sabato 22 novembre 2008

Cagliari: i sindacati denunciano; carcere di Iglesias al collasso


La Nuova Sardegna, 22 novembre 2008


Centodiciotto detenuti presenti. Quattro in arrivo. La capienza ufficiale delle celle è di 59 persone. L’affollamento è doppio. Quello scatolone recintato a cui l’architettura penitenziaria ha consegnato le aspirazioni di piccolo bunker ma ne ha storpiate le sembianze, è al collasso. La Uil regionale dei Lavoratori della pubblica amministrazione ha dichiarato ieri lo stato di agitazione del personale. Anche su questo fronte i numeri non tornano, la pianta organica non è adeguata all’impegno richiesto. Il primo intervento invocato dai sindacati è netto: eliminare subito due sezioni detentive. Poi una serie di misure destinate a modificare decisamente la situazione. Se non ci saranno risposte tangibili, la Uil preannuncia iniziativa di protesta più marcate in tempi rapidi.


"Ma occorre aprire subito, e parliamo di ore non di mesi, un tavolo di concertazione regionale al Prap (provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria) per affrontare tutte le problematiche dell’istituto", dice Roberto Picchedda, segretario regionale della Uil pubblico impiego e comparto sicurezza. "Una tappa che deve fare lo stesso cammino con un confronto generale nazionale sui nodi degli organici complessivi della Sardegna, sia per la polizia penitenziaria e sia del comparto ministeri (educatori, ragionieri, assistenti amministrativi, infermieri, anche in considerazione del fatto che il passaggio della sanità penitenziaria alle aziende sanitarie è ancora in forse)".


In questo scenario, dice il sindacalista, quella dell’istituto di Iglesias "è una delle realtà più deficitarie". Se ne è parlato a lungo martedì in un incontro ospitato nella struttura in località Sa Stoia. La riunione è stata chiesta a lungo e con determinazione dal coordinamento regionale Uilpa penitenziari Sardegna.

Alla direzione del carcere è stata ancora una volta ribadita la difficoltà generale e le "gravi" condizioni operative del personale di polizia penitenziaria. La denuncia è severa: "Da tempo - ricorda Picchedda - la Uil denuncia la grave situazione di abbandono nella quale l’amministrazione penitenziaria tiene l’istituto dell’Iglesiente. Situazione che in questi ultimi tempi si è ulteriormente aggravata con l’arrivo di altri detenuti". Una crescita costante ma anche rapida, tanto che Picchedda parla di "escalation": 118 detenuti presenti, altri 4 in arrivo. Quadro a tinte fosche. Le quattro sezioni detentive sono piene e l’affollamento delle celle ha imposto il ricorso ai letti a castello a tre posti. L’istituto ha una capienza regolamentare di 59 detenuti, mentre il traguardo di oltre centoventi che si registrerà nei prossimi giorni "rende difficile avviare anche l’operatività giornaliera", osserva amareggiato Picchedda.


Il personale di polizia penitenziaria che garantisce le attività di custodia e di trattamento conta 38 unità nel servizio istituzionale per quattro turni giornalieri di 6 ore "e i livelli di sicurezza sono ai minimi termini". Non va meglio negli uffici. I conti del sindacato sono gelidi: manca personale dell’area educativa, mancano i ragionieri, gli assistenti amministrativi. Il personale di polizia, con circa una decina di unità deve garantire anche l’operatività di questi settori. Non basta: il dirigente dell’istituto non è in pianta stabile e manca un commissario: "Per una sede che recentemente è stata promossa al rango di sede dirigenziale non è affatto trascurabile", fa notare il sindacalista. Tutt’altro che felice è anche la qualità dell’edificio, esposto all’avarizia delle manutenzioni fin dalla sua inaugurazione, una ventina di anni fa. "Già - commenta sconsolato il dirigente della Uil - non c’è alcuna possibilità di avviare manutenzione ordinaria del fabbricato, che comincia ad accusare il peso del tempo e della mancanza di interventi anche minimi ma necessari per ripristinare normali situazioni di vivibilità". Disagio e sofferenza su tutti i fronti, anche sui più delicati, casomai si potesse fare una graduatoria.


"La cosa più grave - ribadisce Roberto Picchedda - è che in questo sovraffollamento, la popolazione detenuta è totalmente priva di assistenza medica e infermieristica nelle ore notturne, dalle 20 della sera alle otto della mattina successiva". I ranghi ridotti non fanno abbassare la guardia e i servizi vanno comunque avanti. Sforando dalle competenze proprie del Corpo, il personale della polizia penitenziaria "si prodiga come può" per fronteggiare l’emergenza ma è impossibile sostituire la presenza di una guardia medica nelle ore notturne. "Colpa dei tagli indiscriminati operati nei fondi destinati all’assistenza sanitaria dei reclusi", dice senza mezzi termini il sindacalista. Un castello di carte, dove ciascuna condiziona e garantisce l’equilibrio delle altre ma se casca una vengono giù tutte. Il collasso del carcere di Sa Stoia è la miscela di tutti i guai che vi si sommano. La mancanza di personale negli organici della sicurezza infonde una sensazione di precarietà sul fronte della sicurezza, pesa sulla conduzione dell’istituto e mette a rischio l’incolumità del personale. Il sindacato lo sa bene: "Lo abbiamo dichiarato alla direzione del carcere: questo stato di cose, unito all’assoluta assenza dell’amministrazione centrale, non può che determinare nel personale senso di frustrazione, abbandono e il crescere di uno situazione di stress psico-fisico che alla fine produce una condizione di malessere fisico difficile da governare e da evitare".


Sotto questa pressione la via d’uscita che permette di recuperare uno sprazzo di serenità è proprio alla voce che di questi tempi tanto fa discutere. Non ha timori a dirlo il segretario della Uil: "Non resta che il ricorso alla malattia per sfuggire a ciò che non sembra trovare soluzioni immediate". Far finta di nulla quando l’indice di tollerabilità sembra alla punta massima non si può, perlomeno non si può più.

Stavolta la voce del sindacato risuona da un valore più alto delle proposte e delle richieste, ora le soluzioni sono invocate, pretese, e con efficacia rigorosa, spiega Picchedda: "Certo, abbiamo chiesto alla direzione di farsi portavoce al Provveditorato perché attui uno sfollamento delle sezioni detentive, almeno di due sezioni, in modo da recuperare unità di personale e poter così ripristinare la fruizione dei diritti fondamentali del personale, quali il riposo settimanale, il congedo ordinario, i riposi compensativi maturati a seguito del lavoro straordinario effettuato a copertura delle unità mancanti". Insomma, un’agenda corposa che secondo la Uil può essere sfogliata e discussa solo con l’amministrazione penitenziaria regionale e in un quadro d’insieme nazionale. "La direzione dell’istituto - ammette lo stesso sindacalista - si trova impotente a gestire la situazione e non trova soluzioni locali, mentre rimanda al Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria e al dipartimento del ministero i correttivi necessari".


Sui tasselli da sistemare non ci sono dubbi. Sono stati elencati con dettaglio dal sindacato. Contestuale allo sfollamento delle due sezioni dovrà essere l’invio di un contingente di unità di polizia penitenziaria che permetta almeno di ripristinare l’organico previsto dal decreto ministeriale dell’8 febbraio 2001 che è di 52 unità: 5 ispettori, 5 sovrintendenti, 39 uomini e 3 donne per ruolo degli assistenti e agenti, per un totale di 49 uomini e 3 donne. La forza attuale è di 46 uomini e 2 donne.

Occorre poi ripristinare, attraverso l’assegnazione di fondi adeguati, il servizio di guardia medica e infermieristica notturna feriale. Necessaria inoltre la dotazione di organico adeguato da destinare al nucleo traduzioni e piantonamenti (ora il servizio è svolto dalla Casa circondariale di Oristano, per via delle carenze).

giovedì 20 novembre 2008

Messa alla prova, si discuta con serietà


Patrizio Gonnella
Presidente di Antigone
19 Novembre 2008
da AprileOnline.info

Essere contrari ad un proveddimento perché, forse, qualche personaggio vicino a Berlusconi potrebbe usufruirne è pazzesco. Al contrario si tratta di una misura di mediazione penale che non può essere considerata una mini-amnistia, come vorrebbero Travaglio-Di Pietro-Repubblica, responsabili di aver contribuito a spostare a destra il popolo democratico

Anni fa intervistai Nils Christie, padre dell'abolizionismo penale nonché autore di un memorabile saggio "Sull'invenzione del crimine". Gli chiesi: "Che idea si è fatto della situazione italiana, in questa breve visita? In Italia il 30% circa dei detenuti è straniero. A suo parere è una peculiarità del nostro paese?". Rispose: "No. Negli Usa la maggior parte della popolazione detenuta è nera o comunque molto, molto povera. Nelle carceri finiscono le minoranze. Penso che per voi sia molto importante resistere al cattivo esempio che arriva da nazioni più grandi come l'America e la Russia. Quanti detenuti avete in Italia? 54.000? Quante guardie? 44.000? E allora non abbiate paura dei troppi poliziotti... ognuno potrebbe portarsi a casa un detenuto, e avreste risolto il problema delle carceri!".

L'idea della mediazione quale alternativa al sistema penale è una idea maturata tra i criminologi abolizionisti scandinavi. Circa 20 anni fa in Italia fu pensato e approvato un nuovo codice di procedura penale minorile. Esso tentava di residualizzare la risposta carceraria per i minori. Individuò vie alternative alla pena e al processo. Tra queste ultime, su diretta importazione anglosassone, vi era la messa alla prova, che al proprio interno aveva embrioni di quella mediazione penale su cui oggi bisognerebbe riflettere quale via deflattiva al sovraffollamento penitenziario e quale via di uscita all'ipertrofismo penale.

All'articolo 27 del codice di procedura penale minorile è testualmente scritto: "Il giudice provvede alla sospensione e alla messa alla prova sulla base di un progetto di intervento elaborato dai servizi minorili dell'amministrazione della giustizia, in collaborazione con i servizi socio-assistenziali degli enti locali. Il progetto di intervento deve prevedere tra l'altro: le modalità di coinvolgimento del minorenne, del suo nucleo familiare e del suo ambiente di vita; gli impegni specifici che il minorenne assume; le modalità di partecipazione al progetto degli operatori della giustizia e dell'ente locale; le modalità di attuazione eventualmente dirette a riparare le conseguenze del reato e a promuovere la conciliazione del minorenne con la persona offesa. I servizi informano periodicamente il giudice dell'attività svolta e dell'evoluzione del caso, proponendo, ove lo ritengano necessario, modifiche al progetto, eventuali abbreviazioni di esso ovvero, in caso di ripetute e gravi trasgressioni, la revoca del provvedimento di sospensione".

Essere contrari alla messa alla prova perché forse, eventualmente, chissà qualche amico alla lontana di Berlusconi potrebbe usufruirne è pazzesco. La messa alla prova non è una mini-amnistia come ha scritto Repubblica. L'asse Travaglio-Di Pietro-Repubblica ha orientato male e spostato a destra l'elettorato democratico. Questo governo ha proposto e fatto mille cose gravissime sul terreno della giustizia e della sicurezza: pendono alle Camere provvedimenti intrisi di razzismo istituzionale. Eppure, tranne la voce isolata di Gad Lerner, pesa il silenzio di quell'asse. Repubblica ha sdoganato il razzismo di sinistra. Nel novembre del 2007 sul suo blog il leader di Idv, Antonio Di Pietro, scrisse: "Gli irregolari vanno rimpatriati. Chi arriva in Italia deve avere un alloggio e un lavoro, non siamo il vespasiano d'Europa." Non so se il Guardasigilli avesse fini reconditi o qualche amico da mettere alla prova. Di sicuro per un incensurato che commette un reato per il quale è prevista una pena inferiore a quattro anni la probation è una misura seria. Purtroppo non altrettanto serio è il dibattito sulla giustizia in Italia inquinato dagli interessi personali di Berlusconi e dal qualunquismo securtario di certa parte della sinistra.

martedì 11 novembre 2008

Osapp: nelle carceri gravi violazioni diritti dell’uomo


Il Velino, 10 novembre 2008

"Il rapporto sulla Sanità penitenziaria predisposto dalla commissione Giustizia del Senato ci consegna un quadro che definire solo drammatico è quanto mai offensivo per la dignità dell’uomo recluso, più di quanto non lo sia lo stare dentro a scontare la pena". A dichiararlo è Leo Beneduci, segretario generale dell’organizzazione sindacale autonoma Polizia penitenziaria (Osapp), commentando la situazione venuta a galla e che ha evidenziato una relazione di due detenuti sani su dieci. "Ci sarebbero tutti i presupposti - continua Beneduci - per una denuncia al tribunale di Strasburgo per gravi violazioni dei diritti dell’uomo". La nostra non vuole essere un’accusa generica al sistema, non cadiamo nel facile tranello dell’indignazione generale, ma è l’analisi fredda che vuole segnalare come ci sia un intento mirato a che le carceri restino come sono: sono 20 anni che assistiamo alla stessa solfa. Una responsabilità che si perde risalendo certamente ai precedenti governi, culminata con l’ultima disastrosa gestione di un esecutivo, quello di Prodi, che con l’indulto proposto e appoggiato ha pensato bene di scaricare il problema riducendolo ad una mera questione di numeri.


Se immaginiamo solo dove sia ora il presidente Ferrara, ex capo del Dap di allora, non dobbiamo certamente pensare che sia stato dequalificato o punito per le gravi condizioni lasciate. Ma questa è l’Italia che vuole qualcuno, carceri comprese. Venendo ai giorni nostri, la responsabilità è aggravata da un’amministrazione a dir poco silente - ha spiegato - sembra quasi che al ministro della Giustizia Alfano non interessi proprio del mondo penitenziario che ha il dovere di gestire, e il presidente Ionta, capo attuale del Dap, sembra come perso in altre questioni di interesse nazionale". "Non parlando delle altre organizzazioni di categoria - ha aggiunto - che attente ora nella raccolta di tessere sindacali non hanno convenienza a scoprirsi troppo. A questo punto ci chiediamo quale sia la logica perversa, Di Pietro, di raccogliere un milione di firme per un Lodo che lei e i suoi amici definite Incostituzionale e Immorale e che coinvolge quattro persone - chiede il segretario generale rivolto al presidente dell’Italia dei Valori -, quando in questo preciso momento ci sono più di 57 mila persone che giacciono in condizioni altrettanto immorali e incostituzionali.


Detenuti che avranno pur commesso crimini contro la società ma che sono ammassati in celle di quattro metri per quattro, il più delle volte costretti a dormire su un materasso per terra. Come si vede non servono le lusinghe di un ministro della Giustizia, esperto appunto in lodi, che gratifica un corpo di polizia nelle occasioni ufficiali (come è successo l’altro giorno in Sicilia) e che intanto non fa nulla per alleviare una situazione da terzo mondo: non abbiamo visto ancora uno straccio di provvedimento, né siamo stati mai convocati per discutere dell’emergenza. Siamo oramai giunti a numeri da pre-indulto, con condizioni che non esitiamo a definire da paese sudamericano, ben peggiori di due anni fa.


Tra un po’ dovremo utilizzare i container per ospitare i reclusi - spiega provocatoriamente Beneduci - e saremo costretti a chiamare l’esercito per sedare le risse. La nostra accusa è a 360 gradi e ha nomi e cognomi ben individuati, anche verso chi dell’opposizione si sente detentore della verità assoluta, o è altrettanto dormiente, come capita troppo spesso a Veltroni. Un’opposizione che può essere roboante, o felpata, che magari non ha mai fatto visita in un carcere e si sente di poter dar in ogni caso la patente del più candido, mentre ci sono più di 44 mila poliziotti penitenziari che sono tenuti a testimoniare il dramma di una vita, che considerare umana dovrebbe essere quantomeno di sfregio alla Costituzione italiana. Il nostro contributo è necessario - conclude - affinché il rapporto della commissione non rimanga solo un dossier isolato facile a coprire un momento mediatico particolare, se ci saranno le esigenze solleciteremo noi stessi l’alta Corte dei diritti dell’uomo.

Alghero: protesta agenti, turni massacranti e in sezione piove!


La Nuova Sardegna, 10 novembre 2008

Stato di agitazione del personale e una serie di manifestazioni di protesta presso il Provveditorato regionale. Lo annuncia il segretario locale del Sappe, il sindacato degli agenti di Polizia penitenziaria, Mauro Chessa, riferendo che a tale determinazione si giunge in seguito a una serie di vistosissime carenze che riguarda la casa di reclusione di Alghero. Il Sappe evidenzia che gli agenti sono costretti a turni massacranti: debbono fare rientri con straordinario per attività trattamentali e i colloqui visivi dei detenuti e il personale in servizio negli uffici è obbligato a fare traduzioni ogni giorno per accompagnare a visite mediche o alle udienze i reclusi. Il sindacato evidenzia poi che gli agenti stanno saltando i riposi settimanali e hanno le ferie da fruire dal 2007.


Ma ora giungeranno nuovi detenuti dal continente per le festività natalizie e quindi il personale, afferma il Sappe, "passerà le feste in galera". Il rapporto tra detenuti e agenti è di 190 reclusi e ottanta addetti della polizia penitenziaria. Inevitabile per queste ragioni la proclamazione dello stato di agitazione. Ma il sindacato contesta anche l’affermazione che la casa di reclusione di Alghero sia un carcere modello. "Ma quale carcere modello - sostiene infatti il Sappe - se in numerose sezioni ci piove dentro, si stacca l’intonaco dalle volte, entra acqua nelle plafoniere e si allagano i locali superiori?".

Nuoro: nove detenute in una sola cella? la direttrice smentisce


La Nuova Sardegna, 10 novembre 2008

Nel carcere di Badu ‘e Carros ci sono 18 donne recluse, ma per nove di loro la detenzione assume contorni ancora più problematici. In nove, infatti, condividono la stessa cella, pensata per ospitare soltanto cinque persone. Queste donne, di diversa nazionalità e provenienza, condividono quello spazio minimo, e tutto ciò che ne consegue. Come si siano ricavati nove letti, non è chiaro; ma il servizio a disposizione di tutte è rimasto uno solo, non si poteva certo chiedere un miracolo di ingegneria carceraria in un penitenziario che, ironia della sorte, per la prima volta ha al suo vertice una donna, Patrizia Incollu. La direttrice ha assunto stabilmente l’incarico appena qualche settimana fa. Sulla presenza di nove donne in un’unica cella, notizia fornita da una fonte interna al carcere, smentisce con decisione.


"Non mi risulta, ho lasciato una situazione normale". Ma non stupisce che su una circostanza del genere i vertici dell’istituto penitenziario non diano conferme. Impossibile negare invece i numeri forniti dallo stesso provveditore penitenziario regionale Francesco Massidda, una settimana fa, nel corso della festa del Corpo di Polizia Penitenziaria. La massima capienza prevista nel braccio femminile è di 13 detenute, il che significa che il numero complessivo di 18 presenti è oltre il tollerabile. Anche a far finta che non siano in nove tutte assieme, da qualche parte la coperta è troppo corta. È una questione di numeri.


Nonostante il carcere sia l’istituzione chiusa per antonomasia, le notizie filtrano. Poche settimane fa si è appreso che un detenuto è stato salvato in extremis da un infarto in corso. Dei tre tentativi di suicidio registrati lo scorso anno nulla era trapelato, e così del tentativo di evasione, sempre l’anno scorso. E a diffondere questi dati non sono agitatori o millantatori: la fonte è la relazione esposta dal comandante delle guardie nel corso della festa del Corpo. E ora, anche sulla condizione di queste donne, forse si pensava nulla potesse venire fuori. C’è di più: sembra siano previsti altri arrivi. E non che sul fronte del personale la situazione sia migliore. Per restare alla sezione femminile, le guardie impegnate sono sette, un numero insufficiente. Complessivamente, il penitenziario ospita circa 300 detenuti, a fronte di un numero definito regolamentare di 274, e tollerabile di 350. La situazione è più grave del periodo pre-indulto.


Mentre la specialità dell’istituto, che in passato ha ospitato buona parte del vertice di Cosa Nostra, dell’eversione di destra e di sinistra, sembra marciare spedita verso questa connotazione. Sono avviati i lavori per la riapertura di una nuova sezione che potrà ospitare altri 80 detenuti. Manco a dirlo, piovono smentite sul fatto che si dovrebbe trattare di reclusi ad alta pericolosità, e sottoposti al 41-bis. Ma la strada sembra tracciata. Unica consolazione, non ci sono bambini in cella. Dei 58 piccoli ospiti con le loro mamme nei penitenziari italiani, nessuno staziona negli istituti isolani. L’ultimo ha lasciato Buoncammino in estate.

Sassari: processo su maxi-pestaggio; il racconto della direttrice


di Daniela Scano
La Nuova Sardegna, 10 novembre 2008


Era presente solo perché le era stato ordinato, nel corso delle operazioni non sentì urla di dolore o invocazioni di aiuto, in sua presenza non ci furono pestaggi. Non cambia dopo otto anni la verità di Maria Cristina di Marzio, nel 2000 direttrice della Casa Circondariale di San Sebastiano. Ieri la funzionaria ha testimoniato al processo di primo grado a nove, tra ispettori e agenti, accusati di avere partecipato a quella che secondo una sentenza definitiva (che condannò anche Di Marzio a una pena lieve) fu una memorabile punizione collettiva di detenuti che avevano messo in imbarazzo i vertici dell’amministrazione. "Verità ostinatamente negata - scrisse il giudice Giovanni Antonio Tabasso, estensore delle motivazioni della sentenza d’appello - ma che una serie di gravi elementi conclama". Maria Cristina Di Marzio si è presentata puntuale all’appuntamento con i giudici (presidente Massimo Zaniboni, a latere Spanu e Lupinu) che stanno processando i poliziotti penitenziari Mario Casu, Pietro Casu, Paolo Lai, Mario Loriga, Alessio Lupinu, Pietro Mura, Antonio Muzzolu, Giuseppe Renda e Renato Sardu.


La ex direttrice era stata citata dall’avvocato Antonella Cuccureddu, difensore di due imputati. Il processo ordinario di primo grado è alle battute conclusive. La sentenza arriverà due anni dopo il passaggio in giudicato della condanna dei principali protagonisti: l’ex provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria, Giuseppe Della Vecchia; la direttrice Di Marzio ed Ettore Tomassi, comandante della casa circondariale sassarese. Contrariamente all’unica verità processuale, secondo cui il pestaggio nel carcere di "abuso di autorità contro detenuti", la direttrice ha descritto una "normale" maxi perquisizione dell’istituto. Una operazione, sfociata nel trasferimento di una ventina di detenuti, alla quale Maria Cristina Di Marzio sostiene di avere assistito come testimone.


Un trasferimento in massa deciso da Giuseppe Della Vecchia, al quale la ex collaboratrice ha attribuito il ruolo di organizzatore e di coordinatore. "Il provveditore Della Vecchia era seccato per le condizioni in cui aveva trovato l’istituto durante la visita di alcuni parlamentari, ma era anche preoccupato per le voci di una nuova imminente protesta - ha detto Di Marzio -. Fu lui a decidere la perquisizione, a contattare gli agenti (una ottantina ndc) degli altri istituti e a coordinare le operazioni.


Il 3 aprile 2000 Della Vecchia mi annunciò il suo arrivo dicendo tu non fare niente, aspetta che arrivi io". Fu in quella occasione che Di Marzio conobbe Ettore Tomassi, l’ispettore arrivato da Benevento per sostituire il comandante Capula, indotto dal provveditore Della Vecchia ad anticipare il congedo. Raccontando della famosa riunione nella rotonda del carcere, che precedette lo sfollamento (e durante la quale secondo il pm Gianni Caria sarebbe stato messo a punto il pestaggio), Maria Cristina di Marzio ha detto di ricordare una folla indistinta di più di cento agenti.


"Parlò solo il provveditore che presentò Tomassi come il nuovo comandante - ha detto ancora la direttrice -. Della Vecchia invitò gli agenti arrivati da fuori a seguire gli ispettori sassaresi. In quel momento tutti si misero in movimento". La funzionaria ha detto di non sapere se gli agenti obbedirono a ordini prestabiliti e, comunque, ha negato di avere assistito a pestaggi e altre violenze. "Tutti i detenuti erano vestiti e camminavano con le loro gambe - ha raccontato -. Erano circondati da agenti e accompagnati con una certa energia e rapidità". A precise domande dell’avvocato Cuccureddu, Di Marzio ha negato di avere visto feriti e di avere sentito invocazioni o urla di dolore. Questa, del resto, è sempre stata la linea difensiva della direttrice. Il processo prosegue.

Don Ettore Cannavera, riflessioni da "La Collina"

i Blog di Associazione 5 Novembre, Precarinlinea e Precariola uniti per intervistare Don Ettore Cannavera , fondatore della comunità di accoglienza "La Collina", rivolta a giovani-adulti, di età compresa tra i 18 ed i 25 anni, che vengono affidati dalla Magistratura di Sorveglianza come misura alternativa alla detenzione. Un interessante intervista sui temi della Giustizia, del Carcere, del precariato giovanile e della cultura della Solidarietà e dell'accoglienza.

Il Notiziario Quotidiano sul Carcere

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