sabato 27 giugno 2009

Serve l'Amnistia!

La Bernardini ha ragione. La Giustizia in Italia si trova in uno stato disastroso. Da garantista penso che occorra un maggiore rispetto delle garanzie di tutte le dimensioni della giustizia in Italia: dal cittadino vittima, al cittadino imputato. La magistratura non deve essere sottomessa al potere esecutivo, ma neanche rimanere all'interno di un recinto autoreferenziale e autogestito. Per questi motivi, per l'affermazione dei principi dello stato di diritto, sono favorevole all'attuazione della responsabilità civile anche per i giudici. Per ciò che riguarda lo stato del sistema dell'esecuzione penale, sono straconvinto che l'Amnistia è la ricetta giusta per ripristinare la legalità costutizionale nelle carceri italiane e arginare l'azzeramento quotidiano della dignità delle 64 mila persone detenute. L’attuazione di questo provvedimento, deve necessariamente essere accompagnato dal diritto di associazione dei cittadini detenuti, dalla decarcerizzazione dei malati psichici, tossicodipendenti e sieropositivi, dall’aumento delle concessioni alle misure alternative, dalla riforma del codice penale a partire dall’abolizione dell’ergastolo e dalla depenalizzazione dei reati minori.

Roberto Loddo
Associazione 5 Novembre



di Rita Bernardini
(Radicali Italiani)

Terra, 27 giugno 2009

Lo stato della giustizia in Italia ha raggiunto livelli di inefficienza assolutamente inaccettabili, sconosciuti in altri Paesi democratici. Da anni e in modo permanente l’Italia versa, in una situazione di illegalità tale da aver generato numerosissime condanne da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo. Questa denuncia costantemente documentata nel corso dei decenni dai Radicali oggi è riconosciuta ovunque nel panorama politico italiano, ma poco credibili sono i richiami alla riforma di quella che efficacemente Pannella ha definito "la più grande questione istituzionale e sociale del nostro Paese". Oggi Silvio Berlusconi invoca la separazione della carriere dei magistrati e la trasformazione del Csm troppo correntizio, ma nel suo discorso di insediamento alle Camere volto a illustrare il programma di governo, non fece alcun cenno ai temi della giustizia se non legandoli al problema quanto creato ad arte della sicurezza.

Un silenzio significativo che come delegazione radicale all’interno del gruppo parlamentare del Pd non esitammo a censurare in aula, seppure dichiarandoci pronti a dare il nostro contributo nel momento in cui l’attuale maggioranza avesse deciso di elaborare e mettere all’ordine del giorno un piano per una riforma organica della giustizia. È da tempo, infatti, che noi Radicali riteniamo non più rinviabile un intervento legislativo che non solo difenda il "giusto processo", garantisca la "terzietà" del giudice, riformi il codice penale e la legge sull’ordinamento giudiziario, ma che, soprattutto, si ispiri a un’idea organica e moderna della funzione del processo e della pena.
Continuare, invece, a contrapporsi, come fino a oggi è avvenuto, tra destra e sinistra, su specifici interventi settoriali, sulle singole norme, spesso partendo da singoli episodi di cronaca, non è degno della funzione della politica. A parte le considerazioni assolutamente negative sul famigerato Lodo Alfano dove, perlomeno, le intenzioni sono palesi, anche la nuova disciplina sulle intercettazioni telefoniche, approvata alla Camera e attualmente in discussione al Senato, pare ispirata a una visione del legislatore miope e limitata (la necessità di impedire illegittime pubblicazioni di notizie di reato), senza farsi carico di come questo indispensabile intervento legislativo debba inserir si nel più ampio panorama dei mezzi investigativi e della formazione della prova.

Da questo punto di vista pei noi Radicali il problema non è tanto (e comunque non solo) di quali tipologie di reati "intercettare" o per quanto tempo, ma della effettività dei controlli sui parametri legislativi che già oggi sono previsti dal codice di procedura penale (il giudice che autorizza l’intercettazione non è infatti un giudice terzo stante la mancata separazione delle carriere). È bene fin da ora chiarire che anche la migliore e ideale riforma, sarà nulla se non si partirà con un azzeramento della situazione esistente: la zavorra dei quasi tre milioni e mezzo di processi penali pendenti, infatti, non potrà far decollare nessuna riforma. C’è dunque bisogno di una amnistia. Era quello che avevamo chiesto assieme a presidente della Repubblica Napolitano con la "Marcia di Natale del 2005" e di cui c’era bisogno per il Paese. È quello di cui hanno bisogno gli stessi magistrati per tornare a lavorare serenamente t in condizioni umanamente accettabili.

Insomma, l’amnistia rappresenta un atto di buon governo ormai necessario e, dati alla mano, assolutamente improcrastinabile. Basti pensare al fatto che a fronte dei quasi 64mila detenuti ogni anno 140mila reati cadono in prescrizione. Ciò vuol dire che all’aumento delle carcerazioni si accompagna un altrettanto vertiginoso aumento delle prescrizioni. Da una parte, dunque, abbiamo l’amnistia strisciante, crescente, nascosta e di classe delle prescrizioni e, dall’altra, il popolo e le cifre dell’esclusione sociale, dei senza avvocati e senza difesa, degli immigrati e dei tossicodipendenti, ultra penalizzati e verso i quali si scarica per intero e inesorabilmente la mano pesante della macchina della giustizia. Mi dà fiducia concludere con una citazione di Nicolò Amato, capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria in anni difficili, durante il recente Congresso Uil penitenziari: "L’utopia alcune volte salva la speranza, perché come diceva un’antica massima, "gli innocenti non sapevano che la cosa era impossibile, e dunque la fecero".

domenica 21 giugno 2009

Cagliari: La polizia penitenziaria scenderà in piazza il 16 Settembre


La Nuova Sardegna, 20 giugno 2009

È sempre emergenza carceri: sono sovraffollate. La situazione è critica, oltre il limite di guardia, dappertutto, a Buoncammino in particolare. I sindacati della polizia penitenziaria lo denunciano da tempo e il 16 settembre protesteranno in città, qualche giorno prima della grande manifestazione organizzata a Roma, il 22. I segretari di Sappe, Osapp, Uil Pa Penitenziari, Cisl Fns, Sinappe, Cgil Fp e Ussp - che rappresentano il 95 per cento degli agenti penitenziari - nei giorni scorsi si sono incontrati col ministro della Giustizia, Angelino Alfano e il loro giudizio è stato negativo. "È stato un incontro inconcludente dovuto soprattutto dalla volontà del governo di chiudere a qualsiasi prospettiva a un progetto condiviso che le organizzazioni sindacali avevano pure offerto".


Il documento delle segreterie è molto duro col Guardasigilli: "Riaffermare che l’unica opzione per ridurre le criticità del sistema penitenziario sia quello di affidarsi al piano carceri - continua la nota - non può trovarci d’accordo nel merito e nel metodo". I sindacati prendono atto che "durante la festa nazionale del Corpo, il governo ha annunciato un piano di assunzioni straordinarie", ma si chiedono "come mai questa ipotesi, o meglio questo impegno, non sia stata presentata il giorno dell’incontro con le rappresentanze sindacali". Rilevano poi "contraddizioni significative fra le indicazioni del ministro e i provvedimenti presi dal Dipartimento amministrazione penitenziaria". Il 15 agosto i segretari generali dei sindacati faranno visita ad alcune carceri della penisola. La protesta coinvolgerà tutte le principali carcere italiane, da Milano a Palermo.

giovedì 18 giugno 2009

Sardegna: Antigone; denuncia di soprusi, su detenuti stranieri


di Stefano Anastasia e Fiorentina Barbieri

Terra, 18 giugno 2009


Ci sono voci, che cominciano a prendere piede, sull’aggravamento delle condizioni di vita e di detenzione nelle carceri sarde. Si dirà: perché altrove è meglio? Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ha appena dichiarato il tutto esaurito, oltre ogni soglia di tollerabilità, e come volete che si stia, in carcere, di questi tempi? Eppure dalla Sardegna arrivano notizie un po’ più preoccupanti, che ricordano le terribili vicende di Sassari, nel 2000, quando un gruppo di detenuti in via di trasferimento fu sottoposto a gravissime violenze e maltrattamenti. In particolare i rumors di "radio carcere" riguardano Macomer, dove ci sarebbe un trattamento persecutorio nei confronti dei detenuti islamici, che, non appena scesi dal blindato, verrebbero aggrediti con provocazioni e pugni sul collo e alla testa. Nelle perquisizioni, poi, chi ha girato molti istituti avrebbe confessato di non aver mai subito un trattamento simile. Gli interessati dicono che "non viene rispettato il Corano", ma probabilmente neanche altri libri sacri potrebbero consentire il trattamento che viene loro riservato. I detenuti islamici sarebbero portati, dopo la perquisizione, in una sezione organizzata come quelle dei 41 bis: isolamento totale, porta blindata chiusa 24 ore su 24; non si incontra nessun altro detenuto, solo i poliziotti che portano loro il cibo. E ogni volta che si esce dalla cella sarebbero perquisiti con tatto, letteralmente "palpati" da due poliziotti!


Niente giornali in lingua araba, libri e vestiti centellinati, la posta sarebbe consegnata con una media di 25 giorni di ritardo. Al passeggio gli arabi di religione islamica resterebbero sempre divisi dagli altri: possono andare all’aria solo con quelli della propria sezione, circa 25 detenuti provenienti da diversi paesi del Nord Africa. Tutto questo viene loro presentato come un regime prescritto dal Ministero, ma i detenuti sanno che non c’è nessun carcere in Italia in cui la porta blindata è chiusa 24 ore su 24 ore, a eccezione dei regimi speciali di massima sicurezza. A meno che non stiano sperimentando il regime post-Guantanamo che il Presidente del Consiglio intende riservare agli ex-nemici combattenti che si è impegnato a ospitare nelle carceri italiane. Da aprile pare siano iniziate forme di protesta: battiture, uno sciopero della fame, altro. Anche perché aumenterebbero le provocazioni, le minacce, i maltrattamenti, nel caso qualcuno osasse fare denunce. Sembra un film già visto. Speriamo che non sia così. Attendiamo smentite e rassicurazioni.

sabato 13 giugno 2009

Lontano dagli affetti

Ho appena finito di leggere questo interessante articolo a firma di Fiorentina Barbieri, il Difensore civico dei detenuti per conto dell'Associazione Antigone. La questione del diritto all'affettività dei cittadini e delle cittadine private della libertà personale è più che mai attuale, soprautto in Sardegna dove non vengono riepettate le normative di attuazione del principio di territorializzazione della pena. Per questi motivi, per chi non l'avesse ancora fatto, vi invito nuovamente a firmare la petizione online in cui come Associazione 5 Novembre "Per i Diritti Civili" chiediamo l'approvazione di una legge regionale che istituisca anche in Sardegna il Garante Regionale delle persone private della libertà personale. Roberto Loddo.
PER FIRMARE LA PETIZIONE ONLINE:
di Fiorentina Barbieri *

Lui ha quasi 61 anni, è attualmente detenuto in un grande carcere del Centro Italia a causa di un arresto europeo per truffe risalenti a diversi anni fa. Appare una persona mite e comprensiva, a detta di tutti un detenuto modello. Lei ne ha 32 di anni, vive in un’importante città dell’estremo Nord Est d’Italia, ha dovuto lasciare il lavoro che aveva all’estero e ora non ha un lavoro fisso, né soldi per pagarsi il lungo viaggio per venire a visitarlo: finora ha potuto una sola volta, dopo tanti mesi, e ogni volta lo trova cambiato, più stanco e sofferente e ogni volta separarsi è odioso ...
Sono sposati da 11 anni, ma stanno insieme da 16 e sono molto legati uno all’altra, hanno vissuto sempre uniti, 24 ore su 24, 365 giorni l'anno, anche quando, hanno lavorato, insieme e per vari anni, in uno stato dell’Est europeo.

Con un grosso sacrificio economico lei ha dovuto attivare la linea telefonica domestica perchè da un cellulare in carcere non si può essere chiamati, ma per molti mesi, fino a quando il contratto non è stato attivo, il carcere non autorizzava le telefonate. Così, spesso, sono separati del tutto, non possono parlarsi. Lei gli scrive quasi tutti i giorni, ma poi si attiva per lui in ogni modo. Non chiede clemenza, ma solo di potergli stare vicino, nelle condizioni economiche di chi non ha (quasi) nulla: va bene la pena, va bene il carcere, anche per storie lontane e ormai passate, ma perché laggiù? Perché non vicino a casa? Alla fine, però, ogni volta lei si sente impotente e ansiosa, anche perché è in cura farmacologica per attacchi di panico e depressione, e specie di notte ha incubi che le levano le forze. La lontananza è durissima.

Lui è molto cambiato negli ultimi anni: ha spesso momenti di disperazione, teme per lei e soprattutto soffre di disturbi asmatici che si aggravano con il caldo e con l’inquinamento della grande città. In gennaio ha fatto domanda di trasferimento lassù, al Nord, fornendo la documentazione richiesta. A maggio ha saputo che c’era un’udienza in Tribunale, per una (auspicata) diminuzione della pena. Sperava di poterla raggiungere, almeno per qualche giorno. Ha fatto istanza, ma no: era solo una camera di consiglio, la sua presenza non era richiesta.
Come sarebbe semplice, se solo fosse applicato il regolamento penitenziario: i detenuti sono assegnati in istituti situati “nell’ambito della regione di residenza”, e se proprio non è possibile (come capita in questi tempi di sovraffollamento) “in località prossima”.

* Difensore civico dei detenuti
difensorecivico@associazioneantigone.it
(pubblicato su Terra del 11 giugno2009)

martedì 9 giugno 2009

“IO NON RESPINGO” Manifestazione antirazzista - Venerdì 12 Giugno


I governi, di ogni colore e orientamento (leggi "Turco Napolitano", "Bossi Fini") hanno inventato, per chi non ha commesso alcun reato, luoghi di detenzione e il respingimento in paesi che non rispettano i diritti umani. I governi fingono di non vedere che il loro accanirsi contro i poveri porta stragi in mare, persecuzioni, stupri, torture in Libia. Provoca morti nei container, nei camion provenienti dalla Grecia e dall’est Europa, di cittadine e cittadini del mondo, esseri umani come noi, che fuggono dalle guerre, dalla fame, dallo sfruttamento. Guerre e povertà, spesso frutto delle politiche dei governi e delle imprese del nord del mondo. I nostri. I governi, inducono e strumentalizzano paure nei cittadini, per ottenere facili consensi. La criminalità, quando c'è, va punita nei termini di legge. Ma è un dato di fatto che la criminalità si diffonde maggiormente tra chi non ha nulla da perdere perché messo ai margini della società, bollato e perseguitato come clandestino, reietto, indesiderato.Sicurezza e "razzismo/xenofobia", sicurezza e "persecuzione", sicurezza e "strage degli innocenti", non sono sinonimi !

E' disumano criminalizzare intere popolazioni e continenti.
E' disumano accanirsi contro i deboli.
Cosa stiamo diventando?
Ora, forze sempre più xenofobe impongono politiche ancora più persecutorie.
Cosa stiamo diventando?

E' tempo di dire “NO!”

Gruppo locale di Cagliari per ACTIONAID - AFRICADEGNA - AIFO - AMICI DI SARDEGNA onlus -
AMICI DI VIVIANA - ASECON ong - ASSOCIAZIONE OSCAR ROMERO - CAGLIARI SOCIAL FORUM - CISV SARDEGNA - CITTA’ CICLABILE - COMUNITA’ “LA COLLINA” Serdiana - CO.SA.S. - DEGGO - EMERGENCY Cagliari - INGEGNERIA SENZA FRONTIERE Cagliari - LOS QUINCHOS - LUNA D’ORIENTE - MANI TESE Cagliari - PARADA - RETE RADIE’ RESCH Cagliari - SARDEGNA PALESTINA - SAVE THE CHILDREN Cagliari -
SHIATSU DO onlus Nazionale - SHIATSU DO SARDEGNA onlus – SPAZIO 058 OPERATORI DI PACE - SUCANIA - UAAR circolo di Cagliari

Aderiscono alla campagna nazionale promossa da FORTRESS EUROPE

e vi invitano alla

MANIFESTAZIONE
“IO NON RESPINGO”

Venerdì 12 Giugno
Ore 18,00
Piazza Garibaldi


Sono invitate le persone di ogni idea, pensiero, provenienza, convinte che questa deriva razzista, culturale prima che politica, sia una vergogna che ci toglie umanità.
Vi chiediamo di lasciare a casa le bandiere e i simboli di partito affinchè ognuno possa esprimere il più liberamente possibile la propria idea di solidarietà all’interno della manifestazione.
Portate invece le bandiere della pace, nastri e sciarpe per formare una colorata rete di solidarietà e dei fiori che getteremo in mare per ricordare le 14.661* vittime dell’indifferenza.


MA CHI SONO GLI IMMIGRATI ?

-Gli immigrati non arrivano dal nulla. Sono persone con una provenienza e una storia, una famiglia, degli affetti, un progetto di vita.

-Gli immigrati spesso sono persone che fuggono da situazioni drammatiche: guerra, torture, fame. Non vogliono la nostra pietà, ma la possibilità di cominciare una vita dignitosa nel nostro paese.

-Gli immigrati non nascono né buoni né cattivi, sono persone e come tutte le persone vanno giudicate individualmente per ciò che fanno, non collettivamente per ciò che sono.

-Gli immigrati sono tutelati dalla Costituzione italiana e dalle leggi internazionali che l'Italia ha ratificato e che non possono essere rispettate o meno a seconda della comodità politica o dell’umore dell’opinione pubblica.
-Gli immigrati devono essere accolti sempre in maniera dignitosa e non in base ai bisogni del nostro mercato del lavoro: non sono nuovi schiavi o manodopera a bassissimo costo da ricattare a piacimento, sono persone. - I CPT/CIE sono, di fatto, prigioni e la nostra Costituzione prevede l’inviolabilità della libertà personale e la detenzione in carcere solo se si commettono reati.


*fonte Fortress Europe: è una rassegna stampa che dal 1988 tiene memoria dei migranti morti alle porte dell’Europa. Delle 14.661 vittime accertate fino ad oggi, 6.327 risultano disperse.
Il bilancio purtroppo è in continua evoluzione.

Per info - http://fortresseurope.blogspot.com/
antirazca@gmail.com

lunedì 8 giugno 2009

se il grado di civiltà dell'Italia si misura dalle carceri!



www.nuovasocieta.it, 8 giugno 2009

tratto dalla rassegna di ristretti.it


Parlare oggi di carcere vuol dire parlare di una struttura che sta letteralmente scoppiando. Ce lo dicono sia i detenuti stessi che gli educatori ed i volontari. "La situazione sta precipitando anche in un carcere, fino a poco tempo fa considerato migliore di tanti altri, come la Casa di Reclusione di Padova - fanno sapere appunto i detenuti stessi dalla città veneta -. La terza branda che stanno aggiungendo in celle singole, già usate come doppie, rende lo spazio così invivibile, che il dirigente sanitario si è rifiutato di firmare l’abitabilità di quelle che, elegantemente, vengono chiamate "stanze di pernottamento". Purtroppo, mai come ora è stata attuale la vecchia idea di Voltaire che "il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri".
Di carcere ne abbiamo parlato con Christian G. De Vito, per lungo tempo volontario nelle carceri di Firenze e Prato, ed ora autore del libro "Camosci e girachiavi - Storia del carcere in Italia" (ed. Laterza, 13 euro).

De Vito cosa pensa delle strutture carcerarie che stanno scoppiando?
"Esse sono il prodotto delle scelte compiute degli ultimi venti anni a livello politico, in particolare con riferimento all’immigrazione e alle tossicodipendenze. Se non si torna indietro su quelle scelte, non si potranno avere carceri meno piene. Si penserà invece di costruire più carceri, come sembra voler fare il governo con il "piano carceri" di cui si parla in questi giorni; ben sapendo che, anche ammesso che saranno costruiti, i diciassettemila nuovi posti letto si riempiranno prestissimo e serviranno solo a stimolare un ulteriore incremento della repressione e delle retoriche della sicurezza.
Quella delle carceri che scoppiano del resto è una vicenda non solo italiana, ma mondiale, che rimanda all’affermarsi a livello globale di politiche neoliberiste: basti pensare agli Stati Uniti, passati in trenta anni da 300.000 a oltre 2.000.000 di detenuti. Una tendenza che riguarda anche paesi tradizionalmente riformatori in ambito penitenziario, come quelli scandinavi o i Paesi Bassi.
Del resto, il problema delle carceri che scoppiano non è solo una questione di numeri. Il sovraffollamento, che ne è la principale traduzione concreta, vuol dire vivere per ore e ore in pochi metri quadrati con tre, quattro e talvolta anche otto o nove persone. È una situazione inumana e del tutto illegale, che pone con urgenza la questione di fare qualcosa, di una strategia alternativa a quella repressiva che domina"

Eppure c’è chi dice che in carcere si sta bene, che "stanno come in albergo". È veramente così?

"Assolutamente no. I cittadini e le cittadine, e anche tantissimi uomini e donne politici, dovrebbero vedere le carceri prima di fare affermazioni del genere. Dovrebbero vedere le celle con i letti a castello a quattro piani, dove si mangia seduti sui letti perché perfino gli sgabelli di legno sono spesso insufficienti rispetto al numero dei detenuti presenti. Dovrebbe vedere anche questi famosi televisori nelle celle, che così spesso vengono dipinti come il simbolo stesso del "carcere albergo" e che invece nella realtà del carcere sono una trappola infernale, perché avere come unica attività per ore e ore e per molti mesi quella di stare davanti a un televisore è un supplemento di condanna, non certo un lusso.
No, le carceri non sono degli alberghi. Sono istituzioni dove mancano le cose anche più semplici, dove ogni detenuto vede negati anche diritti fondamentali come quello alla salute. Sono anche luoghi di violenze, sia nella forma dei continui arbitri e ricatti, sia in quella delle vere e proprie violenze fisiche, molto meno rare di quanto si pensi"

Nella situazione che lei descrive il carcere, si può ancora parlare di struttura rieducativa per chi ha commesso reati?
"La logica della rieducazione è vecchia come il carcere stesso. L’idea della punizione si è sempre accompagnata con quella di riempire il tempo trascorso in carcere di attività che modificassero la personalità e lo stile di vita dei detenuti. È da questo che derivano già nell’Ottocento i principi dell’individualizzazione del trattamento e della specializzazione delle carceri; questo è il senso anche della pena "rieducativa" definita nell’art.27 comma 3 della Costituzione italiana.
Tali principi a seconda dei casi sono stati tradotti in termini strettamente clinici (dalla scuola della "difesa sociale" negli anni Cinquanta e Sessanta) o in termini morali-religiosi (come "redenzione" del condannato). Dalla metà degli anni Settanta, la riforma del 1975 e poi la legge Gozzini del 1986 hanno dato un’interpretazione più legata all’idea del reinserimento sociale, ma ciò si è anche coniugato con meccanismi premiali all’interno del carcere: in sostanza, la massa dei detenuti è stata divisa in tanti settori o "circuiti" (massima sicurezza, media sicurezza, custodie attenuate, sezioni per tossicodipendenti, reparti di osservazione psichiatrica), mentre ogni detenuto è stato spinto a mantenere comportamenti conformi alle regole penitenziarie, per evitare di perdere la possibilità di ottenere vari "benefici", come il lavoro interno e poi esterno, la semilibertà, l’affidamento in prova al servizio sociale. Ciò che era stato concepito come uno strumento di decongestionamento del carcere è tuttavia diventato sempre più uno strumento di controllo di una popolazione carceraria in costante aumento; parallelamente, le misure alternative hanno perso ogni loro "alter natività" rispetto alla detenzione, divenendo complementari all’aumento della popolazione carceraria.
Nel frattempo, è mutata radicalmente la composizione della popolazione detenuta. Le riforme degli anni Settanta e Ottanta erano rivolte a un detenuto-tipo di nazionalità italiana, con la possibilità di reinserirsi a livello abitativo e lavorativo in un tessuto sociale preesistente. Fino a un certo punto questa configurazione si è potuta adattare alla realtà dei detenuti tossicodipendenti, per i quali tuttavia vi erano delle esigenze anche sanitarie alle quali lo sviluppo delle comunità, dei Ser.T. e delle sezioni a custodia attenuata ha risposto in maniera sempre solo parziale. Oggi la realtà è ulteriormente mutata: se si pensa che nelle maggiori carceri ormai gli immigrati sono oltre il 50% dei detenuti, si può capire quanto questo modello di intervento sia superato, o quantomeno marginale, rispetto a un carcere che svolge una funzione puramente contenitiva e repressiva.
Analizzando le cose in questi termini secondo me si può capire la crisi permanente nella quale si dibattono sempre più tutte le attività trattamentali e i progetti ad esse ispirate: sono strutturalmente condannati ad una marginalità sia numerica che simbolica, ad inseguire inutilmente una vera e propria alluvione di detenuti e di disuguaglianza sociale. Sono processi che provengono dall’esterno del carcere e che hanno molto a che fare con le trasformazioni del mercato del lavoro e con il progressivo smantellamento anche di quel poco di welfare che era stato edificato a partire dagli anni Settanta. A questo va aggiunto un altro elemento: alla prospettiva del "reinserimento" dei detenuti, in Italia, le autorità politiche non hanno mai veramente creduto. Lo dimostra il fatto che le risorse per queste attività sono da sempre incomparabilmente inferiori rispetto a quelle riferite alla funzione custodiale del carcere. Si può trovare prova di questo in ogni carcere, basta comparare il numero degli agenti di polizia penitenziaria a quello degli educatori: nel carcere di Firenze, per esempio, dove ci sono in questo momento 940 detenuti a fronte di una capienza di 470 posti, ci sono 420 agenti e 5 educatori"

Cosa si può pensare in alternativa al carcere in Italia oggi?
"La mia ricerca storica sul sistema penitenziario dal 1943 ad oggi credo metta in luce, tra le altre cose, il fallimento del riformismo penitenziario. La crisi della ideologia della "rieducazione" è infatti solo un aspetto di una marginalizzazione complessiva della prospettiva di trasformazione dell’istituzione penitenziaria. Di fatto, attraverso i decenni, il carcere ha continuato sempre a funzionare come una discarica sociale nella quale sono stati sistematicamente riversati i rifiuti dei processi socio-economici che avvenivano al di fuori delle mura di cinta. Per altro verso, tutta l’idea che il periodo trascorso in carcere potesse favorire un successivo reinserimento dei detenuti si è scontrata, oltre che con i limiti già detti dell’area "trattamentale", con un sistema di assistenza sociale del tutto insufficiente e con il permanere di radicati pregiudizi nella popolazione. Basta vedere cosa è successo quando c’è stato l’indulto del 2006: gli indultati uscivano dalle carceri con sulle spalle i sacchi neri dell’immondizia dove avevano i loro vestiti e fuori trovavano qualche volontario, nel disinteresse pressoché totale delle istituzioni. Anche il tanto sbandierato rientro in carcere degli indultati - rimasto in verità su tassi straordinariamente bassi - è derivato da questo processo di abbandono sociale piuttosto che da una presunta "tendenza criminale" di quelle persone.
Bisogna quindi ripensare le strategie di trasformazione del carcere, tenendo presente il collegamento tra il carcere e la società. Occorre dunque innanzitutto smantellare l’apparato securitario messo in campo negli ultimi due decenni: dalla legislazione speciale su tossicodipendenti (legge Fini-Giovanardi) e immigrati (legge Bossi-Fini), alle tante ordinanze comunali dal chiaro impasto razzista; dalle norme che hanno rafforzato i sindaci e le prefetture a quelle che hanno equiparato di fatto le polizie locali alle forze dell’ordine. Su questa base mutata, occorre finalmente procedere all’approvazione di un nuovo codice penale che depenalizzi una serie di reati minori, favorisca sistematicamente la concessione di misure alternative sin dalla fase del giudizio e proceda all’abolizione di quella autentica tortura che è l’ergastolo. L’ulteriore potenziamento di misure alternative in fase di esecuzione penale dovrà poi andare di pari passo con la strutturazione di politiche sociali non più frammentate per settori assistenziali, ma integrate a livello di enti locali e di aree metropolitane. È da questo nuovo protagonismo della politica, che per troppo tempo e tuttora delega ai tecnici gli assetti dell’universo carcerario, che possono scaturire le condizioni per processi di abolizione di alcune parti del sistema penitenziario. Ne indico come esempio alcune per le quali l’abolizione appare tanto urgente quanto rapidamente praticabile: gli ospedali psichiatrici giudiziari e le sezioni psichiatriche, attraverso la presa in carico di quanti sono internati da parte dei servizi di salute mentale territoriali; le carceri minorili, estendendo le strutture di accoglienza in modo da poter estendere i benefici previsti dalle leggi attuali anche ai minori immigrati, che sono di fatto gli unici "ospiti" di tali strutture; le sezioni "nido" delle carceri femminili, dove bambini al di sotto dei tre anni sono incarcerati insieme alle loro mamme detenute.

È realistica questa strategia?
Io credo di sì, a patto che non solo ci sia una attenzione maggiore della politica e dell’opinione pubblica attorno alla "questione carcere", ma che anche i detenuti facciano sentire la loro voce, prendendo coscienza del loro ruolo fondamentale nel cambiare il carcere. La mobilitazione dei detenuti è un fattore determinante. Non dimentichiamoci infatti che l’unico momento di effettiva rottura e di cambiamento nella storia del carcere nell’Italia repubblicana si è avuto a seguito delle grandi rivolte e proteste dei detenuti, in particolare tra il 1969 e il 1973. Senza quei movimenti, che sono costati anche vittime tra i detenuti, non ci sarebbero state probabilmente neppure le limitate riforme del carcere del 1975 e del 1986"

Ha condiviso l’indulto di qualche estate fa? Si è risolto qualcosa per ciò che è l’affollamento delle strutture carcerarie con questa a dir poco bizzarra decisione?

"Ho condiviso l’indulto e, anzi, ho attivamente partecipato alla mobilitazione per l’indulto sin dal 2000, organizzando insieme ad altre persone, dibattiti, banchetti informativi e presidi di solidarietà sotto alcune carceri dove i detenuti si mobilitavano in questo senso. Chiedevamo - i detenuti e noi di tante associazioni e gruppi - un indulto generalizzato accompagnato dall’amnistia, dal rovesciamento delle politiche su immigrazione e tossicodipendenza e da un intervento finanziario specifico che destinasse risorse alle carceri e alle strutture per le misure alternative. L’indulto/amnistia lo concepivamo come una sorta di risarcimento per le condizioni vergognose in cui i detenuti erano stati tenuti in carcere, ma anche come un punto di svolta possibile sulle politiche del carcere.
Lo voglio ripetere: secondo me l’indulto era giusto e necessario. Le modalità con cui è stato fatto rivelano invece contraddizioni che sono tutte interne al mondo politico istituzionale, il suo sostanziale disinteresse rispetto alle condizioni concrete di migliaia di detenuti e l’autoreferenzialità di scelte fatte in nome degli equilibrismi partitici. Non a caso, dal momento successivo all’approvazione dell’indulto, quasi tutti i politici hanno fatto a gara per lavarsene le mani e per invocare nuovi provvedimenti per la "sicurezza". In ogni caso, se attualmente siamo ritornati ai numeri pre-indulto e, anzi, li abbiamo ormai anche superati, ritengo che ciò sia da imputare non all’indulto, ma alla mancata volontà politica di fare dell’indulto un momento di riflessione e di svolta più ampio rispetto alla "questione carcere".

martedì 2 giugno 2009

Cagliari: presentato libro sul carcere e le "misure alternative"


di Laura Sanna

La Nuova Sardegna, 1 giugno 2009


Il carcere e le alternative alla detenzione per rimettere in libertà "un uomo diverso e non solo una persona che ha scontato la sua pena". Questo il senso dell’incontro promosso dalla Società Operaia nel quale è stato presentato il libro di Paolo Pisu (Figli della società), ex consigliere regionale di Rifondazione comunista che, nel suo mandato, ha svolto un’inchiesta sul funzionamento delle carceri sarde.
I costi economici e sociali della detenzione e parallelamente gli scarsi risultati ottenuti sul fronte della rieducazione fanno dire al politico che il carcere, come istituzione, ha fallito. "Anche solo per un discorso egoistico e non umanitario bisognerebbe cercare un’alternativa al carcere". Sono le parole con cui Paolo Pisu sintetizza i risultati di due anni e mezza di ispezioni negli istituti di pena della Sardegna, tra il 2004 e il 2007, quando, come presidente della commissione consiliare per i diritti civili promosse un’inchiesta per verificare le condizioni di detenuti e lavoratori.
Un lavoro che nasceva in seguito a fatti molto gravi avvenuti in alcuni penitenziari, tra cui anche quello cittadino. Proprio la casa circondariale di Iglesias in quegli anni fa teatro di proteste da parte dei detenuti: costruito per ospitare circa 60 detenuti e con una dotazione di 60 agenti, era arrivato proprio tra 2004 e 2005 al massimo della capienza, con circa 110 detenuti ospiti sorvegliati da un numero di guardie che nel frattempo era sceso a una cinquantina, come ha spiegato Stefano Pilleri, guardia carceraria e rappresentante sindacale della Uil.
A questa situazione già esplosiva si aggiunse un guasto all’impianto di riscaldamento dell’acqua e i detenuti portarono avanti per alcuni giorni una protesta rumorosa: oggetti sbattuti contro le sbarre. Sempre in quegli anni era però avvenuto anche un altro fatto: un detenuto extracomunitario aveva perso la sua dentiera ma nessuno prestava attenzione a quello che per lui era un problema molto grave e per protesta decise di cucirsi la bocca con il filo di ferro: un atto di autolesionismo impressionante ma non raro nelle carceri di tutto il mondo, dove accade che i detenuti si cuciano allo stesso modo anche le palpebre.
Anche perché gli stranieri sono "emarginati tra gli emarginati - spiega Caterina Moro, volontaria della Caritas che da 12 anni aiuta i detenuti dell’istituto di Iglesias - che non hanno la consolazione dei colloqui settimanali con i parenti o i pacchi spediti dai famigliari". Da 12 anni le volontarie in carcere sono solo due, segno che è ancora una realtà separata, davanti alla quale, "si gira colpevolmente la faccia - come ha detto Pisu - mentre è importante sapere che chi finisce in una cella è solo il meno fortunato tra tutti quelli che delinquono e la fanno franca. In carcere si divide per anni una cella di pochi metri quadri con altri sei o sette detenuti. Senza possibilità di lavorare oppure istruirsi, si è condannati all’ozio forzato oltre che alla detenzione".
Una vita senza speranze con un costo sociale molto alto: tra chi ha scontato la sua pena dietro le sbarre la recidiva è di oltre il settanta per cento mentre per chi ha scontato pene alternative e ha lavorato, la recidiva scende al 12-13 per cento, con punte del sei per i detenuti non tossicodipendenti.
Anche in città su questo fronte qualcosa si sta muovendo, per mano della cooperativa San Lorenzo e con l’impegno di don Benizzi, per anni cappellano della casa circondariale di Iglesias: dal laboratorio di lavorazione dell’alluminio al progetto Solki, che ha trasformato in agricoltori venticinque detenuti nella tenuta agricola di Terramanna, si insegna ai detenuti un mestiere e gli si offre uno stipendio. E per il momento a Terramanna non c’è bisogno di guardie.

Don Ettore Cannavera, riflessioni da "La Collina"

L'Associazione 5 Novembre, ha intervistato Don Ettore Cannavera, fondatore della comunità di accoglienza "La Collina", rivolta a giovani-adulti, di età compresa tra i 18 ed i 25 anni, che vengono affidati dalla Magistratura di Sorveglianza come misura alternativa alla detenzione. Un interessante intervista sui temi della Giustizia, del Carcere, del precariato giovanile e della cultura della Solidarietà e dell'accoglienza.