sabato 24 maggio 2008

Immigrazione: Alex Zanotelli; mi vergogno di essere italiano


Liberazione, 24 Maggio 2008
dalla Redazione ne Centro studi
di Ristretti Orizzonti www.ristretti.it


È agghiacciante quello che sta avvenendo sotto i nostri occhi in questo nostro paese. I campi Rom di Ponticelli (Na) in fiamme, il nuovo pacchetto di sicurezza del ministro Maroni, il montante razzismo e la pervasiva xenofobia, la caccia al diverso, la fobia della sicurezza, la nascita delle ronde notturne offrono una agghiacciante fotografia dell’Italia 2008. "Mi vergogno di essere italiano e cristiano", fu la mia reazione rientrato in Italia da Korogocho, all’approvazione della legge Bossi-Fini. È agghiacciante quello che sta avvenendo sotto i nostri occhi in questo nostro paese.


I campi Rom di Ponticelli (Na) in fiamme, il nuovo pacchetto di sicurezza del ministro Maroni, il montante razzismo e la pervasiva xenofobia, la caccia al diverso, la fobia della sicurezza, la nascita delle ronde notturne offrono una agghiacciante fotografia dell’Italia 2008. "Mi vergogno di essere italiano e cristiano", fu la mia reazione rientrato in Italia da Korogocho, all’approvazione della legge Bossi-Fini (2002). Questi sei anni hanno visto un notevole peggioramento del razzismo e xenofobia nella società italiana, cavalcata dalla Lega (la vera vincitrice delle elezioni 2008) e incarnata oggi nel governo Berlusconi (posso dire questo perché sono stato altrettanto duro con il governo Prodi e con i sindaci di sinistra da Cofferati a Dominici...). Oggi doppiamente mi vergogno di essere italiano e cristiano.


Mi vergogno di appartenere ad una società sempre più razzista verso l’altro, il diverso, la gente di colore e soprattutto il musulmano che è diventato oggi il nemico per eccellenza.

Mi vergogno di appartenere ad un paese il cui governo ha varato un pacchetto-sicurezza dove essere clandestino è uguale a criminale. Ritengo che non è un crimine migrare, ma che invece criminale è un sistema economico-finanziario mondiale (l’11% della popolazione mondiale consuma l’88% delle risorse) che forza la gente a fuggire dalla propria terra per sopravvivere. L’Onu prevede che entro il 2050 avremo per i cambiamenti climatici un miliardo di rifugiati climatici. I ricchi inquinano, i poveri pagano. Dove andranno? Stiamo criminalizzando i poveri? Mi vergogno di appartenere ad un paese che ha assoluto bisogno degli immigrati per funzionare, ma poi li rifiuta, li emargina, li umilia con un linguaggio leghista da far inorridire.


Mi vergogno di appartenere ad un paese che dà la caccia ai Rom come se fossero la feccia della società. Questa è la strada che ci porta dritti all’Olocausto (ricordiamoci che molti dei cremati nei lager nazisti erano Rom!). Noi abbiamo fatto dei Rom il nuovo capro espiatorio.

Mi vergogno di appartenere ad un popolo che non si ricorda che è stato fino a ieri un popolo di migranti ("quando gli albanesi eravamo noi"): si tratta di oltre sessanta milioni di italiani che vivono oggi all’estero. I nostri migranti sono stati trattati male un po’ ovunque e hanno dovuto lottare per i loro diritti. Perché ora trattiamo allo stesso modo gli immigrati in mezzo a noi?


Cos’è che ci ha fatto perdere la memoria in tempi così brevi? Il benessere? Come possiamo criminalizzare il clandestino in mezzo a noi? Come possiamo accettare che migliaia di persone muoiano nel tentativo di attraversare il Mediterraneo per arrivare nel nostro "Paradiso"? È la nuova tratta degli schiavi che lascia una lunga scia di cadaveri dal cuore dell’Africa all’Europa.

Mi vergogno di appartenere ad un paese che si dice cristiano ma che di cristiano ha ben poco. I cristiani sono i seguaci di quel povero Gesù di Nazareth crocifisso fuori le mura e che si è identificato con gli affamati, carcerati, stranieri. "Quello che avrete fatto ad uno di questi miei fratelli più piccoli lo avrete fatto a me". Come possiamo dirci cristiani mentre dalla nostra bocca escono parole di odio e disprezzo verso gli immigrati e i Rom? Come possiamo gloriarci di fare le adozioni a distanza mentre ci rifiutiamo di fare le "adozioni da vicino"?


Come è possibile avere comunità cristiane che non si ribellano contro queste tendenze razziste e xenofobe? E quand’è che i pastori prenderanno posizione forte contro tutto questo, proprio perché tendenze necrofile?

Come missionario, che da una vita si è impegnato a fianco degli impoveriti della terra, oggi che opero su Napoli, sento che devo schierarmi dalla parte degli emarginati, degli immigrati, dei Rom contro ogni tendenza razzista della società e del nostro governo. Rimanere in silenzio oggi vuol dire essere responsabili dei disastri di domani.


Vorrei ricordare le parole del pastore Martin Niemoeller della Chiesa confessante sotto Hitler: "Quando le SS sono venute ad arrestare i sindacalisti, non ho protestato perché non ero un sindacalista. Quando sono venute ad arrestare i Rom non ho protestato perché non ero un Rom. Quando sono venute ad arrestare gli Ebrei non ho protestato perché non ero un Ebreo. Quando alla fine sono venute ad arrestare me non c’era più nessuno a protestare". Non possiamo stare zitti, dobbiamo parlare, gridare, urlare. È in ballo il futuro del nostro paese, ma soprattutto è in ballo il futuro dell’umanità anzi della vita stessa. Diamoci da fare perché vinca la vita!


venerdì 23 maggio 2008

Una speranza nei diritti della sofferenza psichica


di Lucia Altea
Associazione 5Novembre "Per i diritti Civili"

Partecipando recentemente all’incontro-dibattito organizzato dall’ ASARP (Associazione Sarda Per l’attivazione della Riforma Psichiatrica), sulla situazione della psichiatria in Sardegna, sono rimasta sconcertata nel constatare che dopo trent’anni dall’approvazione della legge 180, l’istituzione manicomiale perdura nella percezione di alcuni psichiatri che, non solo auspicano il ripristino dell’elettroshock, affermandone l’efficacia terapeutica, ma praticano ancora oggi nei reparti SPDC un uso indiscriminato di procedure di contenimento dei pazienti nelle fasi acute di crisi psicotiche. Ho la sensazione che si voglia tornare indietro di quasi cento anni, quando agli inizi del secolo scorso, si definivano i malati di mente “pericolosi a sé e agli altri e di pubblico scandalo. La psichiatria era una disciplina chiusa alle conoscenze degli altri saperi (sociologia, psicologia), le modalità coattive venivano prescritte da figure professionali a bassa formazione scientifica e a scarsa valenza sanitaria.” Da salute mentale ambienti e strategie.

Sono passati ormai decenni dall’unanime riconoscimento, da parte di tutta la comunità scientifica internazionale ( Organizzazione Mondiale Sanità ), delle conseguenze devastanti ( irreversibili regressioni, depersonalizzazione, anti - terapeuticità ) dell’istituzionalizzazione e della segregazione in strutture totalmente emarginanti dei sofferenti psichici; ma taluni psichiatri riprendono ad enfatizzare l’origine organicista della malattia mentale, adottando prevalentemente un approccio ambulatoriale e valorizzando l’effetto prodigioso dello psicofarmaco. Una psichiatria moderna, non può ignorare la compresenza di una complessità di fattori biologici- psicologici- ambientali, che rappresentano le cause dell’insorgenza e dell’evoluzione del disturbo mentale. Il sottovalutare i molteplici aspetti è alla base del crescente fallimento di una prevenzione, diagnosi e cura del disagio psichico, fondato esclusivamente sul modello biologico e relazionale di tipo unidirezionale, che prevede esclusivamente un ruolo passivo del paziente, non considerandone la specificità, il contesto familiare e le reti sociali in cui è collocato.

Il disturbo mentale dalle forme meno a quelle più gravi, va invece inquadrato come un fenomeno interattivo, per cui l’approccio dovrebbe seguire un’impostazione dinamico- ecologica, finalizzato a promuovere benessere psicofisico. Si deve iniziare a prendere coraggio di sperimentare nuovi sistemi terapeutici di agire progettuale, abbandonando alcune pseudo- terapie che tendono ad uniformare gli individui, omologandoli in attività spesso depersonalizzanti.

E’ necessario andare oltre la malattia psichica, ridando identità e unicità a chi ne è ferito, perché anche nella sofferenza si è persona, con i propri desideri affettivi- emotivi- relazionali. Dare speranza significa arricchire l’esistenza “dell’altro da noi” di rapporti caratterizzati da reciprocità, dialogo, rispetto, vicinanza emotiva e condivisione.

lunedì 19 maggio 2008

Nuoro: detenuto chiede da 9 anni carcerazione vicino a famiglia


Prima, 19 Maggio 2008
dalla Redazione del Centro Studi

di Ristretti Orizzonti www.ristretti.it


"Un detenuto barese, ristretto da nove anni a Nuoro, chiede il trasferimento a Taranto per poter essere il più vicino possibile al figlio affetto dalla sindrome di Marfan una malattia rara, poco conosciuta, e da altri gravi disturbi. Nonostante le istanze presentate e l’interessamento del Garante dei detenuti di Nuoro, non ha ancora ricevuto alcuna risposta dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero di Giustizia".


Ne da notizia la consigliera regionale socialista Maria Grazia Caligaris, che ha ricevuto il disperato appello di Giandonato Sciacovelli che sta scontando una pena definitiva a 30 anni di carcere. "È un caso palese - sottolinea la consigliera socialista - di violazione della normativa che prevede la territorializzazione della pena per consentire al detenuto di poter espiare la condanna in istituto il più vicino possibile al luogo di residenza della famiglia in modo che gli possano essere garantiti i colloqui con la moglie e i due figli, in particolare con quello ammalato. Giandonato Sciacovelli peraltro non ha alcun motivo per subire una pena aggiuntiva - la lontananza dalla famiglia e dai figli. È insomma una situazione che si configura come un assurdo accanimento".


"Nei dieci anni di reclusione - afferma l’esponente socialista - il detenuto ha mantenuto un comportamento irreprensibile senza alcun richiamo o provvedimento disciplinare. Correttezza riconosciutagli dal magistrato di sorveglianza di Taranto che, quest’anno, in occasione di un processo, gli ha concesso due giorni di permesso da trascorrere in famiglia. Nonostante ciò, e il rinvio del dibattimento di poco più di due mesi, per disposizione del Dap, è stato nuovamente trasferito a Nuoro".


"Il detenuto, che ha corredato le istanze e gli appelli per il trasferimento con una dettagliata documentazione sanitaria sulla sindrome di Marfan e sulle altre patologie di cui è affetto il figlio, non riesce a rendersi conto - prosegue Caligaris - del perché debba continuare la detenzione a Nuoro, località pressoché irraggiungibile, anche per i disagi ed il costo del viaggio, dalla moglie e dai due figli ritenendo peraltro che avendo scontato un terzo della pena, siano venuti meno i motivi legati alla pericolosità che l’avevano motivata".


"I funzionari responsabili del Dap devono esaminare la posizione di ciascun detenuto con riferimento alle diverse condizioni familiari in modo da attuare quanto previsto dalla Legge e dall’Ordinamento penitenziari. Soltanto così - ha concluso la consigliere socialista - la dislocazione nei diversi istituti risponderebbe alla volontà del legislatore che ha riconosciuto, a chi sconta il proprio debito con la giustizia, il diritto all’affettività nel rispetto del principio della rieducazione della pena riconosciuto dalla Costituzione. Si otterrebbero, inoltre, consistenti risparmi per le casse dello Stato riducendo, almeno le distanze delle continue traduzioni da una città all’altra. Senza questa umanizzazione dei rapporti, la detenzione risulta improntata a una visione punitiva e burocratica controproducente".


(nell'immagine) Claudia Iozzo - "Astratto"


domenica 18 maggio 2008

L'arresto dell'anatomo patologo aggrava la storiaccia dell'ambulante morto: malasanità, illegalità, brutto corporativismo.


L'altra Voce, domenica 18 maggio 2008

Davvero una brutta cruciale svolta gli arresti domiciliari per Antonio Maccioni, il primario di anatomia patologica dell'ospedle SS Trinita di Cagliari. Le pesanti accuse al medico mosse dal gip Daniela Amato (soppressione di parti da cadavere, favoreggiamento, falso materiale e ideologico) rilanciano pesantemente le accuse per le quali sono stati rinviati a giudizio il dott. Gian Paolo Turri e la collega Maria Cantone, il primo sospeso per cinque anni da primario dalla Asl 8 (con grandi e rumorose proteste corporative e anche politiche), la seconda dimissionaria. Se Maccioni fosse rinviato a giudizio, si avrebbero due processi attorno a una sola tragica vicenda: la morte dell'ambulante quartese Giuseppe Casu, morto inn oscure circostanze dopo stato arrestato per resistenza ai vigili urbani di uaru dopo l'ennesimo megamulta inflittagli, portato al SS Trinità per un trattamento pschiatrico coatto.

Seguito dalla Cantoni, il poveretto è stato tenuto sedato farmacologicamente e allo stesso tempo legato al letto. Il che gli avrebbe provfocato una tromboloembolia che ne ha provocato la morte, subito contestata dalla famiglia fino all'apertura di un'inchiesta che ha condotto al rinvioa Giudizio di Turri e Cantone. La sospensione dal servizio di Turri, dopo iol rinvio a processo, aveva scatenato una pesante campagna di sostegno e protesta da parte di moolti pischiatri, con paginate di pubblicità sull'Unione Sarda (nella prima, con rara sensibilità, non si nominava nanche il povero ambulante morto), col quotidiano scatenato con articoli e interviste a fianco dello psichiatra.

A questo punto il nostro giornale, con un qaualificato collaboratore Darwihn e poi col professor Gianluigi Gessa, pubblicav un articoolo e unìintervista di civile ma dura replica alla campagna unilaterale a favore del Turri, di fatto contro la magistratrura e soprattutto della Asl 8, rea di aver sospseso Turri dal servizio. Erano poi scese in campo sul nostro giornale, in polemica con l'Unione, un'associazione per l'aasssistenza ai malti psichiatrici e la famiglia dellìambulante.

Ora il colpo di scena che inquadra la tragedia in uno scenario sconvolgente. L'anatomo patologo arrestato è accusato di aver fatto sparire i reperti anatomici usati per l'autopsia e di averli sostituiti con quelli di un altro paziente morto ugualmente per embolia (ma da tumore, escluso nel caso dell'ambulante) per coprire le eventuiali responsabilità di Turri e Cantone. Dunque Antonio Maccioni avrebbe agito all'interno di una vicenda ospedaliera che a questo punto nonn sarebbe più una ordinaria di malasanità finita tragicamente ma aggravata dalla copertura corporativa contro la legge offerta dalol'anatomo patologo che avrebbe fatto scomparire per la giustizia le prove materiali delle eventuali responsabità degli psichiatri.

Una pessima storia sulla quale riproduciamo gli articoli che in solitudine l'Altravoce aveva pubblicato in marzo e aprile, nel pieno della campagna di stampa e corporativa, unilaterale e vagamente intimidatoria, a favore degli psichiatri. Due "documenti" ch inquadrano bene il pessimo clima costruiito attorno a una tragedia che è costata la vita a un poveraccion trattaton da vivio e da morto come un treascurabiole oggetto non come una persona.

(red)

(nell'immagine) Rosalinda Marchiafava - Dipinto Astratto

Immigrazione: Ferrero: la Bossi-Fini? genera clandestinità!


Dire, 17 Maggio 2008

dalla Redazione del Centro Studi
di Ristretti Orizzonti www.ristretti.it


"La Bossi-Fini produce clandestinità così come la mia auto produce gas di scarico". L’ex ministro per la Solidarietà Sociale, Paolo Ferrero (Prc), è intervenuto questa mattina ad Omnibus su LA7 in merito a immigrazione e sicurezza. "Le misure proposte dall’attuale governo sono demagogiche e razziste - ha detto Ferrero - e non fanno altro che accrescere la paura". "Con il centrodestra ha vinto la semplificazione, ha spiegato, aggiungendo: le loro proposte sono certo più rapide e più forti, ma solo nel tempo ne verificheremo l’efficacia. Tra due anni capiremo che è tutto fumo e niente arrosto".


E ancora: "la Bossi-Fini produce clandestini: nessun datore di lavoro convoca da un altro Paese un lavoratore che neppure conosce. Questi clandestini - ha continuato Ferrero - servono oggi a mandare avanti quella buona fetta di lavoro in nero che oggi esiste in Italia. Introdurre il reato di immigrazione clandestina, poi, significherebbe spendere risorse per costruire nuove carceri". "Ciò che serve - ha concluso Ferrero - sono programmi di inserimento. Dove è stata attuata, la politica di integrazione ha funzionato".



giovedì 15 maggio 2008

Radicali: interrogazione su morte detenuta incinta


Agenzia Radicale, 15 Maggio 2008
dalla Redazione del Centro Studi

di Ristretti Orizzonti www.ristretti.it

Interrogazione di Donatella Poretti e Marco Perduca al ministro della Giustizia.


Premesso che l’Associazione Antigone ha denunciato lo scorso 8 maggio la morte in circostanze non chiare nel carcere di Venezia di una donna al sesto mese di gravidanza; la donna sarebbe giunta all’ospedale ormai in coma e con il bambino morto in grembo; la donna, straniera, era apparentemente appena giunta in Italia ed aveva confessato al magistrato di aver ingerito alcuni ovuli di cocaina;


l’articolo 275, comma 4, del Codice di procedura penale vieta la carcerazione preventiva per donne incinta a meno che non sussistano esigenze di rilevanza eccezionale: "Non può essere disposta la custodia cautelare in carcere, salvo che sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, quando imputati siano donna incinta o madre di prole di età inferiore a tre anni con lei convivente, ovvero padre, qualora la madre sia deceduta o assolutamente impossibilitata a dare assistenza alla prole, ovvero persona che ha superato l’età di settanta anni".


Per sapere: quali fossero le "esigenze eccezionali" che hanno determinato la carcerazione preventiva della donna invece di un ricovero in struttura ospedaliera; se sono stati effettuati, prima della carcerazione, accertamenti sanitari per verificare l’effettivo stato di salute della donna e del feto, anche a seguito dell’ammissione della stessa al magistrato di aver ingerito ovuli di cocaina; se nel carcere la donna è stata seguita adeguatamente dal presidio medico lì presente; se e come intende punire eventuali responsabilità del magistrato e/o del direttore del carcere in questione.


(nell'immagine) Teresa Sciortino - Serie Omaggio alla Madre

Europa: sieropositivo 10% dei detenuti e 20% delle donne


Asca, 15 Maggio 2008
dalla Redazione del Centro Studi

di Ristretti Orizzonti www.ristretti.it

L’Aids è un problema sempre più al femminile. Lo evidenziano gli ultimi studi e le rilevazioni illustrate oggi a Roma in occasione del Seminario Europeo "European In and Out Project", dedicato alla diffusione e alla cura della malattia nelle carceri, secondo i quali la percentuale delle donne non tossicodipendenti che risultano sieropositive è arrivata a toccare il 10% dei detenuti (circa 63%) che hanno accettato di sottoporsi al test.


Più precisamente - ma i dati, avvertono i clinici, sono in divenire - secondo uno studio effettuato in Spagna, Germania, Scozia, Lombardia per l’Italia, e nel carcere di Odessa per l’Ucraina, su 19.772 detenuti 12.560 hanno accettato di sottoporsi al test per l’Hiv e 1.351 (circa il 10,8%) sono risultati positivi. Le donne erano 1.414, il 7,1% del campione. Di queste, hanno fatto il test l’80,4%, risultando positive nel 21,1% dei casi. Ma il dato preoccupante è che le non tossicodipendenti rivelano percentuali di positività superiori almeno 25 volte al dato relativo ai sieropositivi nella popolazione generale.


Spiega all’Asca il prof. Sergio Babudieri, dell’Istituto Malattie Infettive dell’Università di Sassari: "Mentre ci si aspetta il dato di una percentuale di sieropositive del 28,6% fra le tossicodipendenti, sorprende il 15,8% registrato fra donne non tossicodipendenti. Si tratta, dunque, di soggetti che vivono in situazioni di marginalità e per i quali il carcere diventa il luogo dove la malattia viene intercettata. Sono donne per le quali la salute non è un bene primario perché vivono al limite della sopravvivenza e il carcere è l’unico luogo dove possono trovare educazione sanitaria e cure".


Gli Istituti penitenziari, dunque sarebbero non un amplificatore, "ma un concentratore di patologia dal momento che ospitano prevalentemente individui appartenenti a strati socio-culturali che, soprattutto durante la permanenza in libertà meno sentono il bisogno di salute come necessità primaria". "Il penitenziario - spiega Babudieri - per il 17,1% dei pazienti è l’occasione per iniziare la terapia" , anche se poi solo il 42,% assume regolarmente i farmaci, non perché questi non siano disponibili ma perché tutto è molto è affidato alla buona volontà del paziente. "Non si ricorda mai abbastanza che la Salute in carcere è salute pubblica. Protezione della salute all’interno è anche salute fuori".


Dalla sua identificazione ad oggi l’Aids ha ucciso nel mondo più di 20 milioni di persone e la pandemia, nonostante i fondi erogati e gli sforzi per consentire l’accesso alle terapie antiretrovirali, continua ad espandersi. Secondo stime Unaids alla fine del 2005 erano circa 39 milioni gli adulti ed i bambini affetti dall’infezione, di cui circa la metà costituita da donne di età superiore ai 15 anni. In Italia la Lombardia è la regione più colpita con un tasso di incidenza del 5,8 su centomila abitanti, seguita dall’Emilia Romagna, la Liguria, l’Umbria e il Lazio.


No alla persecuzione dei rom, Il razzismo rende tutti più insicuri


No alla persecuzione dei rom
Il razzismo rende tutti più insicuri

Dichiarazione della Presidenza nazionale Arci


Gli attacchi al campo rom nel quartiere di Ponticelli sono il frutto avvelenato di un clima culturale che si sta pericolosamente diffondendo nel Paese e che rischia di farci piombare nella barbarie. Il senso di spaesamento, l’insicurezza diffusa, la solitudine prodotta dalla frammentazione di comunità un tempo coese e solidali, sono state strumentalmente piegate ad un’interpretazione della sicurezza riduttiva e discriminante. Si è voluta alimentare una pericolosa “sindrome del nemico”, più rassicurante perché facilmente individuabile e contrastabile. Il nemico è il “diverso”, il migrante, il rom, o anche il tuo concittadino se assume atteggiamenti non “conformi” , come a Verona.

Il rischio è di trasformare questo Paese, le sue città, i loro quartieri in tante fortezze chiuse.
Napoli è sempre stata una città aperta, un ponte verso il Mediterraneo. Colpisce che questa violenza avvenga proprio lì. D’altra parte, nominare un commissario straordinario all’emergenza rom a Milano, è come soffiare sul fuoco.

Il messaggio che ne deriva è che esiste un’emergenza, che questa si identifica con una popolazione, e che questa va affrontata come problema di ordine pubblico. Vorremmo ricordare che l’Europa ha semmai un debito verso i rom, sempre perseguitati e, dopo gli ebrei, le maggiori vittime dello sterminio nazista. Compito del commissario sarebbe quello di procedere allo sgombero dei campi nomadi nell’area metropolitana. Anche noi riteniamo che una vera politica d’accoglienza richiederebbe non un ammasso di baracche in zone degradate, ma abitazioni dignitose. Lo sgombero senza soluzioni alternative diventa persecuzione. Non di commissari straordinari c’è bisogno, ma di risorse e programmi per il superamento dei campi.

Riteniamo inoltre necessario il coinvolgimento degli stessi rom per programmare qualsiasi decisione che li riguardi. La campagna elettorale è finita. E’ l’ora di metter mano a provvedimenti che risolvano positivamente i problemi anziché crearne altri e che mettano al riparo il nostro paese da una pericolosa involuzione democratica.

Roma, 14 maggio 2008

sabato 10 maggio 2008

Nel Trentennale della Legge 180

Associazione Sarda per l'Attuazione della Riforma Psichiatrica
Forum Sardo Salute Mentale
organizzano

Nel Trentennale della Legge 180
"Ogni persona per ciò che è nel rispetto della dignità e nella libertà!"

14 MAGGIO
Presentazione del libro fotografico

"L'interruttore del buio"

con la partecipazione di Giacomo Saviozzi

Aula Magna Scienze Politiche - ore 17:00

Aderiscono all'iniziativa:
ARCI Sardegna - Funzione Pubblica CGIL - CGIL Medici - Cada Die Teatro - Associazione 5 Novembre - Circolo del Cinema - FICC Laboratorio 28 - Solidarietà Consorzio Cooperative - ARAP Sardegna - Coop. Soc. Il Giardino di Clara - Coop. Soc. Giardino Aperto - Coop. Soc. ASARP Uno - Ass. AFARP - Ass. Fiori di Luna - Ass. Il Labirinto - Ass. ABC - Centro di Documentazione e Studi delle Donne - Ass. Albeschida - Ass. Gruppo Insieme
Col contributo di:
Assessorato Regionale Igiene e sanità e dell'Assistenza sociale
Provincia di Cagliari
ASL n° 8
Unione Nazionale Associazioni per la Salute Mentale
Fondazione Franco Basaglia

immagine tratta da www.cantoambrosiano.com

giovedì 8 maggio 2008

Venezia: Antigone; detenuta incinta morta, assurdo e disumano

Dire, 8 maggio 2008
dalla Redazione del Centro Studi
di Ristretti Orizzonti www.ristretti.it


"È assurdo e disumano morire in carcere in stato di gravidanza. Ci indigna e dovrebbe indignare tutte le coscienze la morte di Flor Castello, detenuta venezuelana di 33 anni che era in carcere a Venezia nonostante fosse al sesto mese di gravidanza. Ha raggiunto l’ospedale ormai in coma e con il bambino morto in grembo". A raccontare questa storia è Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, associazione per la tutela dei diritti dei detenuti, che afferma come la donna "al giudice, pare, avesse raccontato di aver ingerito ovuli di cocaina per 1.400 euro che le servivano per mantenere gli altri due figli di 2 e 3 anni. Queste - prosegue - sono le storie degli immigrati che tanto ci fanno paura e sulla pelle dei quali si vincono e anche si perdono le elezioni".


La vita umana, secondo il presidente di Antigone, "oramai non conta più niente. Una povera donna disperata incinta viene trattata come una criminale. Che senso aveva l’applicazione della misura cautelare? Quale pericolo per la società poteva costituire una donna incinta al sesto mese?". Per Gonnella, infine, "se si fosse privilegiato l’aspetto sanitario su quello punitivo oggi Flor Castello forse sarebbe viva, e con lei suo figlio, che certo non aveva alcun carico penale. Pretenderemo che si faccia piena luce sulle responsabilità in questo drammatico episodio".


(nell'immagine) Pompeo Borra - Madre con bambino

Immigrazione: e l’Unione Europea alza i muri contro i deboli

di Gennaro Santoro


L’Inkontro, 7 maggio 2008

dalla Redazione del Centro Studi

di Ristretti Orizzonti www.ristretti.it


Il 7 maggio sarà un giorno di mobilitazione europea per gridare un secco no all’Europa del filo spinato e dei corpi reclusi nei centri di detenzione per cittadini extra Ue. Il Consiglio, la Commissione e il Parlamento dell’Unione hanno raggiunto un accordo per l’adozione di una direttiva sulla detenzione amministrativa e l’espulsione dei cittadini stranieri, la cosiddetta "direttiva rimpatri", che fornirà regole omogenee in tutti gli Stati membri. Il testo legislativo approderà all’Europarlamento per il voto finale il 4 giugno prossimo.


La nuova direttiva nasce da una proposta approvata il 12 settembre 2007 dalla Commissione Libertà Civili, Giustizia ed Affari Interni (LIBE) del Parlamento Ue con il voto favorevole di tutti i gruppi politici ad esclusione della Sinistra unitaria.

A destare preoccupazione è soprattutto la durata della detenzione amministrativa che potrà arrivare fino a 6 mesi prorogabili, in determinate ipotesi, fino ai 18. Al momento attuale in Italia la detenzione nei Cpt può durare 1 mese (prorogabili fino ad un massimo di 2), mentre in Francia questo tipo di detenzione dura 32 giorni.


Le nuove previsioni affiderebbero ai legislatori nazionali piena discrezionalità per stabilire quando prorogare la detenzione fino ai 18 mesi in quanto ricorrono "rischi di fuga" o una "minaccia per l’ordine pubblico". Tale discrezionalità e la maggiore durata della detenzione amministrativa legittimeranno la utilizzazione dei centri di detenzione per stranieri come strutture destinate a sanzionare la presenza irregolare, piuttosto che come luoghi nei quali si rimane il tempo strettamente necessario per la esecuzione dell’espulsione.


L’Europa dunque, un tempo culla del diritto e dell’ospitalità per i richiedenti asilo, si appresta a potenziare il suo arsenale legislativo contro i sans papiers, sferrando un attacco senza precedenti al diritto di emigrare. Diritto spesso agito in nome della fame e della povertà, che caratterizzano il nostro mondo globalizzato. Ancora una volta, dunque, solo gli aspetti più repressivi e securitari determinano le politiche europee.


I principi codificati in norme internazionali - come, ad esempio, il non refoulement dei richiedenti asilo (Convenzione di Ginevra del 1951) e l’interesse superiore dell’infanzia (Convenzione Internazionale sui Diritti dell’infanzia 1990) - non sono garantiti da nessuna disposizione specifica della direttiva. Rimane altresì elusa la garanzia del principio sospensivo del ricorso contro la decisione di allontanamento forzato. Così come non sono previste indicazioni soddisfacenti per impedire il trattenimento di minori non accompagnati e per adempiere al principio del non refoulement verso determinati Paesi, come ad esempio la Libia, che sono ben lontani dal rispetto dei diritti fondamentali della persona, e che neppure hanno ratificato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati.


L’Europa non può e non deve criminalizzare degli esseri umani la cui sola colpa è quella di avere esercitato "il diritto di lasciare il proprio paese", diritto esplicitamente enunciato dalla Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo. Politiche liberticide, di contenimento di corpi reclusi in attesa di espulsioni. Politiche che mirano a costruire un’Europa fortezza, esacerbano le tensioni alimentando il razzismo e la xenofobia. Politiche inefficaci, dispendiose e irriverenti dei diritti minimi della persona. Per queste ragioni non resta che aderire alla mobilitazione che la Federazione francese delle associazioni di Solidarietà con i lavoratori immigrati (Fasti) ha organizzato contro la c.d. direttiva rimpatri per il 7 maggio a Bruxelles (alle 12.30, Place Schuman) e nei 27 paesi UE (davanti alle prefetture e ai centri di detenzione).


(nell'immagine) Kathryn Doherty - Astratto a colori 2

mercoledì 7 maggio 2008

Così si muore in silenzio nelle carceri del Belpaese

di Barbara Carcone


Peacereporter, 6 aprile 2008

dalla Redazione del Centro Studi

di Ristretti Orizzonti www.ristretti.it


Dall’inizio dell’anno più di trenta detenuti sono morti nei penitenziari italiani. Di questi, undici si sono suicidati. Sono i dati raccolti nell’ambito del monitoraggio "Morire di carcere", consultabile sul sito internet www.ristretti.it. Aggiornate al mese di aprile, queste stime si basano su informazioni raccolte dai giornali e agenzie di stampa, ma più spesso da comunicazioni di volontari e parenti dei detenuti. Informazioni faticosamente costruite, non ufficiali, né certamente complete. I decessi dei detenuti tendono a sfuggire all’attenzione pubblica e, non di rado, vengono trascurate più o meno distrattamente dalle autorità competenti.


Sandro di Niso è morto in cella all’età di 35 anni, secondo il medico legale, per "errore" mentre si drogava. È svenuto con la testa in un sacchetto di plastica senza riuscire a riprendersi dopo aver sniffato gas da un fornelletto per riscaldare le vivande. Una pratica usuale tra i tossicodipendenti internati. Orazio I. è morto nel reparto di isolamento del carcere di Frosinone per arresto cardiaco. Lo stesso è accaduto nel carcere di Regina Coeli a Stefano M. , deceduto nella notte tra il 22 e il 23 aprile. Entrambi erano in condizioni di invalidità psichica grave. Aldo Bianzino è stato trovato morto nella sua cella di isolamento del carcere di Perugia: un’inchiesta in corso sta verificando le responsabilità della morte, che pare essere stata causata da un pestaggio da parte dei carcerieri.


Overdose, scioperi della fame, violenze, pestaggi, malattie curate male o non curate affatto, stati di degenza mentale e fisica: così si muore nelle prigioni italiane per "cause naturali". Oppure ci si impicca con un lenzuolo. I decessi in carcere sono per buona parte suicidi, quelli che Adriano Sofri ha descritto come la "forma di evasione più diffusa e subdola": un terzo dei 1.200 casi di decesso rilevati dal dossier "Morire di carcere" dal 2000 ad oggi.


L’apparato medico sanitario e le strutture assistenziali che si occupano dei detenuti lasciano molto a desiderare, così come le indagini giudiziarie che dovrebbero chiarire le circostanze di morte nelle prigioni. Spesso messi a tacere o soffocati dall’indifferenza dei media, questi decessi rivelano la presenza di realtà taciute e responsabilità mancate, di chi è colpevole direttamente o comunque non fa abbastanza per impedirle.


In base al Decreto Legislativo 230/99, i diritti di assistenza sanitaria e cure mediche dei detenuti avrebbero dovuto essere equiparati a quelli dei cittadini in stato di libertà, passando dalla responsabilità del ministero di Giustizia a quello della Sanità. Tuttavia in nove anni poco è cambiato e il numero dei decessi per cause di salute sono aumentati progressivamente. "I cittadini privati della libertà sono sotto la responsabilità e la tutela dello Stato ancora di più dei cittadini in libertà", spiega il sottosegretario di Stato alla Giustizia, Luigi Manconi.


Le morti classificate per "cause naturali", spesso per arresto cardiaco, sottintendono situazioni in cui i soggetti in questione verserebbero in condizioni psico-fisiche tali, da concludere che il carcere forse non è il luogo dove dovrebbero trovarsi: "il numero dei soggetti che teoricamente sarebbero adatti alla vita in carcere è ridottissimo: si tratta dei soggetti di comprovata pericolosità sociale.

Tutti gli altri, che soffrono di squilibri psichici o patologie fisico mentali più o meno gravi, e più in generale tutti coloro che non recherebbero danno alla società, non dovrebbero essere internati in istituti di detenzione. Nei fatti il sistema penitenziario accoglie molte più persone di quante possa prendersi cura."


Manconi smentisce tuttavia la trascuratezza nelle indagini giudiziarie per chiarire le morti in circostanze controverse, rilevando una volontà precisa delle autorità in tal senso. A tal proposito porta in esempio la vicenda di Bianzino: "in questo caso specifico, che ho seguito personalmente, le indagini non sono state né frettolose né superficiali. Anche se l’esito non è prevedibile, e le responsabilità penali sono ancora da definire, si evidenziano una serie di comportamenti superficiali e sbrigativi. Questi sono dati di fatto, per fare luce sui quali, gli uffici amministrativi e giudiziari competenti hanno avviato una inchiesta seria".


(nell'immagine) Gianni Maria Tessari - Astratto


martedì 6 maggio 2008

Oristano: Liberiamoci dalla necessità del Carcere!

Apprendiamo dalle agenzie di stampa la tragica morte di Marco Pes, avvenuta nella casa circondariale di Piazza Mannu ad Oristano a causa di pestaggio avvenuto ieri in quel carcere.
Da anni, denunciamo con forza la situazione interna al carcere di Oristano, denunciamo la situazione igienico sanitaria ed architettonica di quella struttura di pena, una delle più fatiscenti ed arretrate di Italia, dove ancora esistono le bocche di lupo,denunciamo il fatto che in tale struttura vi sia da sempre un alto numero di detenuti tossicodipendenti che male vengono curati.
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ELEONORA CASULA
segreteria regionale PRC SE area diritti civili e migrazioni

(nell'immagine) Arazzo di Dougall - Autunno Astratto

sabato 3 maggio 2008

Oristano: detenuto di 42 anni muore, stroncato da un infarto

Oristano: detenuto di 42 anni muore, stroncato da un infarto


L’Unione Sarda, 3 maggio 2008


Arresto cardio-circolatorio: è il primo risultato dell’autopsia effettuata su Marco Pes, 42 anni, di Sardara, soccorso nel carcere di piazza Mannu martedì notte. L’uomo era stato aggredito in cella pochi giorni prima. Ma l’episodio non sarebbe collegato alla morte.


Ma saranno necessari i risultati degli esami istologici per avere la certezza sulla causa del decesso di un detenuto della casa circondariale di Oristano, Marco Pes, 42 anni di Marrubiu, morto giovedì scorso all’ospedale civile dopo un inutile tentativo di rianimazione. Secondo il primo esito dell’autopsia eseguita dal medico legale Roberto Demontis, l’uomo sarebbe morto per cause naturali, stroncato da un infarto.


L’inchiesta avviata dalla magistratura di Oristano dovrà anche chiarire eventuali collegamenti tra il decesso e un’aggressione subita da Pes sabato scorso da parte di un detenuto che divide la cella con lui. Le lesioni non sarebbero state gravi: dopo gli accertamenti e gli esami radiologici effettuati negli ospedali di Oristano e Nuoro, Pes, era stato dimesso senza particolari prescrizioni.


Risale, invece, alla notte tra martedì e mercoledì scorsi il malore che ha poi portato al decesso. All’alba il detenuto era stato soccorso dai medici del carcere, intervenuti per rianimarlo con il defibrillatore in uso all’interno della casa circondariale. Quando sono arrivati anche gli operatori sanitari del 118, sembrava che Pes potesse farcela, ma così non è stato: ricoverato all’ospedale civile di Oristano è morto nella giornata di giovedì.


Oltre all’inchiesta della Procura della Repubblica, la direzione del carcere ha aperto un’inchiesta interna. È il secondo fatto grave che si verifica nel carcere di Oristano nell’arco di pochi mesi. A gennaio un detenuto era morto per un’overdose di eroina.


(nell'immagine) Marco Bonvini - olio su cartone

venerdì 2 maggio 2008

Lazio: Stefano, Mihai e Orazio, 3 detenuti morti in sette giorni

Lazio: Stefano, Mihai e Orazio, 3 detenuti morti in sette giorni

Liberazione, 2 maggio 2008


Sono morti nel giro di una settimana all’interno di tre carceri del Lazio, Frosinone, Viterbo e Regina Coeli, ed avevano una cosa in comune: erano affetti da gravi problemi psichici. La notizia del duplice decesso è stata resa nota dal Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti Angiolo Marroni.


Stefano M., 40 anni, invalido al 100%, è morto la notte tra il 22 e il 23 aprile a Regina Coeli dove era da un anno in custodia cautelare. Stefano (con diversi ricoveri in ospedali giudiziari alle spalle) aveva avuto comportamenti aggressivi verso se stesso e verso gli altri e, per questo, dopo essere stato anche ricoverato in osservazione psichiatrica.


Orazio I., 35 anni, tossicodipendente, era arrivato nel carcere di Frosinone, proveniente da Regina Coeli, il 5 aprile scorso. È stato trovato senza vita l’altro ieri mattina nel reparto d’isolamento. Subito dopo essere arrivato a Frosinone, aveva avuto comportamenti violenti e aggressivi, tentando più volte di farsi del male da solo e dando fuoco alla cella.


Si è tolto la vita impiccandosi nella sua cella. È accaduto nella tarda serata di ieri l’altro a Mammagialla. Vittima Mihai, un giovane romeno (era nato il 1° gennaio dell’88) residente nella Tuscia che era detenuto nel carcere viterbese dove doveva scontare un breve periodo di pena per una tentata rapina. Sentenza emessa dal Tribunale di Viterbo alla quale il giovane si era appellato.

Verso le 21 la macabra scoperta. Gli agenti addetti al controllo passando nuovamente davanti alla sua cella e non vedendolo sul letto hanno voluto vederci chiaro. Un ulteriore controllo da un altro spioncino ha permesso di constare che il ventenne romeno giaceva esanime con un laccio ricavato dal lenzuolo intorno al collo.


I soccorsi sono stati immediati ma per il poveretto non c’era più nulla da fare. Dopo le formalità di rito, protrattesi fino a notte inoltrata, la salma del giovane detenuto è stata trasferita all’obitorio dell’ospedale di Civita Castellana dove, su disposizione del magistrato inquirente, verrà eseguita l’autopsia. Un gesto inatteso quello di Mihai che ha colto di sorpresa tutti quelli che lo conoscevano come una persona molto tranquilla. E anche a Mammagialla non aveva mai creato problemi a nessuno.



*(nell'immagine) Donadio Francesca - Paesaggio Astratto


giovedì 1 maggio 2008

Oltre 52mila detenuti, la metà in attesa di giudizio

Oltre 52mila detenuti, la metà in attesa di giudizio

Il Tempo, 1 maggio 2008

dalla Redazione del Centro Studi

di Ristretti Orizzonti www.ristretti.it


Carceri, case circondariali, istituti di pena. Quanti modi per dire una cosa sola: disagio. La capacità detentiva, infatti, è arrivata alla soglia della tollerabilità: con un totale di 52.587 detenuti, il complesso dei 207 istituti penitenziari italiani presenta situazioni di grave bisogno in termini di vivibilità, di servizi carenti, di inefficienza organizzativa per quelle che sono le forze di polizia impiegate sul campo.


Per capire meglio l’atmosfera che si respira tra chi, non solo tra i detenuti, vede "il sole a spicchi", è necessario sciorinare una serie di dati relativi agli impressionanti ritmi di crescita della cosiddetta "permanenza carceraria": si calcola un’affluenza di mille unità al mese. E, a un’attenta lettura dei dati in esame, si riscontra la quasi totalità della capienza regolamentare superata in tutte le venti regioni del territorio nazionale. Uniche eccezioni l’Abruzzo, il Molise, la Sardegna, l’Umbria e la Valle d’Aosta. In altre regioni - Puglia, Marche e Trentino Alto Adige - la quota sta raggiungendo quella fatidica della tollerabilità. Soglia che in Emilia è stata già superata da tempo: a fronte di una detenzione "tollerabile" di 3.773 unità, si riscontra una presenza effettiva di 3.806 detenuti.


Ma non finisce qui poiché, inevitabilmente, al sovraffollamento si unisce una promiscuità detentiva anomala che non permette al poliziotto penitenziario di far fronte a quelle che sono le più elementari esigenze di sicurezza nelle sezioni. Tutto questo a fronte della situazione dei detenuti in attesa di giudizio che rappresenta il 56 per cento del totale e di un organico di 44.600 agenti (dei quali 42.000 attualmente presenti) che non ha avuto integrazioni dal 1992: quando i detenuti erano 35.000.


Osapp: carcere autorevole, per certezza della pena

Osapp; carcere autorevole, per certezza della pena


Apcom, 30 aprile 2008

dalla Redazione del Centro Studi

di Ristretti Orizzonti www.ristretti.it


"Ormai gli allarmi lanciati ogni mese per il sovraffollamento delle carceri diventano sempre più irreali, ma ci sembra ancora più irreale che un ministro degli Interni dichiari apertamente che la certezza delle pena sia la cosa più incerta in questo nostro Paese: come ad ammettere la propria disarmante incapacità a comprendere un fenomeno che coinvolge direttamente la realtà dei 207 istituti penitenziari italiani, e la vita di 42.000 uomini e di donne delle forze della Polizia Penitenziaria". Lo dichiara in una nota Leo Beneduci, segretario generale dell’Osapp, il sindacato della Polizia penitenziaria.


"Stando alle statistiche il 41% dei 51.000 detenuti, presenti oggi nelle carceri, è dentro per condanna definitiva, il rimanente 59% è in attesa di sentenza - spiega Beneduci - se ci interroghiamo sulle cause di questa situazione avvertiamo l’esigenza di puntare l’indice verso un sistema di norme che non consente la celebrazione di processi in tempi brevi e certi: pensiamo per esempio alla legge ex Cirielli, non modificata dal precedente Esecutivo, e che ha accorciato di molto i termini di prescrizione del reato, o a tutte quelle norme promesse nella Legislatura passata, che non hanno avuto il giusto esito nelle Commissioni parlamentari, ma che avrebbero rivisto i meccanismi di un processo penale oggi troppo farraginoso e lungo".


"A questa incapacità di sistema, troppo spesso appunto caratterizzato da una selva di norme contrastanti tra loro, abbiniamo l’incapacità dei nostri governanti - prosegue l’Osapp - a guardare con più previdenza una condizione penitenziaria che, allo stato dei fatti, rischia di trasformarsi in una bomba sociale molto pericolosa".


"Sosteniamo con forza che le risposte alle domande poste dal ministro Amato si possano ritrovare nella considerazione del carcere, e della sua funzione": per l’Osapp quindi "attivare l’idea di un ordinamento autorevole, come quella dell’istituto di pena, che fa scontare la pena, perché è il sistema Giustizia che lo consente, ma al tempo stesso concede la possibilità al detenuto di affrancarsi dalla propria condizione sociale, è un primo passo verso quell’immagine a cui ci auguriamo il Nuovo Governo potrà tendere in futuro".


Don Ettore Cannavera, riflessioni da "La Collina"

i Blog di Associazione 5 Novembre, Precarinlinea e Precariola uniti per intervistare Don Ettore Cannavera , fondatore della comunità di accoglienza "La Collina", rivolta a giovani-adulti, di età compresa tra i 18 ed i 25 anni, che vengono affidati dalla Magistratura di Sorveglianza come misura alternativa alla detenzione. Un interessante intervista sui temi della Giustizia, del Carcere, del precariato giovanile e della cultura della Solidarietà e dell'accoglienza.

Il Notiziario Quotidiano sul Carcere

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