giovedì 31 luglio 2008

“ mi calo e basta, la vita è tutta quì”

di Vincenzo Andraous

In discoteca, al pub, alla festa sulla spiaggia, la droga “cala”, e un’altra ragazza è stramazzata a terra, in coma, è morta. Questa volta la causa del decesso è l’Mdma, meglio conosciuta come ecstasy. E’ incredibile come dopo anni e anni di over-dose, di esplosioni chimiche, di implosioni biologiche, siamo qui a manipolare le parole, a violentare la ragione, a abusare della compostezza di una coscienza annichilita.

C’è una maledetta disinformazione che parte da una comunicazione sonnolenta, ripetuta senza scalfire alcuna emozione, spesso didattica, già vecchia, troppe volte elargita da cattedre impolverate che nulla consentono alla possibilità di liberare la libertà, nel senso di immaginare un percorso di vita denudato dai falsi miti e dalle false aspettative, soprattutto da quella falsa normalità, che maschera nei migliore dei casi una avvenuta dipendenza.

“Non mi calo” per essere contro, per trasgredire e stupire con rumore, “ mi calo” per essere pronto a dire, a fare, a pensare svelto e non dormire. “Mi calo e basta tutto qui”. Dieci, mille, diecimila a sbomballarsi, a muoversi in gruppo, in cerchio, in abissi capovolti, ma resi avventurosi, per l’incapacità di parlare, di fare i conti con le parole, che hanno un nome, una storia, persino una vita presa a calci nel sedere.

Questa nuova sostanza è peggio delle altre, non sei in giro come un tossico, additato e contuso dallo sdegno benpensante, no, è magica pasticca che consolida la tua presenza nel consorzio sociale, che nasconde il peso dell’impegno lavorativo, che rende più dolce la linea mediana di una vita banale. Un nuovo stile di vita, tutti dentro un cubismo astratto, dove ognuno sbanda allegramente, per rendere meno assordante il dovere della puntualità, della costanza, della propria professionalità, in all’erta per l’inizio della nuova settimana, pungente e rancorosa per quella appena conclusa. E’ necessario riflettere su come stanno emergendo queste nuove sostanze, nelle nuove resistenze sociali, non sempre riconducibili al disagio psicologico, al malessere sociale, a comportamenti violenti e deficit emozionali.

Noi adulti preferiamo conservare la nostra integrità e capacità di educare, caricando i nostri interventi sul versante antisociale dei giovani, ma non facciamo al problema droga un buon servizio di prevenzione, non capiamo che oggi, per la stragrande maggioranza dei ragazzi, “calarsi” è normale, semplice, non è protesta di alcuno né di alcunché, è solamente un modo per stare comodi, tra fatica e divertimento. E’ semplice perché è lì a portata di mano, non è mai lontana dalle solitudini imposte dal mercato, non crea ansie di irreperibilità né di prestazione, è intesa come una normale e semplice sfida a morire nel silenzio più gettonato, quello degli adulti così irresponsabilmente predisposti a imitarne il distacco generazionale.

(nell'immagine) Chidi Okoye - "invasion of glory"


Il "carcere duro" diventerà ancora più duro!


di Patrizio Gonnella

(Presidente Associazione Antigone)


Italia Oggi, 30 luglio 2008

Dalla Redazione del Centro studi
di Ristretti Orizzonti www.ristretti.it

È alle porte un ulteriore irrigidimento del carcere duro, il regime disciplinato dall’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario. Ci aveva provato il precedente governo Prodi a modificarlo quando il 3 maggio 2007: l’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella, sentito in audizione formale dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa, preannunciò un disegno di legge governativo diretto a inasprire i contenuti della legge.


Il 41-bis, introdotto nel 1991 con il decreto Scotti-Martelli, ha visto la sua definitiva stabilizzazione nel 2002 con la legge n. 279. Nelle scorse settimane vi sono state molte polemiche sulla riduzione del numero dei detenuti soggetti a tale regime. Ciò sarebbe stato determinato dal forte incremento dei ricorsi, e, di conseguenza, dell’aumento degli annullamenti da parte della magistratura di sorveglianza dei provvedimenti applicativi del 41-bis. Alcuni dei punti presenti nel testo preannunciato dall’ex ministro Mastella sono oggi ricomparsi nel disegno di legge che ha come primo firmatario il senatore Carlo Vizzini, Presidente della Commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama. La proposta di modifica dell’attuale 41-bis si articola in tre punti:


l’innalzamento della durata del regime speciale sino a tre anni (e mai inferiore a due), a loro volta prorogabili; attualmente il limite massimo è invece di due anni mentre il limite minimo è di un anno;

l’inversione dell’onere della prova riguardante la cessazione del rapporto con l’organizzazione criminale di appartenenza facendola gravare sul detenuto, divenendo così una sorta di probatio diabolica; il detenuto deve specificatamente dimostrare che sia cessata la partecipazione o comunque ogni altra forma di collegamento o di contatto con il sodalizio criminoso di appartenenza ovvero ad altre organizzazioni criminali, terroristiche o eversive (oggi, viceversa, spetta all’amministrazione dimostrare la sussistenza del legame criminale con la cosca mafiosa);


la previsione della competenza territoriale sui reclami al solo Tribunale di Sorveglianza presso la Corte di appello di Roma, in modo, si afferma, da assicurare uniformità nell’applicazione della normativa ed evitare un’eccessiva eterogeneità di orientamenti giurisprudenziali da parte dei diversi tribunali.

Nei giorni immediatamente successivi all’annuncio del senatore Vizzini, in occasione del sedicesimo anniversario della morte di Paolo Borsellino, il ministro della giustizia Angelino Alfano, a sua volta, ha annunciato un inasprimento del 41-bis per via amministrativa con circolare del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Viene disposto lo spostamento dei boss sottoposti al regime del 41-bis in celle lontane tra loro, allo scopo di evitare qualsiasi possibile contatto vocale. Nell’ipotesi di inosservanza della disposizione suddetta i detenuti potranno essere assoggettati a procedimento disciplinare.


Inoltre, viene ridotta ancora di più rispetto a oggi la possibilità di fare la socialità in gruppo, ossia di poter incontrare altri detenuti durante le ore di aria. La proposta di riforma troverà prevedibilmente la legittima resistenza dell’avvocatura e della magistratura di sorveglianza, la quale rischia di vedersi esautorate del tutto le proprie funzioni di controllo. Su questo tema sia le Camere Penali sia l’Associazione Nazionale Magistrati sono intervenute a difesa delle prerogative di controllo dei Giudici di Sorveglianza. D’altronde, sia la Corte europea dei diritti umani sia la Corte costituzionale hanno condizionato il loro sì al regime speciale solo in quanto la legge sia capace di garantire un effettivo ed efficace controllo giu-risdizionale sui provvedimenti amministrativi di compressione dei diritti dei detenuti che vi sono sottoposti, altrimenti il rischio è la violazione dell’articolo 27 della Costituzione. Il numero totale dei detenuti assoggettati al regime duro oggi sfiora le 600 unità. Erano 678 nel dicembre del 2002, nei giorni in cui veniva modificato l’articolo 41-bis della legge penitenziaria.


(nell'immagine) Chidi Okoye - "Rising"


mercoledì 30 luglio 2008

55mila detenuti, le carceri italiane vicine al collasso


di Alessandro Galimberti


Il Sole 24 Ore, 29 luglio 2008

Dalla Redazione del Centro studi
di Ristretti Orizzonti www.ristretti.it


Il sistema carcerario italiano rischia di superare tutti i limiti di ricettività consentita già nei prossimi mesi. La crescita della popolazione dietro le sbarre - definizione molto, eterogenea, ma che alla fine è fatti di numeri omogenei - mostra infatti una curva ascendente sempre più acuta, che continua ad accelerare dopo la tregua coincisa con l’indulto di due anni fa.


L’inasprimento delle pene e le nuove tipologie di reato inserite negli ultimi provvedimenti del Governo potrebbero anche accelerare i tempi. Al 27 luglio (ieri) i detenuti a vario titolo nelle Case Circondariali, nelle Case di Reclusione e negli istituti per le misure di sicurezza erano vicinissimi a sfondare quota 55mila (54.945), cioè quasi il 30% in più del primo livello di capienza delle 205 strutture penitenziarie attive in Italia: la ricettività regolamentare del sistema carcerario italiano non arriva neppure a 43mila posti (42.950), oltre il 90% dei quali riservati alla popolazione maschile, e solo 2.359 alle donne. Il limite massimo, invece, definito di "tollerabilità" dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (quindi un livello di affollamento non derogabile) è fissato a 63.360.


In teoria, a oggi restano disponibili poco più di 8mila posti in cella, un margine che il trend di crescita riduce a pochi mesi di agibilità. Quando nell’estate del 2006 il Governo Prodi adottò l’indulto, con un sostegno parlamentare ampio e trasversale, nelle prigioni del paese si contavano 61.264 detenuti, cifra molto vicina al collasso del sistema.


Il 31 agosto successivo, terminata la prima fase dello svuotamento da indulto, i carcerati erano scesi a 38.847; dal 30 settembre 2006, punto più basso dell’affollamento (38.326 detenuti a vario titolo) è però ripresa la crescita, dapprima lentamente (sotto le 4omila unità fino a febbraio 2007) poi via via più veloce (44mila a giugno 2007), quindi esponenziale, superando i 48.500 al 31 dicembre scorso, e oggi ormai prossima alle 55mila unità.


L’ultimo taglio disponibile sulla popolazione carceraria (dicembre 2007) dice che meno di 19mila ospiti, sul totale di 48.693 presenze, sono reclusi per effetto di una sentenza giurisdizionale; la massima parte è invece rappresentata dagli imputati di un procedimento non ancora terminato, quindi detenuti in forza di un provvedimento di custodia cautelare: si tratta di oltre 28mila persone. Quanto alla radiografia degli stranieri, destinati ad aumentare dopo l’entrata in vigore definitiva del decreto sicurezza, il 41% della popolazione è rappresentata da europei (per metà di provenienza comunitaria, il 12% albanesi, il 5,5% ex jugoslavi), mentre quasi il 50% è africano (per tre quinti originari di Marocco e Tunisia), solo il 4,8% è di provenienza asiatica e il 5,9% nord e sud americana.


martedì 22 luglio 2008

Antigone: il nostro "no" al disegno di legge Berselli


(Tratto dal V Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia)


Saranno plausibilmente almeno 20 mila in più le presenze in carcere se dovesse essere approvato il disegno di legge n. 623 recante "Modifiche alla legge 26 luglio 1975, n. 354, e al codice di procedura penale, in materia di permessi premio e di misure alternative alla detenzione". Il ddl è stato presentato dai senatori Filippo Berselli e Alberto Balboni, entrambi del Popolo della libertà.


Il testo, qualora approvato, condurrebbe a un durissimo inasprimento del regime penitenziario, escludendo o rendendo estremamente meno accessibili gli attuali benefici di legge in caso di detenuti che mantengono una condotta tesa a cooperare con l’opera di reinserimento sociale. Il primo dei sei articoli in cui si divide il testo raddoppia da dieci a venti anni il periodo di pena che deve essere espiata da un condannato all’ergastolo che abbia tenuto condotta meritoria prima di poter accedere al permesso premio.


Viene alzata da settanta a settantacinque anni l’età per accedere per motivi di anzianità alla detenzione domiciliare. Si allungano i tempi per accedere alla semilibertà (vanno scontati almeno i due terzi della pena e in alcuni casi i tre quarti), del tutto inibita per gli ergastolani. Viene soppressa la liberazione anticipata, ossia la riduzione di 45 giorni a semestre prevista per chi ha regolare condotta in carcere.


Misura che oggi è alla base della gestione della vita interna alle carceri e che ha evitato da vent’anni le rivolte. L’insieme elle misure previste produrrà di fatto l’accantonamento della legge Gozzini del 1986 nonché una ondata di sovraffollamento incontenibile per l’attuale sistema penitenziario. Non è facile ipotizzare quale sia la sua portata effettiva. Ridurre la portata dell’affidamento in prova al servizio sociale, della semilibertà e della detenzione domiciliare significa togliere o ridimensionare la possibilità di accedervi a circa 15 mila persone.


Eliminare la Simeone-Saraceni significa rimandare in carcere decine di migliaia di persone. 1357 sono gli ergastolani a cui viene negata ogni possibilità di accesso alla semilibertà. La soppressione della liberazione anticipata è comunque la norma che determina il maggiore impatto sui numeri. Dei 22 mila condannati oggi più o meno due terzi ottengono lo sconto di 3 mesi l’anno. Con questa misura del ddl Berselli nel tempo la popolazione detenuta aumenterà di un quarto. Complessivamente si può sostenere che nel solo giro di un anno potrebbero essere 20 mila in più i detenuti raggiungendo la quota record di 75 mila.


lunedì 14 luglio 2008

Don Ettore Cannavera, riflessioni da "La Collina"

i Blog di Associazione 5 Novembre, Precarinlinea e Precariola -uniti per intervistare Don Ettore Cannavera , fondatore della comunità di accoglienza "La Collina", rivolta a giovani-adulti, di età compresa tra i 18 ed i 25 anni, che vengono affidati dalla Magistratura di Sorveglianza come misura alternativa alla detenzione. Un interessante intervista sui temi della Giustizia, del Carcere, del precariato giovanile e della cultura della Solidarietà e dell'accoglienza.


domenica 6 luglio 2008

Pm processo G8 Genova: alla Diaz fu un massacro!


di Lorenzo Guadagnucci

(Comitato Verità e Giustizia per Genova)


da Aprile on-line, 5 luglio 2008
Dalla Redazione del Centro studi
di Ristretti Orizzonti www.ristretti.it

La requisitoria di Zucca e Cardona Albini al processo per le violenze, i falsi, gli arresti arbitrari perpetuati alla scuola genovese durante il G8 del 2001. Per i pm ciò che accadde è stato il frutto di una sospensione dello stato di diritto. Su tutto questo potrebbe cadere l’oblio della salva premier, che rischia di cancellare i procedimenti penali su quel luglio drammatico. La requisitoria di Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini al processo per le violenze, i falsi, gli arresti arbitrari alla scuola Diaz durante il G8 del 2001, è prima di ogni altra cosa un omaggio alla legalità costituzionale, frutto di un senso di giustizia che non accetta di piegarsi alle pretese d’oblio che vengono dalla politica, dai vertici dello stato.


Zucca, introducendo la requisitoria, ha parlato di "sospensione del codice penale" e non solo dello stato di diritto, descrivendo il processo Diaz come una via di mezzo fra i procedimenti per stupro - nei quali "si passa al discredito della vittima"- e i procedimenti per mafia, in cui la ricerca della prova avviene "in un ambiente in cui omertà, coperture, impenetrabilità rendono il lavoro difficile". Da un lato, dice insomma Zucca, si cerca di screditare le vittime in quanto "no global", "estremisti" e via dicendo, dall’altro la polizia fa ostruzionismo e sceglie di non collaborare alla ricerca della giustizia. Oggi Cardona Albini ha parlato senza mezzi termini di "massacro", negando ogni alibi o giustificazione gli autori del sanguinoso blitz. Sono parole pesantissime.


Zucca e Cardona Albini sono magistrati prudenti e pazienti: fattori questi che rendono straordinarie, e al tempo stesso angoscianti, le loro affermazioni. Sono arrivati a queste conclusioni con sofferenza, senza compiacimento. E affrontando enormi difficoltà. Hanno condotto un’inchiesta delicata contro altissimi dirigenti delle forze dell’ordine nonostante vertici di polizia omertosi, a fronte di parlamenti e governi ostili, davanti a un’opinione pubblica in larga misura indifferente. Hanno anche subito attacchi personali clamorosi - in particolare Enrico Zucca - e aggirato ostacoli d’ogni tipo, alcuni anche plateali, come l’invio, da parte dei vertici di polizia, di elenchi incompleti degli agenti partecipanti al blitz, come il mancato riconoscimento di una delle 14 firme poste in calce al verbale d’arresto, come la scomparsa - dalla questura di Genova! - delle due bombe molotov custodite come prove del processo, come la scelta opportunistica di 27 dei 29 imputati, che pur essendo servitori dello stato (alcuni con compiti di altissimo rilievo) si sono avvalsi della facoltà di non rispondere alle domande dei pm, come imputati qualunque.


Zucca e Cardona Albini sanno già che il processo non avrà conseguenze penali effettive, perché la prescrizione è attesa pochi mesi dopo la sentenza di primo grado (prevista per il prossimo ottobre). E conoscono anche il rischio che incombe con l’emendamento ‘salva premier’ sia sul processo Diaz sia su quello riguardante i maltrattamenti verso i detenuti alla caserma di Bolzaneto (sentenza prevista il prossimo 21 luglio), che rischiano d’essere sospesi per un anno e alla fine d’essere cancellati del tutto, visto che un minimo intoppo procedurale potrebbe allungare i tempi fino alla prescrizione prima ancora delle sentenze.


I pm sanno tutto questo ma portano avanti il processo come sempre, con l’attenzione e il rigore mostrati in tutte le fasi del procedimento. Non sono eroi, ma funzionari pubblici che fanno lealmente la loro parte. Non si può dire altrettanto degli altri protagonisti di questa vicenda, collocati ai piani alti delle forze dell’ordine, del governo, della politica. In questi anni i maggiori imputati per un episodio che ha scandalizzato il mondo, sono stati promossi; il parlamento ha rifiutato di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta; i premier e i ministri che si sono succeduti, non hanno avuto il coraggio e la dignità di ripudiare quell’episodio e di chiedere scusa alle vittime e alla cittadinanza.


Nel 2001 l’Italia precipitò in un abisso di illegalità, sfiorando l’eversione di stato. In questi anni non è stata capace di risollevarsi. Il "massacro" della scuola Diaz resterà impunito sotto tutti i profili: giudiziario, politico, etico-professionale. È già una certezza. Perciò questo processo è una spia dello sfacelo morale e politico che sta minando la nostra democrazia.


Don Ettore Cannavera, riflessioni da "La Collina"

i Blog di Associazione 5 Novembre, Precarinlinea e Precariola uniti per intervistare Don Ettore Cannavera , fondatore della comunità di accoglienza "La Collina", rivolta a giovani-adulti, di età compresa tra i 18 ed i 25 anni, che vengono affidati dalla Magistratura di Sorveglianza come misura alternativa alla detenzione. Un interessante intervista sui temi della Giustizia, del Carcere, del precariato giovanile e della cultura della Solidarietà e dell'accoglienza.

Il Notiziario Quotidiano sul Carcere

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