martedì 26 febbraio 2008

Riflessioni sul Carcere, oltre le sbarre dell'Ingiustizia

Conferenza per i Diritti dei Detenuti

Cagliari, Lunedì 17 Marzo


Ore 16:30

Teatro Nanni Loy - Via Trentino

Partecipano:

Francesco Caruso - Parlamentare indipendente PRC-SE
Cristina Cabras - Criminologa - Università di Cagliari
Franco Uda - vicepresidente CNVG - Presidente ARCI Sardegna
Riccardo Arena - Direttore Radio Carcere
Gennaro Santoro - Coordinatore Associazione Antigone
Gisella Trincas - Asso. sarda attuazione riforma psichiatrica

Don Ettore cannavera - Comunità la collina - Presidente CRVG

Introduce: Roberto Loddo - Associazione 5 Novembre - GC Cagliari Dip. Diritti Civili
Coordina: Piersandro Pillonca - Giornalista Sardegna1

Per ora, hanno aderito, ed interverranno: Alessia Camedda Presidente Arci Cagliari.
Eleonora Casula segreteria regionale PRC-Se Area diritti civili, associazione "gatoobrero". Paolo Pisu - Commissione Diritti Civili Consiglio Regionale. Alessandra Bertocchi - Comitato oltre il Carcere: Libertà e Giustizia - Coordinatrice Asso. Volontariato Provincia di cagliari - Giacomo Meloni Segretario Generale CSS Confederazione Sindacale Sarda
Oscar Riccio
- Psichiatra
Leonardo Filippi - Docente di Diritto Penitenziario


Mostra dei quadri sulla Giustizia e la Libertà
di Federico Carta e Marta Anatra.

Spettacolo Musicale e Teatrale
"Di respirare la stessa aria..."

regia Roberto Pinna
con Tino Petilli, Nanni Sortino, Sergio Soi e Lucia Muzzetto.
al Flauto Davide Antinori
musiche di Simona Deidda
al Pianoforte Gianluca Erriu

Reading delle Poesie scritte dai detenuti
lette dall'attrice Marta Proietti


Pensiamo che il carcere sia da tempo diventato una sorta di sostituto autoritario delle politiche di welfare. Le logiche di privatizzazione e lo smantellamento di servizi essenziali, il taglio di risorse per le politiche sociali, la crisi e ristrutturazione del sistema di welfare producono un effetto di maggiore incarceramento delle povertà e dell’esclusione sociale: immigrati, malati psichici, senza dimora e tossicodipendenti sono i volti del disagio più rappresentati nelle statistiche penitenziarie. Per questi motivi, stiamo organizzando una Giornata per i diritti umani e civili dei detenuti e delle detenute.

Associazione 5Novembre, Giovani Comunisti e Fgci di Cagliari, l'ELSA, l'ARCI, Associazione Antigone, Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia.

inoltre, hanno aderito:
Associazione Culturale ARC Comitato oltre il Carcere: Libertà e Giustizia, Cagliari Social Forum, Associazione Centofiori, Associazione "Gato Obrero", Asarp, Associazione Sarda per l'Attuazione della Riforma psichiatrica, Radio Carcere, Associazione Arci Carovana Sarda della Pace, Assotziu Consumadoris Sardigna, CSS Confederazione Sindacale Sarda, Comitato NOalG8, Associazione "Peppino Asquer"

per informazioni, adesioni, suggerimenti e critiche:
http://associazione5novembre.blogspot.com/
bastacarceri@hotmail.it

associazionediritticivili@yahoo.it

cellulare: 3316164008

Giustizia: nelle carceri dell’Ue ci sono oltre 600mila detenuti


di Davide Madeddu



L’Unità, 25 febbraio 2008


Tutti in prigione o quasi. Poco importa poi se gli spazi sono pochi e magari ristretti. Il numero dei detenuti che scontano una pena o attendono un processo dietro le sbarre continua a crescere. Non solo in Italia ma anche negli altri paesi che fanno parte dell’Unione europea. Che ci si trovi in Italia o in Gran Bretagna o in altri centri europei poco importa.


Il numero dei detenuti, che scontano pene definitive o sono in attesa di giudizio, ha superato il mezzo milione di unità. I dati elaborati dall’Epsu, il sindacato internazionale che si occupa dei problemi legati al mondo penitenziario cui aderisce anche la Cgil, parlano di 600mila persone detenute in Europa.


Una popolazione che, a leggere i dati elaborati dai sindacati fa registrare un sovraffollamento nella maggior parte delle prigioni d’Europa, dall’Italia alla Francia, dal Belgio alla Gran Bretagna. I dati, elaborati dalle organizzazioni sindacali che si occupano di carceri nei diversi stati europei, parlano di una crescita della popolazione carceraria europea di circa il 25 per cento.


"La maggioranza delle carceri nell’Ue si trova ad affrontare un problema di sovraffollamento con una media di oltre il 25% in più dei detenuti per cui è stata progettata - si legge nel documento dell’Espu-. Ciò significa un peso massiccio sulla salute e sicurezza del personale e dei detenuti, come pure sui sistemi operativi e di sicurezza".


Il sindacato internazionale, che per il 28 febbraio 2008 (in occasione del Consiglio Ministri Ue Affari interni e di giustizia) ha convocato una manifestazione di protesta a Bruxelles non si ferma qui. "Il sovraffollamento riguarda il diritto umano fondamentale di una buona parte dei 300.000 lavoratori penitenziari a lavorare in un ambiente sicuro.


Questo è in contrasto con le regole penitenziarie del Consiglio d’Europa prigione che riconoscono il diritto dei detenuti alla dignità umana e della privacy. La cronica riduzione del personale in molte carceri è un’altra questione collegata alla questione della prevenzione per un’adeguata sorveglianza e la riabilitazione dei prigionieri".


Situazioni insostenibili per le organizzazioni sindacali che hanno deciso di promuovere altre iniziative di sensibilizzazione. Per questo motivo, oltre alla manifestazione che si svolgerà a Bruxelles sono in programma altre iniziative nelle capitali europee. A Roma, nella sala stampa della Camera dei Deputati Fabrizio Rossetti, responsabile Funzione pubblica della Cgil, Patrizio Gonnella presidente di Antigone e Mauro Palma presidente del Comitato europeo per la Prevenzione della Tortura del Consiglio d’Europa presenteranno l’iniziativa "Un’Europa sociale, non l’Europa delle prigioni" promossa dalla Funzione Pubblica della Cgil, dall’Associazione Antigone.


"Si tratta di un appuntamento importante - spiegano i promotori- in cui saranno illustrati anche gli ultimi dati sulla presenza di detenuti nelle carceri d’Italia". Dati che, a sentire sindacati e volontari segnano una crescita di detenuti dietro le sbarre. "È proprio partendo da questi dati - spiegano - che si deve partire per trovare una soluzione al problema del sovraffollamento una volta per tutte". Ossia intervenendo con "il miglioramento delle condizioni di vita e aumentando gli investimenti nella prevenzione e nel recupero".


(Quadro di Montarsolo - colori dell'oceano al tramonto)

sabato 23 febbraio 2008

Giustizia: i detenuti e i potenti, dis-uguali davanti alla legge


di Giancarlo Trovato

La Rinascita, 23 febbraio 2008


In occasione dei precedenti innumerevoli turni elettorali, facce tristi e compassionevoli accompagnavano i candidati in carcere per ricordare ai detenuti che il voto era l’ottima occasione per far valere i loro diritti. Specie se la croce andava a porsi su un simbolo di sinistra. Al momento questa tradizione sembra essere messa da parte: non c’è tempo o è tempo sprecato. Di carcere non si parla e di giustizia se ne parla a sproposito.


Sempre per colpa dei meccanismi della famigerata legge elettorale, questa volta i manovratori delle varie compagini politiche sono impegnati a tempo pieno nel fare i conti per conquistare il potere o perlomeno per occupare una strategica posizione in Parlamento.

Quanti non se la sbrogliano bene con i conti, vanno in giro e in televisione a seminare promesse: la situazione è drammatica, ma si sistema tutto! Non mancano le ricette miracolose. Anzi, c’è solo l’imbarazzo della scelta.


Nell’attesa di vedere qualcuno entrare in carcere per spargere anche lì una ventata di belle promesse, al detenuto - messa da parte la speranza che qualcuno s’interessi anche di lui - non resta che guardare all’esterno e chiedersi se non sarebbe meglio prolungare per l’arco di un’intera legislatura la propaganda elettorale, quando tutti sono sicuri di realizzare quei miracoli dati per certi. Se è così facile garantire un congruo salario a tutti e se è alla portata di mano far star tranquille le mamme con ricchi benefici economici, sorge il dubbio che Prodi sia caduto sotto il fuoco amico. È pure normale chiedersi perché nei venti mesi nessuno abbia suggerito a lui le facili soluzioni, piuttosto che attendere di renderle note agli elettori.


Da destra e da sinistra l’imperativo è cambiare il Paese. E non è una gran novità. È sempre quello dalle prime elezioni dell’Italia repubblicana. Nessuno pensa che un vero cambio del Paese porterebbe pure ad un mutamento degli italiani, spingendoli a cacciare via per sempre tutti i mestieranti della politica, interessati unicamente ai bene di se medesimi e dei loro "grandi elettori". Nessuno di questi vive in carcere e tanto meno ci vuole entrare.


Nessuno, pertanto, se ne interessa nonostante ospiti circa cinquantamila cittadini, la maggioranza dei quali nell’attesa di espiare una pena per reinserirsi a pieno titolo nella società. Sono in attesa soprattutto che si metta mano a radicali riforme affinché il carcere sia realmente rieducativo. Ma di questo nessuno ne parla, trascurando che il problema della sicurezza sociale deve essere risolto partendo da lì dentro.


Spiegando i dodici punti programmatici del suo schieramento, Walter Veltroni ha posto al decimo posto quello della sicurezza e della giustizia, limitandosi a fumose affermazioni: "Dobbiamo far sentire sicuri i cittadini aumentando la presenza di agenti per strada e anche utilizzando nuove tecnologie. La vera emergenza giustizia, quella che l’opinione pubblica avverte come tale, è quella dei tempi del processo, sia penale che civile, che vedono l’Italia agli ultimi posti in Europa e nel confronto con i Paesi avanzati il mondo".


Dato che le lungaggini dell’amministrazione della giustizia colpiscono soprattutto tanti detenuti innocenti, non ha dedicato nemmeno un accenno al tema del carcere e a quello intimamente collegato del degrado sociale. Ha promesso la certezza della pena, ma ha dimenticato quanti trascorrono anni in carcere per la mancanza di certezza della sentenza.

Gli sarebbe stato sufficiente verificare quanto lo Stato spende per errori giudiziari e per ingiuste detenzioni. Non ha, però, dimenticato di porre l’accento sul fatto "che da troppi anni c’è uno scontro nel Paese sulla giustizia e tra politica e magistratura".


Non ha perso l’occasione per ricordare che ormai la giustizia è fraintesa con il lasciare in pace i potenti. Pur scimmiottando i modelli statunitensi, Veltroni ha trascurato che in America e ovunque nel mondo i potenti coinvolti in vicende giudiziarie non si sognano neanche un po’ di prendersela con i giudici, ma accettano normalmente che la giustizia faccia il suo corso, mentre in Italia il magistrato che sfiora certi interessi deve mettere in conto che potrà essere aggredito, in virtù della consolidata tattica del difendersi non tanto dalle accuse quanto dal processo.


L’insegnamento offerto al cittadino è che, invece di chiedere più giustizia, si chiede meno giustizia tutte le volte che si incrociano determinati interessi. La giustizia, oggi vista solo come campo di battaglia dove consumare vendette e scontri politici, non riacquista il suo valore e la sua dignità" con l’aumento (...promesso!) di organico e di stipendi. Amaramente l’attuale concezione della giustizia lascia irrisolto il quesito se i peggiori nemici della società civile sono veramente quelli che stanno in carcere.

venerdì 22 febbraio 2008

Giustizia: escludere gli ex terroristi avvilisce la democrazia




di Sergio Segio (Società INFormazione)


Lettera alla Redazione di Ristretti Orizzonti, 22 febbraio 2008



Il veto posto dai vertici del Pd nei confronti della candidatura di Sergio D’Elia, oltre a negare ogni valore etico al cambiamento, costituisce uno strappo alle stesse regole di quel neonato partito e cozza contro ogni regola giuridica e principio costituzionale. Vale a dire con la legge suprema di quella democrazia che, oltre due decenni fa, per fortuna ha sconfitto la violenza armata.


Sergio D’Elia, dopo aver scontato per intero la condanna ricevuta per la militanza in Prima Linea negli anni Settanta, tempo addietro ha ottenuto la cosiddetta "riabilitazione", istituto che, ai sensi dell’art. 178 del codice penale, estingue ogni pena accessoria ed effetto penale della condanna ricevuta.


Peraltro, è uno dei pochissimi a trovarsi nello stato del "riabilitato", dato che questa misura viene quasi sempre negata agli "ex terroristi", interpretando surrettiziamente uno dei commi ostativi, secondo il quale il beneficio non può essere concesso qualora l’interessato "non abbia adempiuto le obbligazioni civili derivanti dal reato, salvo che dimostri di trovarsi nell’impossibilità di adempierle". Una norma tesa al risarcimento economico ma, il più delle volte, nella discrezionalità del giudice, tradotta in una precondizione di "perdono" da parte dei parenti delle vittime, che raramente sussiste.


D’Elia, nonostante sia persona che ha pagato per intero i propri errori di 30 anni fa, nonostante sia appunto giuridicamente "riabilitato", nonostante sia da decenni quotidianamente impegnato per promuovere una cultura della nonviolenza, non potrà dunque candidarsi. Lui stesso, peraltro, in questi giorni è parso disponibile a un passo indietro, memore della precedente esperienza: dopo che nelle ultime consultazioni era stato eletto, divenendo deputato, è stato letteralmente e pubblicamente linciato per mesi sui media. Una campagna che non si è limitata al concreto disprezzo della Costituzione, ma finanche a quello della Bibbia, laddove ha alimentato un sito dal significativo nome "Nessuno voti Caino".


Si dirà, e si è detto, quei drammatici errori non vengono superati e azzerati semplicemente scontando la condanna; richiedono un di più di discrezione e di ritegno. L’accesso a incarichi parlamentari può ferire sentimenti ed essere percepito come immeritato privilegio.

Un argomento che meriterebbe magari non consenso (sono infatti convinto che si tratti invece di una simbolica e potente rappresentazione della supremazia della democrazia e delle sue istituzioni sulla violenza armata) ma certo considerazione.


Se non fosse per un particolare: il medesimo linciaggio è toccato e tocca a chiunque altro degli "ex terroristi", dissociato o meno che sia, abbia la sventura di essere oggetto di articoli di stampa e proteste, prontamente alimentate e cavalcate da qualche esponente politico in cerca di visibilità, che si fa scudo dei sentimenti dei parenti delle vittime. Di quei sentimenti e di quelle persone occorre certo tenere debito conto, riconoscendo loro vero rispetto e reale considerazione, anziché strumentalizzarli a fini politici o allo scopo recondito di imporre il silenzio su quegli anni, ancora in parte da sviscerare.


Sono recenti i casi di Susanna Ronconi, che si vorrebbe impossibilitare a lavorare anche nel Terzo settore, di Renato Cucio cui si vorrebbe impedire ogni apparizione pubblica, del br Vittorio Antonini, ora impegnato sui temi carcerari o dell’ex ordinovista nero Pierluigi Concutelli e - mi si consenta - del sottoscritto, frequentemente oggetto di inviti alla gogna e alla costrizione al silenzio da salotti televisivi o dalle colonne di autorevoli quotidiani.


Il combinato disposto tra malafede di molti opinionisti, disinformazione della pubblica opinione sollecitata a interessate rimozioni (a partire dalle responsabilità istituzionali nella strategia della tensione) e "doppiopesismo" nella considerazione delle vittime, e una più generale cultura intollerante ormai saldamente insediata a livello politico e sociale, ha prodotto questa consolidata situazione in cui prevale - è stato scritto sulla vicenda Ronconi - una irragionevole persecuzione e una cultura della gogna.


Tanto che ci è creata una vera e propria black list, una lista di proscrizione periodicamente pubblicizzata sulle colonne dei giornali e rimbalzata da blog e siti internet in cui finisce chi non accetti la morte civile, imposta extra legem da queste campagne, non sia riuscito a farsi dimenticare o anche, semplicemente, abbia la sventura di essere preso di mira per qualsivoglia circostanza.


Alla solidarietà umana e fraterna per Sergio D’Elia, alla considerazione per Marco Pannella e per i radicali, storicamente e coraggiosamente capaci di battaglie solitarie e scomode, voglio unire un appello "politico" rivolto a quella composita sinistra (comunista, democratica, ecologista, pacifista, socialista, liberale e libertaria) che afferma di voler competere, pur senza asprezze, con il partito di Veltroni (che, sono certo, non è un monolite su questa questione, pur se regna assordante un prudente silenzio): Oltre a tanti temi economici, sociali e ambientali, è rimasto progressivamente in questi anni orfano il tema dei diritti civili, dello stato di dirittoe della democrazia "mite" e includente. La persecuzione nei confronti degli "ex terroristi" non è altro che la cartina di tornasole di un più complessivo problema: quello di una idea di società claustrofobica e intollerante che ha preso saldamente piede nella Seconda Repubblica.


Per contrastarla servono anche gesti simbolici e controcorrente, tanto più in un periodo elettorale segnato dall’equivalenza dei programmi e delle maggiori forze politiche. Si apra dunque la porta che il Pd ha chiuso, si rendano ospitali le liste a ex terroristi, ex detenuti, tossici, immigrati, operai, precari, ai tanti paria e invisibili che questa "politica dei valori" e delle apparenze, verticale e autoritaria, sta producendo. Come ha scritto oggi Gustavo Zagrebelsky: "Non si parla mai tanto di valori, quanto nei tempi di cinismo".

giovedì 21 febbraio 2008


Il dopo indulto.

"Carceri e pene, serve una politica nuova"

di Riccardo Arena
50.220. E’ il numero delle persone detenute nelle 205 carcere italiane.
Carceri costruite per ospitare solo 42.213 detenuti.
8 mila. E’ il numero del sovraffollamento. Un numero destinato a crescere, visto che nelle carceri entrano una media di 1.000 detenuti al mese.
Un dato, questo, che consente una facile quanto infausta previsione per il futuro. Senza concreti interventi della politica, nel giro di qualche mese sarà di nuovo emergenza negli istituti di pena.
50.220. E’ anche il numero dell’indulto fallito. O meglio, è il numero di una politica che ha fallito sull’indulto. Una politica che, dopo aver votato l’atto di clemenza, doveva approvare le riforme necessarie per rendere più funzionale e giusto sia il sistema delle pene che il sistema carcerario. Riforme che non sono state fatte.
50.220 sono i detenuti in Italia. Eppure: “Il condannato è merce rara in carcere”. La frase, detta dal direttore di un penitenziario, coglie nel segno. Individua un’altra grave disfunzione delle carceri italiane. L’abnorme numero di detenuti in attesa di un primo giudizio.
17 mila, sono i detenuti sottoposti a misura cautelare che attendono un primo processo. Mentre solo 18 mila sono i detenuti condannati in via definitiva. La causa: il cattivo funzionamento del processo penale, la sua durata irragionevole.
17 mila presunti non colpevoli che scontano il carcere come i colpevoli. Se non peggio. Spesso, infatti, le persone detenute in attesa di giudizio vengono rinchiuse nelle carceri delle grandi città. Carceri vecchie e degradate. Luoghi inidonei alla detenzione. Carceri sovraffollate proprio a causa dell’eccessiva presenza di persone in misura cautelare. E’ quanto si registra nel carcere Ucciardone di Palermo, a Poggioreale di Napoli, a Regina Coeli di Roma, al Buon Cammino di Cagliari, nel carcere San Vittore di Milano. Per citare solo alcuni esempi.
Numeri sul carcere. Numeri che parlano. Che dicono l’occasione persa con l’indulto. Numeri che ripropongono con urgenza la questione carcere e sistema delle pene. Una questione che la politica sembra non voler affrontare. Una questione che, invece, deve essere affrontata con un progetto sul carcere e sulle pene. Un progetto politico nuovo che ridia effettività alla pena e funzionalità alle carceri, seguendo criteri di giustizia e di economia.
L’edilizia penitenziaria. Occorre chiudere le carceri vecchie e costose. Le città italiane sono disseminate da carceri dell’800. Carceri spesso situate nei centri storici delle città. Strutture che hanno un enorme valore sul mercato immobiliare. Bisogna vendere queste carceri e, con i soldi ricavati, realizzare nuove strutture. Strutture diverse a seconda della tipologia dei detenuti. Per i detenuti condannati, carceri sicure già esistono. Quelle che mancano sono carceri utili alla pena. Strutture dove, per esempio, il detenuto possa imparare un lavoro, dove si possa realizzare sul serio un percorso rieducativo incentrato sull’individuo.
Per chi è in misura cautelare, servono strutture detentive diverse e meno afflittive del carcere. La custodia del presunto non colpevole deve per sua natura essere improntata a criteri differenti rispetto a quelli del condannato. Il pericolo di fuga della persona indagata, dovrebbe essere il parametro di riferimento per la realizzazione di queste nuove strutture. Più sicure per il mafioso, meno per il tossicodipendente o per chi è indagato per certi reati.
La realizzazioni di strutture diverse dal carcere per chi è in misura cautelare, non solo risponderebbe a criteri di giustizia, ma consentirebbe una forte riduzione dei costi.
Infine, occorre investire ancora sulla ristrutturazione delle carceri esistenti. Qualche intervento è stato fatto, ma non è sufficiente. Basta pensare che su 28.800 celle, che compongono le carceri italiane, solo 4.700 sono a norma. Ovvero rispettano quanto previsto dal regolamento penitenziario del 2000.
Il sistema delle pene. Serve una politica nuova che intervenga sul sistema sanzionatorio. Una politica che depenalizzi alcune ipotesi di reato, ma che soprattutto introduca pene diverse dal carcere e dall’ammenda. Due sanzioni che oggi appaiono inadeguate per la punizione di determinati reati o determinati soggetti. Occorre pensare a nuove tipologie di pene per far sì che tutti siano puniti, se pur in modo diverso. Sanzioni diversificate ma efficaci e certe per il rapinatore come per il corruttore. In molti casi, la rimessa in pristino, i lavori socialmente utili, ma anche pesanti sanzioni patrimoniali, sarebbero pene più efficaci e avrebbero una maggiore portata deterrente rispetto a quelle esistenti.
Nuove tipologie di pene che consentirebbero al giudice di applicare la sanzione più idonea al caso concreto, alla persona che la deve scontare.

www.radiocarcere.com, 21 febbraio 2008

sabato 16 febbraio 2008

Cagliari: Caligaris (Sdi); applicare territorializzazione pena



Agi, 13 febbraio 2008

"Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria deve applicare, salvo casi eccezionali, il principio della territorializzazione della pena previsto dalla legge sull’ordinamento carcerario. In caso contrario si rischiano episodi gravi e preoccupanti come quello accaduto nella tarda serata di ieri nel carcere cagliaritano di Buoncammino".

Lo ha detto il consigliere regionale socialista Maria Grazia Caligaris, (Sdi-Partito Socialista), segretaria della Commissione Diritti Civili, a conclusione della visita all’agente della polizia penitenziaria Italo Sannio, ricoverato in ospedale per un principio di intossicazione durante lo spegnimento dell’incendio di una cella del centro clinico.

Nonostante le fiamme e il fumo acre quattro agenti sono riusciti a salvare il detenuto Gioacchino Oliva, ergastolano, protagonista dell’episodio di protesta per ottenere il trasferimento in un carcere della penisola più vicino ai familiari.

L’agente Sannio - ha precisato Caligaris - sta meglio e ha superato la fase critica che ha suggerito il ricovero. Resta la preoccupazione per la gravità dell’episodio. È una spia del malessere all’interno delle carceri per le decisioni del Dap di respingere le numerose richieste di trasferimento di detenuti, anche ergastolani, che sollecitano, nel rispetto della norma di legge, il trasferimento in case circondariali il più possibile vicine ai luoghi di residenza dei familiari.

In Sardegna, per ovvi motivi legati all’insularità, ai costi dei trasporti, ai tempi necessari per raggiungere le case circondariali della penisola, il problema è avvertito maggiormente. Da tempo - ha ricordato la consigliera socialista - il Consiglio regionale con un ordine del giorno approvato all’unanimità ha chiesto che i detenuti sardi ristretti nelle carceri della penisola siano trasferiti in quelli dell’isola e viceversa le richieste dei detenuti delle altre regioni italiane che chiedono il trasferimento debbano trovare accoglimento.

L’applicazione del principio della territorializzazione della pena è contenuto anche nell’accordo sottoscritto due anni fa dalla Regione Sardegna, dal Ministero della Giustizia e dal Dap. È opportuno - ha concluso Caligaris - che si proceda con atti concreti nel rispetto degli impegni e degli accordi anche perché il numero dei detenuti provenienti dalla Sicilia, dalla Campania e dalla Puglia, a Buoncammino, sta aumentando in particolare nella sezione dell’Alta sicurezza.

domenica 3 febbraio 2008

Avni Er, detenuto in Italia, chiede il nostro aiuto per fermare la sua estradizione verso la Turchia


Da Nuoro ci giunge l’appello del cittadino turco Avni Er, intellettuale comunista
attualmente detenuto nel carcere di Badu e Carros, e recentemente condannato
con Kilich Zeynep a 7 e 5 anni di reclusione dalla Corte di Assise di Perugia.
Distribuito da Arci solidarietà e sviluppo, l’appello è diretto al presidente della
Repubblica, Giorgio Napolitano, affinché intervenga contro la estradizione richiesta
dal Procuratore Generale. «In Turchia - scrive Avni Er – certamente sarei sottoposto
alla tortura, ai trattamenti disumani e degradanti, e a isolamento totale.

La Turchia non rispetterà i miei diritti umani e farà scempio delle mie carni».
Il 28 gennaio scorso Avni Er ha iniziato lo sciopero della fame con la chiara
intenzione di lasciarsi morire prima di essere estradato nel suo Paese natale.
Anna Luisa Corsi, presidente di Arci solidarietà e sviluppo, è venuta a conoscenza
del caso di Er attraverso l’attività che l’associazione svolge con i detenuti
in quella città, ha raccolto l’appello e ha scritto a tutti i comitati Arci
chiedendo il loro sostegno nel diffondere e sostenere la richiesta.
«Ci appelliamo - scrive Anna Corsi - all’articolo 10 della Costituzione
sul ‘non respingimento’ previsto nei casi di violazione dei diritti umani
e alla stesso tempo alla Convenzione di Ginevra».

Hanno immediatamente aderito
Paolo Beni, Paola Bonatelli, Antigone,
Daniela Calvelli, Conferenza nazionale del volontariato della giustizia (Crvg),
Speranza Canu, associazione Avasssen Gourò Sassari,
Paola Cigarini, presidente della Crvg Emilia Romagna, Mariuccia Cocco,
Maria Grazia Calligaris, Elio Corda, Angelina Corrias, Ciriaco Davoli,
Riseppe Francesco Cuccu, Vincenzo Floris, Alessandro Frau, Gian Luigi Gessa,
Peppino Pirisi, Giovanna Cerina, consiglieri regionali Sardegna,
Patrizio Gonnella, presidente Antigone,
Roberto Loddo, presidente associazione 5 Novembre per i diritti civili,
Paolo Madeddu, presidente Arci servizio civile Sassari,
Salvatore Mannuzzu, scrittore, Attilio Mastino, Pro-rettore Università di Sassari,
Claudio Messina, presidente nazionale Crvg,
Giampiero Muroni, presidente Azione radicale Sassari,
Patrizia Patrizi, Università di Sassari,
don Lorenzo Piras, Caritas Sardegna, Paola Roselli, Crvg,
Anna Pia Saccomandi, Crvg Marche, Giuseppe Sassu, Auser Sardegna,
Sergio Segio, Gruppo Abele, Santina Spanò, Uepe di Genova,
Franco Uda, Arci Sardegna, Marco Ussi, Azione radicale.

Tutti sono a conoscenza del triste record della Turchia in materia di diritti umani.
Basta ricordare la sparizione di Ocalan dopo la sua consegna alle autorità giuridiche
di quel Paese. Accogliamo l’appello di Avni Er, raccogliendo firme e diffondendo
il testo del suo appello.

Per ulteriori notizie sulla situazione e su futuri sviluppi scrivete ad Anna Corsi.

Info: nuoro@arci.it

Giulietto Chiesa: Non possiamo consegnare Avni Er e Zeynep Kilic ai torturatori!

Non possiamo consegnare Avni Er e Zeynep Kilic ai torturatori!
29 gennaio 2008

Dopo la condanna di due militanti della sinistra turca da parte della Corte di Assise di Perugia, sulla base di un discutibile impianto probatorio, il nostro paese potrebbe rendersi ora complice di un nuovo atto di ingiustizia, mettendo a rischio l'incolumità e la vita stessa di Avni Er e di Zeynep
Kilic . Ankara ha infatti inoltrato formale richiesta di estradizione alle autorità italiane e il 7 di
febbraio la Corte di Appello di Sassari si dovrebbe pronunciare sulla richiesta di estradizione in
Turchia per Avni Er. Secondo associazioni indipendenti e autorevoli come Human Rights Watch,
Amnesty International, la Commissione ONU per i diritti umani e il Comitato Europeo per la
prevenziaone della tortura, vi è il rischio grave che persone sottoposte a quelle istituzioni carcerarie possano trovarsi in condizioni di assoluta illegalità quanto a tutela dei loro diritti umani e giudiziari.

Associandomi alla richiesta degli avvocati difensori, chiedo alla Corte d'Appello di Sassari di
applicare la clausola che prevede il rifiuto dell'estradizione quando sussiste il concreto rischio che il prigioniero possa essere sottoposto a tortura o comunque a trattamenti inumani e degradanti. Le norme internazionali a difesa dei diritti dell'individuo hanno valore universale ed esigono di essere applicate senza esitazione. Il caso di Avni Er e Zeyner Kilic, indipendentemente dal giudizio espresso dalla Corte d'Assise di Perugia (circa il quale non intendo entrare nel merito) rientra perfettamente in questo contesto. Estradarli in Turchia significa condannarli a un destino che non può essere considerato accettabile in nessun paese civile.

Giulietto Chiesa Parlamentare europeo

Don Ettore Cannavera, riflessioni da "La Collina"

i Blog di Associazione 5 Novembre, Precarinlinea e Precariola uniti per intervistare Don Ettore Cannavera , fondatore della comunità di accoglienza "La Collina", rivolta a giovani-adulti, di età compresa tra i 18 ed i 25 anni, che vengono affidati dalla Magistratura di Sorveglianza come misura alternativa alla detenzione. Un interessante intervista sui temi della Giustizia, del Carcere, del precariato giovanile e della cultura della Solidarietà e dell'accoglienza.

Il Notiziario Quotidiano sul Carcere

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analisi e articoli sull'art. 41 bis.