati morti suicidi ammazzati. Ammazzati dall’incuria, dall’indifferenza, dalla solitudine e alcune volte dalla violenza dello Stato. Antonio Tammaro, 28 anni, era detenuto a Sulmona. Giacomo Attolini, 49 anni, era detenuto a Verona. Celeste Frau, 62 anni, era detenuto a Cagliari. Pierpaolo Ciullo, 39 anni, era detenuto ad Altamura vicino Bari. Sono in ordine di data di morte gli ultimi quattro detenuti che si sono ammazzati nelle patrie galere. Quattro in soli otto giorni. Si ammazzano nelle prigioni del nord e in quelle del sud, si tolgono la vita persone giovani e meno giovani. Si ammazzano senza che una parola di pietà umana giunga da chi ci governa, da chi è a capo del ministero della Giustizia e dell’amministrazione penitenziaria. Il 24 settembre del 1996 si uccideva nel carcere di Bologna Georges Alain Laid, 31 anni, di nazionalità tunisina. Si era impiccato nella cella di isolamento. Mancavano soli sei giorni alla fine della sua pena. La Corte di Appello di Bologna ha, nei giorni scorsi, confermato la sentenza del tribunale emiliano che aveva a sua volta condannato il ministero della giustizia a risarcire 100mila euro alla madre del giovane morto nel carcere della Dozza. Maurizio Fregulia, 35 anni, fu trovato morto nel 2000 nel carcere di Rovigo. Il giudice civile poche settimane fa ha condannato il ministero della Giustizia a risarcire di 182mila euro la sorella. In entrambi i casi i giudici hanno riconosciuto una responsabilità oggettiva di omessa custodia. La custodia presuppone che ci si prenda cura della persona custodita. è nata una nuova giurisprudenza che consente alle famiglie delle persone che si ammazzano nelle galere di chiedere i danni morali e materiali allo Stato. L’11 e il 12 gennaio, grazie alla determinazione della radicale Rita Bernardini, il Parlamento dedicherà una sessione di discussione alla questione carceraria. Ci sarà anche un voto finale. Vedremo se il Governo uscirà dalla pantomima del piano carceri. Nell’ultima Finanziaria sono stati stanziati 500 milioni per l’edilizia penitenziaria. Se al posto di darli ai palazzinari di turno si facessero 10 mila progetti di recupero sociale al costo unitario di 50mila euro avremmo contenuto il problema del sovraffollamento e probabilmente evitato qualche morte tragica.

giovedì 31 dicembre 2009

Casamatta di Quartu, un simbolo che non si può abbattere


29/12/2009 - (dall'Unione Sarda)

Oggi la presidente della struttura per disabili mentali chiederà al sindaco di Quartu il ritiro dell'ordinanza Casamatta, Trincas: «Chiusura immotivata» «Non permetteremo la chiusura di Casamatta». Per Gisella Trincas, responsabile della struttura di via Is Arenas a Quartu e iscritta nel registro degli indagati per esercizio abusivo della professione medica, la denuncia è immotivata. «Chiederemo di acquisire le carte, non sappiamo neanche di cosa ci accusano. La nostra non è una clinica, ma una comunità alloggio per persone con handicap e sofferenza mentale: un luogo dove abitare e vivere la quotidianità». Come tale ha sempre avuto, con continue proroghe, un'autorizzazione provvisoria. La legge regionale n° 23 del 2005, sul riordino delle funzioni socio-assistenziali, individuava dei punti fermi per le strutture di questo tipo: i provvedimenti attuativi, però, non sono mai stati emanati.
IL SOPRALLUOGO A luglio - riferisce Trincas - arriva il primo sopralluogo dei carabinieri del Nas, dopo la denuncia dello psichiatra Antonio Tronci dell'ospedale Santissima Trinità, dove si parla di persone denutrite, cibi scaduti. I Nas trovano conferma di uno degli aspetti messi nero su bianco nell'esposto: lì dentro si curano i malati, anche se non ci sono medici. Tornano 13 giorni dopo, «con un atteggiamento aggressivo», racconta Gisella Trincas. Sequestrano le carte e invitano il sindaco di Quartu Gigi Ruggeri a procedere alla chiusura e a trovare ai pazienti una sistemazione alternativa.

OTTO PAZIENTI La struttura ha solo un'autorizzazione (scaduta, secondo le indagini del Nas) per essere una comunità-alloggio, non un luogo di cura. Al momento ospita otto pazienti e non ha neanche i requisiti strutturali: sono presenti scale e barriere architettoniche. «Avevamo previsto l'abbattimento ma ha dei costi elevati: a maggio dello scorso anno, per le difficoltà economiche, avevamo deciso di chiudere. Poi, a causa degli affitti non pagati, è arrivato lo sfratto». Inizia così la ricerca di un altro luogo idoneo. Pochi mesi dopo lo trovano: un appartamento di 280 metri quadri in via Cocco Ortu, privo di barriere architettoniche. Però, in seguito agli articoli apparsi sui giornali, il proprietario ci ripensa.

NO ALL'ORDINANZA Oggi Gisella Trincas incontrerà il sindaco di Quartu per chiarire la questione e chiedere il ritiro dell'ordinanza. «È una questione amministrativa, ma soprattutto politica: Casamatta è un simbolo, dimostra che è possibile un percorso di ripresa in luoghi della normalità. Vogliono colpire me a livello nazionale, in quanto presidente dell'Unasam, Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale». I pazienti di Casamatta sono tutti con la loro presidente: «Perché non ascoltano anche noi? Qui abbiamo sempre avuto il massimo della disponibilità'. Credo proprio che il mondo, (intendo noi che al mondo diamo un significato), non vada nella direzione giusta. Leggo nella copia de “L’unione Sarda” del 27/12/2009 della Casamatta di Quartu S. Elena, e scopro che alcune indagini potrebbero portare alla sua chiusura; leggo che le procedure avrebbero portato al riscontro di irregolarità ( scadenza di autorizzazione, cura abusiva degli ospiti..). Ma io, e tantissimi miei colleghi psichiatri dal 1995 in poi abbiamo avuto a che fare con questi ospiti, con gli operatori, con la responsabile Sig. ra Gisella Trincas. I nostri contatti sono avvenuti con le persone, spesso nei Centri di Salute Mentale, a volte nella stessa Casamatta. Io ho dialogato con loro, ho assegnato le cure e ho raccomandato, in termini di prescrizione, che nelle circostanze di una emergenza, dovessero essere somministrati determinati farmaci, per evitare sofferenze inutili e per impedire che da una piccola crisi potesse evolvere una ricaduta nell’acuzie. Esattamente come ho sempre fatto per le persone che vivono all’interno del proprio nucleo familiare, perché di questo si tratta: la dimensione familiare è quello che, più di ogni altra caratteristica, nella realtà della Casamatta, ho sempre apprezzato. Sicuro che le persone con cui condividevo i pochi minuti della visita sarebbero poi tornati in un ambiente in cui tutto, dagli ospiti agli operatori, alla struttura architettonica, al mobilio, ai tempi e modi della quotidianità rimandasse al calore familiare. E tale certezza era tale che poteva ripagarmi dell’angoscia e delusione che, al contrario, mi suscitavano certe situazioni strazianti e devastate insite in alcune famiglie “reali”. O, ancora di più, nell’inferno del carcere, dove spessissimo persone la cui colpa più grande è essere stati vittime del disagio mentale senza alcuna protezione socio- economica, trascorrono mesi di tormenti aggiuntivi tali da compromettere, a volte irreversibilmente, la loro salute psico-fisica (559 suicidi in carcere dal 2000, 71 solo nel 2009). Ma quello che veramente mi viene difficile pensare é che tipo di trasferimento sarebbero costretti ad affrontare gli attuali ospiti della struttura nel caso di un’effettiva chiusura della loro abitazione: loro che nel tempo hanno gradualmente costituito insieme un orizzonte di significati la cui autenticità trova riscontro solo all’interno di una dimensione collettiva, di gruppo familiare, e solo in rapporto ai riferimenti ambientali, di casa, di quartiere, di comunità, attuali. Mi auguro, davvero, che in questo mondo ambiguo, dove spesso si assiste al gioco insignificante tra linee di pensiero vuote, prevalga in questa “piccola”, significativa vicenda la visione dignitosa e umana della Verità.


Aldo Lotta (già psichiatra, operatore C.S.M. A.S.L. 8, sino al 12/08)

domenica 27 dicembre 2009

La doppia punizione nelle condizioni di vita in carcere


di Giovanna Zincone
La Stampa, 27 dicembre 2009

Che le condizioni di vita nelle carceri italiane siano intollerabili è cosa nota da fin troppo tempo. Le ragioni sono molte e si collegano tra loro a catena. La più ovvia è la insufficiente capienza delle strutture penitenziarie esistenti, accoppiata alla loro obsolescenza. È un’insufficienza che si riproduce puntualmente, e alla quale troppo spesso si è posto rimedio con amnistie e indulti. In questo momento ci sono circa un terzo di posti in meno rispetto al fabbisogno. Il sovraffollamento è certamente un’ovvia causa del degrado delle condizioni di vita dei detenuti, sia perché riduce gli spazi fisici nelle celle, sia perché riduce la sia pur limitata e controllata libertà di cui in carcere ancora si dovrebbe godere. Dove i detenuti sono troppi, anche il tempo e la possibilità di movimento all’aria aperta nei cortili si riducono, i colloqui con i parenti sono contratti, il lavoro in carcere (colpito anche dalla crisi) diventa un miraggio. A sua volta l’affollamento ha varie cause. Quindi affrontarlo, come ha previsto il governo, con un piano speciale di edilizia è una misura necessaria, troppo a lungo rinviata, ma non sufficiente. Costruire nuove carceri, costruirle in modo che siano più vivibili, differenziare i luoghi di detenzione, ridurre il ricorso alla detenzione sono rimedi necessari. Bisogna smettere di applicare l’etichetta "reato" a qualunque comportamento che non risponde appieno alle aspettative della cultura prevalente, mi riferisco ad esempio al consumo personale di sostanze stupefacenti. Si pensa così di soddisfare la richiesta di sicurezza e di ordine che viene dall’opinione pubblica, lo si fa con la speranza di incassare qualche consenso elettorale in più, ma i costi della penalizzazione a oltranza poi si pagano. Ma c’è un costo più alto che si paga con una corsa gridata, e non meditata, alla repressione. Un ragionevole richiamo all’ordine può trasformarsi e si sta trasformando in qualcosa di culturalmente molto rischioso: da una parte la disumanizzazione del reo, reale o anche solo potenziale, dall’altra l’innalzamento al di sopra delle regole del tutore dell’ordine. Si raffigura come pericolo pubblico il criminale incallito e poi, allargando il cerchio, chi ha commesso solo una piccola infrazione della legge e poi, allargandolo ancora, chi ha lo stigma di potenziale delinquente perché ha l’aspetto fisico di un immigrato o perché è vestito come i ragazzi dei centri sociali - e nel corso di questo processo tutte queste ben diverse figure sociali vengono più o meno consapevolmente percepite come individui spogliati del diritto al rispetto, persino del diritto alla integrità fisica.

Quella persona perde il diritto a non essere umiliato, a non essere picchiato, a non essere privato di assistenza medica. Al contrario, se a commettere violenze e soprusi sono esponenti delle forze dell’ordine, scatta l’obbligo di solidarietà, a cui si aggiunge spesso anche un occhio di riguardo da parte delle corti che se non altro "derubricano" il caso facendolo slittare verso un reato meno grave. Alcuni eventi recenti, con il caso del giovane Cucchi picchiato brutalmente e non curato, hanno finalmente richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica, altri sono stati sollevati in anni recenti dalle madri delle vittime, ma chiunque abbia avuto anche una conoscenza marginale delle carceri sa che non si tratta di episodi isolati. Così come non può non suonare allarmante il dato alto dei suicidi in carcere: è un segnale di condizioni intollerabili. Più in generale, alcune carceri sono luoghi dove troppo spesso il più forte, ad esempio il gruppo di detenuti più potente, può esercitare un potere arbitrario, distruttivo nei confronti dei compagni più deboli, in assenza di una vigilanza neutrale e forte. D’altra parte ci sono carceri italiane gestite con metodi innovativi, competenza e umanità. Si capisce quindi che, proprio in questi giorni in cui il Natale dovrebbe dare maggiore luce al messaggio cristiano di riconoscimento comunque e verso chiunque delle ragioni dell’umanità, siano alti esponenti della Chiesa a fare sentire la loro voce a difesa di chi vive tragicamente indifeso nelle carceri italiane. Accanto ai cardinali Bagnasco e Tettamanzi, si sono fatti sentire i radicali di "Nessuno tocchi Caino". Rivendicano giustamente il diritto al rispetto umano anche per chi non ne ha avuto per gli altri. Un apparato statale che lasciasse i colpevoli diventare vittime di violenze e soprusi acquisterebbe il loro stesso volto. E dovremmo allora chiederci: chi è davvero Caino?

giovedì 17 dicembre 2009

"rispedito" a Nuoro detenuto che chiede il trasferimento in Puglia per stare vicino al figlio malato


Maria Grazia Caligaris (Sdr): "Gravissima ottusità burocratica"


(IlMinuto) – Cagliari, 17 dicembre - "E’ soltanto una gravissima forma di ottusità burocratica quella che impedisce a Giandonato Sciacovelli di ottenere il trasferimento in un carcere della Puglia, la Regione dove risiede la famiglia e dove vive il figlio con una malattia genetica progressiva all’ultimo stadio. Trasferito per l’ennesima volta a Taranto per un processo, sicuro di poter trascorrere lì almeno il periodo natalizio in attesa della conferma definitiva, ha fatto invece rientro a Bad’e Carros. Il ritorno a Nuoro appare particolarmente inopportuno dal momento che tra poco più di un mese dovrà nuovamente attraversare il Tirreno per una nuova udienza”. E' quanto afferma con una nota Maria Grazia Caligaris, presidente dell’associazione Socialismo Diritti Riforme. L'esponente socialista ha più volte denunciato il caso al Garante dei Detenuti di Nuoro Carlo Murgia, alla direttrice dell’Istituto Gabriella Incollu e al Capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. "In situazioni come queste, documentate da certificati medici inoppugnabili e con condizioni di evidente necessità, non si comprende perché debbano avvenire sprechi di denaro pubblico. Il trasferimento definitivo di Sciacovelli in Puglia è infatti indispensabile. L’aggravamento delle condizioni del figlio, affetto dalla sindrome di Marfan, rendono necessaria la vicinanza del padre detenuto da oltre undici anni, nove dei quali trascorsi nella Casa Circondariale di Nuoro. Si trova infatti a Bad’e Carros dove sta scontando una pena definitiva a 30 anni di carcere"."Sciacovelli – ricorda Caligaris – anche alcuni mesi fa era stato trasferito per motivi di giustizia a Taranto dove, per intervento del responsabile del Dap Franco Ionta, aveva potuto sottoporsi ai primi esami di compatibilità indispensabili per un eventuale trapianto di midollo in favore del figlio, affidato dal 28 maggio 2004 al servizio sociale del Comune di Bari. Il percorso però è stato interrotto in seguito al rientro nel carcere di Nuoro".

mercoledì 25 novembre 2009

Isili, 27 Novembre: Presentazione del libro di Paolo Pisu "Figli della Società" Carcere, devianza e conflitto sociale"


Tavola rotonda con Paolo Pisu
Autore del libro "Figli della Società" Carcere, devianza e conflitto sociale

Venerdì 27 Novembre
Ore 16:00
Isili, Centro Sociale

incontrano l'autore:

Salvatore Pala - Sindaco di Isili

Don Giovanni Usai - Presidente Comunità "Il Samaritano" Arborea

Marco Porcu - Direttore Casa di Reclusione di Isili

Roberto Loddo - Presidente Associazione 5 Novembre

Graziano Mesina - Ex detenuto

coordina: Sandro Ghiani - Direttore bibblioteca comunale di isili

venerdì 20 novembre 2009

dibattito pubblico su "Salute Mentale e Diritti Umani"

"L'Associazione 5 Novembre "per i diritti civili" parteciperà e sosterrà
tutte le iniziative in difesa dei diritti umani e civili nella tutela della
salute mentale. Massima solidarietà e vicinanza all'Asarp e alla
presidente Gisella Trincas".

Roberto Loddo
Associazione 5 Novembre


ASSOCIAZIONE SARDA PER L’ATTUAZIONE DELLA RIFORMA PSICHIATRICA

5 dicembre 2009

GIORNATA NAZIONALE DELLA SALUTE MENTALE

Dibattito Pubblico

“Salute Mentale e Diritti Umani”

Hotel Mediterraneo
V.le Diaz Cagliari
dalle ore 9 alle ore 18



Sono invitati

Assessore Regionale alla Sanità della Regione Sardegna
Presidente della Commissione Sanità del Consiglio Regionale
Commissari Straordinari delle Aziende Sanitarie Locali
Provincie e Comuni
ANCI
Scuole e Università
Cooperative Sociali
Associazioni dei Familiari e degli Utenti della Salute Mentale
Associazioni Culturali e di Volontariato
Operatori dei Servizi di Salute Mentale
Partiti Politici
Sindacati
Cittadini

a discutere della salute mentale in Sardegna a partire dai 10 punti del Manifesto
“Ogni persona per ciò che è nel rispetto della dignità e nella libertà”

sottoscritto da:
ANPIS, Associazione Persona e Danno, ARCI, CGIL, CGIL FUNZIONE PUBBLICA, Cittadinanzattiva, CNCA, Coordinamento Ligure degli Utenti, FISH, Fondazione Franca e Franco Basaglia, Forum Nazionale Salute Mentale, Le Parole Ritrovate, Medicina Democratica, Rete Toscana degli Utenti, UNASAM


coordina il dibattito il giornalista Vito Biolchini
introduce la Presidente dell’Unasam Gisella Trincas
verrà proiettato alle ore 16 il film “Comeunuomosullaterra”



Segreteria organizzativa:
ASARP Via Romagna, 16 (c/o Cittadella della Salute) Cagliari
Tel.070/47443426 – cell.3207721343

martedì 17 novembre 2009

Perchè indagata? Lettera aperta di Gisella Trincas

Cagliari 11/11/2009

Presidente della Associazione ONLUS ASARP CASAMATTA
Presidente dell’Associazione Sarda per l’Attuazione della Riforma Psichiatrica
Presidente dell’Unione Nazionale delle Associazioni per la Salute Mentale

Premesso che, chiunque abbia contribuito a gettare fango sulla mia persona, le Associazioni che rappresento e i nostri collaboratori, sarà chiamato da noi tutti a risponderne sia in sede penale che civile, sento il bisogno e la responsabilità di raccontare cosa sta accadendo. Non so dire esattamente da dove parte questo attacco feroce e volgare (con il chiaro intento di screditare la mia persona e la credibilità delle Associazioni che rappresento), forse dalla morte del Signor Giuseppe Casu per il quale è in corso il processo penale contro alcuni medici del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura 1 di Cagliari (avevamo chiesto l’apertura di una inchiesta interna alla ASL); o forse dal nostro appoggio alla Giunta Soru e all’Assessore Dirindin per aver con coraggio e concretezza posto la “salute mentale” tra le priorità della loro azione politica; o forse da quando abbiamo fortemente sostenuto l’affidamento alla Dott.ssa Giovanna Del Giudice del Dipartimento di Salute Mentale di Cagliari; o forse da tutte le critiche mosse alle “cattive pratiche” in psichiatria: leggi violazione dei diritti umani; o forse, più semplicemente, da quando abbiamo osato costituirci in Associazione per pretende “il diritto alle cure” dei propri cari. Sta di fatto che oggi mi trovo trascinata dentro una inchiesta della Procura con la seguente accusa per la quale sono ancora in corso le indagini: “art.348 c.p. perché, nella sua qualità di Presidente dell’Associazione ASARP Casamatta abusivamente esercitava la professione di medico, e ciò in quanto somministrava e consentiva che fossero somministrati, da personale dipendente privo di abilitazione, degli psicofarmaci ai pazienti della Comunità Alloggio della struttura assistenziale summenzionata”.


L’indagine parte da una denuncia presentata dal Dott.Tronci (medico del servizio psichiatrico di diagnosi e cura in cui è morto, dopo 7 giorni di contenzione, il signor Casu) ai NAS di Cagliari contro la gestione della struttura residenziale “Casamatta” descritta come un lager in cui avvengono le cose più terrificanti (dalla violenza alla denutrizione, dall’isolamento strategico della struttura attraverso il mancato funzionamento del citofono al procurato tentativo di suicidio di un residente, dall’appropriazione indebita di somme destinate ai residenti all’utilizzo di personale senza qualifica, dall’impossibilità per gli ospiti di potersi lavare all’impossibilità di poter accedere a visite mediche, e tanto altro ancora). Accuse che, se accertate, avrebbero dovuto portare alla chiusura immediata di Casamatta e all’arresto dei gestori (mio innanzitutto). Che cosa è Casamatta? E’ una residenza aperta nel 1995 dall’Associazione dei familiari ASARP (e dal 98 gestita dalla Onlus Asarp Casamatta) in cui abitano otto persone con disturbo mentale, tra cui mia sorella. La struttura è stata aperta per darci quelle opportunità che la ASL non era in grado di darci. Ha operato con la presenza e la vigilanza costante dei familiari e dei servizi territoriali di salute mentale di riferimento degli ospiti. Con quali risorse finanziarie si mantiene? I Comuni di residenza degli ospiti pagano alla struttura una retta giornaliera che non supera i 45. Parte di questa somma, sulla base di quanto stabilito dallo stesso Comune, è versato direttamente dai residenti quale quota di compartecipazione alla spesa. Con queste risorse noi dobbiamo provvedere a tutte le spese di gestione comprese le spese per il personale. Non avendo nessun’altra entrata stabile, la spesa più penalizzata è quella del personale. Infatti gli operatori hanno contratti di collaborazione a progetto e percepiscono una retribuzione minima.

La Casa, nonostante la povertà delle sue risorse finanziarie, è stata ed è punto di riferimento di tante persone proprio per la grande umanità e competenza che ne ha contraddistinto l’opera in tutti questi quindici anni, migliorando la qualità della vita dei suoi residenti. Mai avrei pensato che qualcuno potesse “osare” infangare Casamatta. Quando i NAS sono arrivati alla Casa, per la prima volta, dopo l’iniziale sconcerto da parte di tutti noi (residenti, operatori, familiari), abbiamo pensato che tutto si sarebbe risolto in breve tempo e poi avremo proceduto alle denuncie per diffamazione. Ma poi, quando sembrava che tutto fosse stato oramai chiarito, sono tornati una seconda volta concentrando la loro attenzione sulla prescrizione “dei farmaci al bisogno”. Che cosa è questa storia del farmaco al bisogno? Ogni persona che abita in Casamatta, riceve dal proprio medico psichiatra la prescrizione farmacologica; capita alcune volte e per alcuni di loro che la prescrizione preveda una posologia al bisogno. Per noi il bisogno è espresso dalla persona interessata e verificato dagli operatori in servizio, anche attraverso una ulteriore comunicazione col medico curante. Per i NAS non è così, le persone che abitano in Casamatta non sarebbero in grado di esprimere tale bisogno per cui tale prescrizione non sarebbe lecita. Abbiamo continuato a collaborare fornendo ai Carabinieri del NAS ogni ulteriore documentazione in nostro possesso (diario di bordo, registro delle consegne, ecc.) che chiarisse la correttezza della procedura adottata dagli operatori.


Non potete immaginare quindi il mio sconcerto quando, dagli stessi NAS, mi è stato notificato l’atto di iscrizione nel registro degli indagati per i fatti contestati. Che fare ora? Ieri (su mia richiesta e dei miei avvocati), ho risposto, in Procura, alle domande che mi sono state rivolte in merito alla questione farmaci. Ricevo messaggini, mail, telefonate, di persone che esprimono solidarietà, indignazione, incredulità, rabbia. Mi chiedono se ho fiducia. Rispondo di si. Certa stampa scrive quello che le pare facendomi apparire come la peggiore delle persone e altri cercano di dare le notizie in maniera corretta. E, in Casamatta, ci prepariamo al trasferimento nella nuova Casa in un clima di tensione e sofferenza.
Gisella Trincas

martedì 10 novembre 2009

solidarietà all'Asarp, in difesa del diritto alla salute!



Il Partito della Rifondazione Comunista osserva da tempo con attenzione quello che avviene nel campo delle politiche sociali, sanitarie e della salute mentale in particolar modo. Come segnalano i documenti internazionali dell'OMS e dell'Unione Europea, i diritti delle persone che vivono la malattia mentale sono spesso negati, le loro libertà più elementari ridotte ai minimi termini proprio in quelle istituzioni pubbliche destinate alla cura e alla riabilitazione. In questi ultimi anni la Sardegna è stata protagonista di una triste vicenda: la morte di Giuseppe Casu nel reparto psichiatrico dell'Ospedale "SS. Trinità" di Cagliari dopo un ricovero di 7 giorni, decesso che ha aperto una vicenda giudiziaria, tuttora in corso, circa i metodi di contenzione adottati che avrebbero causato il decesso del paziente. La vicenda Casu ha ricordato la drammaticità di queste situazioni che continuano ad esistere nel nostro Paese, nonostante gli importanti progressi raggiunti nel campo della psichiatria e della tutela della salute mentale con la chiusura degli ospedali psichiatrici.

Su questi fatti la posizione di Rifondazione è stata sempre chiara ed espressa con diverse interrogazioni in consiglio comunale e in consiglio regionale. Così come è chiara la posizione dell'ASARP che da anni si batte sui temi dei diritti e che, specialmente nelle ultime settimane, è stata oggetto di un attacco che ci sembra abbia raggiunto livelli intollerabili. Proprio la struttura gestita dall'associazione, la casa famiglia “Casamatta”, è stata oggetto di denuncia da parte di un medico della ASL di Cagliari. Denunce di maltrattamenti nei confronti delle persone ospiti della casa, che anche le opportune verifiche effettuate dal Nucleo Operativo Antisofisticazioni dei Carabinieri hanno dimostrato infondate. Come chi conosce da vicino l'operato dell'associazione dei familiari sa bene, “Casamatta” rappresenta un esempio delle possibilità di assistere le persone nella pienezza dei diritti. Nel 1991 quando l'associazione dei familiari diede vita alla casa famiglia fu un momento di importanza epocale per lo sviluppo delle politiche nella nostra regione. In quegli anni nella provincia di Cagliari non esisteva nessuna struttura di riabilitazione. L'ospedale psichiatrico di Villa Clara era ancora operativo e oggetto di scandali reali per le morti dei ricoverati che si susseguirono alla fine degli anni '80.
I servizi territoriali, d'altro canto, erano ad un livello embrionale che non permetteva nessun tipo di sostegno reale ad utenti e famiglie che vivevano la realtà della sofferenza psichica. In questo scenario quest'esperienza pilota nata per volontà della presidente Gisella Trincas, dei familiari, ma anche di alcuni operatori dei servizi pubblici, rappresentò un segnale delle potenzialità di una cura che tenesse conto della dignità e della promozione delle capacità delle persone con disturbo mentale. La struttura ha visto negli anni un grande investimento in formazione del personale e raggiungimento di standard di assistenza elevati. Non a caso nel 1999 la Federazione Italiana per il Volontariato (FIVOL) ha conferito all’associazione il premio nazionale della solidarietà, proprio per la realizzazione della casa. Per queste ragioni vogliamo manifestare la nostra solidarietà a Gisella Trincas, ai familiari e agli operatori della struttura, consci che il diritto alla salute, per potersi dispiegare, ha bisogno non solo di operatori sanitari capaci, ma anche della vigilanza attenta e consapevole di familiari e utenti dei servizi. Il Partito della Rifondazione Comunista si impegna, attraverso una serie di iniziative, a sensibilizzare l’opinione pubblica, in merito alle problematiche della salute mentale.


Giuseppe Stocchino
Segretario federale PRC (Cagliari)

Don Ettore Cannavera, riflessioni da "La Collina"

i Blog di Associazione 5 Novembre, Precarinlinea e Precariola uniti per intervistare Don Ettore Cannavera , fondatore della comunità di accoglienza "La Collina", rivolta a giovani-adulti, di età compresa tra i 18 ed i 25 anni, che vengono affidati dalla Magistratura di Sorveglianza come misura alternativa alla detenzione. Un interessante intervista sui temi della Giustizia, del Carcere, del precariato giovanile e della cultura della Solidarietà e dell'accoglienza.

Il Notiziario Quotidiano sul Carcere

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