mercoledì 27 agosto 2008

Cagliari: Sciopero della fame e della sete a Buoncammino


Liberazione, 27/08/2008

Dopo lo sciopero della fame iniziato a luglio un detenuto in attesa di giudizio - da un anno e quattro mesi - il 17 agosto scorso ha smesso anche di assumere liquidi. Le sue condizioni fisiche e psichiche sono diventate incompatibili con la reclusione. La denuncia arriva dal consigliere regionale Maria Grazia Caligaris componente della Commissione Diritti Civili. L'esponente socialista è andata a trovarlo nel carcere di Buoncammino di Cagliari dove è rinciuso per chiedergli di interrompere la protesta: «In oltre un mese di digiuno - racconta la Caligaris - il detenuto ha perso 11 chili. Il rifiuto di acqua e liquidi ha accentuato il processo degenerativo accelerando lo stato depressivo.

Il giovane non è più in grado di reggersi sulle gambe è assistito dal compagno di cella. Finora sono stati vani i diversi tentativi di farlo recedere dal proposito autolesionista, non sono più sufficienti né le attenzioni dei medici dell'Iistituto né degli agenti di polizia penitenziaria. E' invece urgente un ricovero in una struttura ospedaliera». L'uomo (31 anni) respinge le accuse e non capisce i motivi della prolungata detenzione in attesa del processo: «Il suo atteggiamento - continua la Caligaris - può danneggiare in maniera irreversibile le condizioni psico-fisiche. E' indispensabile che i giudici, in casi come questo, individuino soluzioni alternative al carcere in attesa che il processo accerti le reali responsabilità del detenuto. Restano ora incontrovertibili il grave deperimento organico e i rischi per la vita che richiedono immediati provvedimenti».

Sulla stessa notizia
Sardegna Oggi -
pericolo di vita per detenuto in sciopero della fame

(nell'immagine) Karen Day-Vath - "Abstract Expressionism, Florals, Landscapes & Still Life."


sabato 23 agosto 2008

Sassari: Radicali: detenuti scontenti di Garante dei loro diritti


La Nuova Sardegna, 22 agosto 2008
Dalla Redazione del Centro studi

di Ristretti Orizzonti www.ristretti.it


Il carcere di San Sebastiano è in condizioni disumane: "I carcerati vivono come bestie, il Garante comunale dei diritti dei detenuti non si vede mai e si rifiuta di visitare i reclusi di religione musulmana". La denuncia arriva dalla presidente nazionale dell’Associazione Radicale, Irene Testa, dopo la visita del 15 agosto scorso. Il disagio riguarda anche "le guardie penitenziarie e i familiari dei reclusi, costretti a condividere il degrado".


Nella visita ferragostana i militanti radicali sono stati accompagnati dal deputato del Pd, Guido Melis, che dalle pagine della Nuova ha denunciato a sua volta l’inadeguatezza della struttura e una condizione ai limiti della legalità. "Il grave stato di degrado di San Sebastiano - commenta la presidente radicale - non è una novità per gli addetti ai lavori, ma questo non toglie niente a una situazione drammatica e senza via d’uscita, se non quella del completamento del nuovo carcere di Bancali". La struttura, però, non sarà pronta prima del 2011 e nel frattempo le famiglie dei detenuti, che non dispongono neanche di una sala d’attesa, continueranno ad aspettare l’ingresso per le visite sotto la pioggia invernale o la canicola dell’estate.


Ma la situazione più drammatica resta quella degli ospiti. "Dopo la chiusura del secondo piano nell’inverno del 2007 - aggiunge Irene Testa - i detenuti sono stati trasferiti al primo piano, causando il sovraffollamento delle celle. All’interno del carcere, poi, manca qualsiasi attività lavorativa, le persone con problemi psichici sono rinchiuse in celle di due metri per due, dove accanto ai bagni alla turca vengono allestite le cucine". Dalla visita sono emerse anche altre carenze e i detenuti hanno "manifestato il proprio scontento nei confronti di suor Maddelena Fois", la garante dei diritti delle persone private della libertà, nominata dal Comune nel 2007. Su questo fronte la denuncia dei radicali è netta: "I detenuti credevano che il Garante difendesse i loro diritti e portasse all’esterno il loro di disagio. Invece non è così: i reclusi sanno solo della sua esistenza, sanno che è una suora, ma non l’anno mai vista. Inoltre, dicono che si rifiuta di di visitare i fedeli di religione musulmana".


Per questo, la presidente dell’Associazione radicale, chiede alla Garante "come intende replicare alle critiche delle persone affidate alla sua tutela da quasi due anni". Nuove critiche che piovono sul capo di suor Maddelena Fois, dopo quelle mosse dal sindaco Ganau a ottobre dell’anno scorso. Allora, davanti alla commissione Affari sociali, Ganau tuonò che a distanza di sette mesi dalla nomina "non è stata scritta una sola riga e di ciò che accade a San Sebastiano non sappiamo assolutamente nulla".

Dalla seduta della commissione era emerso anche che suor Maddalena non aveva effettuato neanche una visita, perché non poteva entrare in carcere senza le autorizzazioni preventive, e che le era più facile accedere da semplice volontaria, pittosto che da Garante. San Sebastiano ha duecento anni e, al suo interno, le guardie carcerarie vivono la stessa condizione di malessere dei detenuti. Nei giorni scorsi, Guido Melis, ha denunciato il taglio dei fondi per l’edilizia carceraria.

venerdì 22 agosto 2008

Bambini in carcere, uno scempio cui porre rimedio


Asca, 21 agosto 2008

In occasione delle visite che Radicali Italiani hanno organizzato il giorno di ferragosto in alcuni Istituti Penitenziari, si è potuta verificare la presenza di alcune detenute madri e dei loro figli, come quella dei due bambini presenti nel nido di Sollicciano rispettivamente di 6 e 14 mesi. Dai dati emersi dal V Rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia, redatto dall’Associazione Antigone e presentato a Roma il 16 luglio 2008, sarebbero 2.385 le donne detenute, di queste 68 sarebbero madri e 70 i bambini di età inferiore ai tre anni reclusi con le mamme, mentre altre 23 donne detenute risultavano in stato di gravidanza. Più in generale sono 800.000 in Europa i bambini figli di genitori detenuti di cui 43.000 sono italiani.


Una situazione intollerabile, che contraddice espressamente i contenuti della Convezione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, e che avrebbe dovuto trovare una soluzione con la legge Finocchiaro la 4/2001 che prospettava una serie di misure volte a evitare la pena detentiva all’interno delle strutture carcerarie alle donne con figli minori di 10 anni (e di conseguenza ai loro bambini sotto i tre anni). Fra le condizioni di ammissione alle misure, in particolare, vi è la non sussistenza di un concreto pericolo di commissione di ulteriori delitti, condizione questa che mal si adatta ad un tipo di reati come quelli connessi all’uso di sostanze stupefacenti e alla prostituzione, che tipicamente presentano un alto tasso di recidiva e di cui sono incriminate la maggior parte delle detenute-madri.


Più in generale purtroppo la normativa è stata largamente disapplicata e presenta dei limiti nell’accesso ai benefici soprattutto per chi è in attesa di giudizio; in particolare, le mamme straniere, non avendo spesso un’abitazione dove scontare gli arresti domiciliari, sono costrette a tenere i bambini nelle strutture di detenzione fino al compimento del terzo anno di età, poi soffrire di un ulteriore trauma che è quello della separazione. Bambini innocenti che prima si trovano reclusi e poi in molti casi inviati in un istituto, passando così dall’istituzione totale del carcere a quella dell’istituto, senza la madre. Nel corso della XV legislatura la Commissione Giustizia della Camera dei Deputati aveva approvato la proposta di legge a prima firma Enrico Buemi che muoveva dalla considerazione del contesto sociale da cui provengono le "detenute tipo", donne che spesso vivono in contesti sociali degradati ed hanno riportato più di una condanna penale, realizzando case-famiglia protette.


Alla ripresa dei lavori parlamentari presenteremo un disegno di legge, ma nel frattempo chiediamo con una interrogazione ai ministri della Giustizia e alle Pari opportunità di attivarsi sia per avere un quadro completo del numero dei bambini detenuti con le loro madri e dove, quali Istituti di pena hanno organizzato dei nidi al loro interno, o convenzionandosi con l’esterno; sia affinché, con urgenza, sia posto rimedio allo scempio dei bambini della prima infanzia che continuano a trascorrere dentro gli istituti di pena italiani il loro tempo più significativo, delicato e costruttivo, per salvaguardare lo sviluppo armonico della loro personalità, anche se sono nati da madri che si sono rese colpevoli di delitti puniti dalla legge con la detenzione.


(nell'immagine) Amedeo Modigliani - "Donna con bambino seduta o Maternità"


mercoledì 20 agosto 2008

L'Italia, la pena e il carcere: un cane che si morde la coda


di Vincenzo Andraous

da Liberazione,
Mercoledì 20 Agosto 2008

Il Parlamento ha chiuso i battenti, forse è questo il momento più propizio per riflettere sulla funzione del carcere, senza il sibilo fastidioso delle strumentalizzazioni. In Italia, di pena e di carcere si parla poco e male, come se il "recinto chiuso" fosse una periferia da rimuovere, da annotare su una pagina stropicciata e illeggibile. I reati diminuiscono, ma la percezione di insicurezza aumenta, in rete la quota di allarmismo quotidiano straripa pericolosamente, formulando la pretesa di risolvere ogni questione con la galera, con la pedagogia dell'asprezza. Come se a una doverosa esigenza di giustizia da parte della vittima, non dovesse corrispondere l'onestà intellettuale di una pena erogata con umanità, quanto meno per tentare di ricomporre la relazione tra le persone secondo reciprocità e responsabilità. La certezza della pena deve comunque riconoscere l'importanza di un percorso di cambiamento, che non è realistico se non garantito da passaggi formativi e relazionali che spingono non solamente a apprendere quanto il proprio passato sia stato errato, ma anche a sentire il bisogno concreto e autentico di essere finalmente in relazione con gli altri.

Quanto c'è ancora di intuitivo e positivo del fare reciproco tra il dentro e il fuori, tra gli operatori penitenziari e i detenuti, per avere fiducia e forza sufficienti a mantenere alto nella sua dignità quel patto di lealtà stipulato con la collettività. Quanto è ancora realmente condiviso il concetto che esiste un prima e un dopo, che passa necessariamente attraverso un "durante" carcerario solidale perché costruttivo, non certamente vendicativo al solo scopo di placare momentaneamente la richiesta di sollievo di una società confusa e perplessa, ma basato su una progettualità educativa. E' un cane che si morde la coda, come per il disagio giovanile, per la droga, per i morti e le tragedie sul lavoro, sulle strade, si invocano norme intransigenti ma confidando sui soliti investimenti residuali, peggio, si configura un disincanto educativo a vantaggio di un non meglio specificato obiettivo condiviso, quello della cementificazione delle coscienze, come se limitarsi a rinchiudere dentro una cella l'errore e l'inganno, potesse vincere la sofferenza per l'ennesimo accadimento tragico, come se nella riproposizione di una sordità trattamentale, vi fosse insita la chiave di accesso per riconsegnare all'opinione pubblica equilibrio e dignità.

Dimenticando che in carcere, se il detenuto è collocato nella stessa condizione di quando vi è entrato, non solamente permarrà nell'indifferenza verso chi ha offeso, ma anche nell'impossibilità di comprendere il valore come persona e dignità umiliata. Sul carcere c'è tanto da fare più che da dire, soprattutto c'è tanto da sapere e conoscere per poter intervenire con la giusta volontà politica, ma la politica appare incapace di concorrere alla formazione dell'opinione pubblica, è più concentrata a moltiplicare i luoghi comuni, gli stereotipi possibili e impossibili, e ciò comporta una sequela infinita di rinculi, una confusione sugli interessi collettivi che ne tutelano diritti e garanzie.

(nell'immagine) John F Rash - "Abstrat Interiors"


martedì 19 agosto 2008

Sassari: "San Sebastiano", un rudere da museo archeologico


di Guido Melis
(Deputato del Partito Democratico)

La Nuova Sardegna, 19 agosto 2008

Dalla Redazione del Centro studi
di Ristretti Orizzonti www.ristretti.it



La mattina di Ferragosto, con una piccola delegazione del partito radicale e delle associazioni di volontariato, ho visitato da parlamentare le carceri di San Sebastiano. Ci sono in Italia, al momento, 55 mila carcerati, quando, superando i posti letto previsti, ce ne potrebbero essere al massimo 43 mila. La gran parte delle carceri sono vecchi edifici, inadatti, strutturalmente superati, concepiti quando la pena doveva essere afflizione e non, come vuole la Costituzione, anche recupero sociale ed umano del condannato.


Il carcere di San Sebastiano a Sassari, ad esempio, progettato a cavallo dell’unità d’Italia, fu inaugurato - attesta Enrico Costa - nel 1871: 137 anni fa, all’epoca delle carrozze e della illuminazione a gas. Allora, certo, era un gioiello di edilizia carceraria; adesso è un rudere da museo archeologico, con l’intero secondo piano inagibile per minaccia di crolli e le celle - per lo più fatiscenti nonostante i vari restauri succedutisi negli anni - concepite come squallidi dormitori, pochi metri quadri per 4-5 detenuti, muri scrostati, bagno alla turca, poca luce, le bottigliette d’acqua tenute fresche dentro calzini bagnati (solo il reparto femminile ha un frigorifero), nessuna possibilità di lavorare, né di imparare un mestiere (il candeliere dei carcerati, presentato l’altro giorno, è stata solo una rara eccezione), con un personale di custodia lodevole per abnegazione ma perennemente sotto organico (ultimo concorso nel 1993), poche educatrici (tre per Sassari e Alghero), in alcune celle invasioni di formiche ecc.


Si attende - mi dicono - il completamento del nuovo carcere in zona Bancali, alla periferia della città: ma i lavori languono e, nell’ipotesi più ottimistica, si parla del 2011. La verità è che, dopo il can can dell’indulto, tutto è tornato come prima. Non solo l’indulto (non accompagnato da un’amnistia e da un organico piano di riforme) è fallito, come dimostrano da sole le cifre dei detenuti; non solo si procede scriteriatamente a penalizzare, invece che a depenalizzare, riempiendo le celle di ragazze e ragazzi che, responsabili di piccoli reati, alla scuola del carcere naturalmente diventano quei delinquenti finiti che magari ancora non sono.


Si fa di peggio: si tagliano con la pre-finanziaria di luglio i fondi per l’edilizia carceraria, si penalizza il reclutamento degli agenti di custodia (turni dalle 6 alle 12, per poi tornare in servizio dalla mezzanotte all’alba; e tutto pagati meno di un vigile urbano), si chiude la porta alle riforme e si arriva a minacciare la stessa legge Gozzini, che negli anni scorsi ebbe almeno il merito di ridare una parvenza di civiltà a un ordinamento penitenziario di stampo medievale. È la solita politica della destra, del resto, in questo come in altri settori: sicurezza vuol dire repressione, colpire nel mucchio, aggravare le pene, magari - come pure si sta facendo - trasformare in delinquenti gli extra-comunitari e persino i comunitari non in regola col permesso di soggiorno (inventando una norma che farebbe inorridire Cesare Beccaria, per cui - a parità di reato - se sei straniero paghi di più).


Nessuno guarda al di là del proprio naso: serve a qualcosa riempire le carceri di tossici? Serve tenere dentro con gli altri dei soggetti non in sé, che si producono lesioni anche gravi, in una follia auto distruttrice che andrebbe piuttosto curata dai medici? Serve rinchiudere nella stessa cella detenuti in attesa di giudizio (dunque virtualmente innocenti) con condannati più volte recidivi?

E che conseguenze avranno su quelle menti il degrado dei luoghi, l’umiliazione della promiscuità forzata, la scarsa pulizia, la disperazione di quelle celle? Ci sono in Sardegna (dati al 30 giugno) 12 carceri, 1888 detenuti (51 donne), di cui solo 991 condannati (797 sono imputati). Non tutti gli edifici sono come San Sebastiano, ma molti (li visiteremo nei prossimi mesi) gli assomigliano.

Mi domando (domando al ministro Alfano, che in questi giorni si è esibito in dichiarazioni rassicuranti): è o no un’emergenza la questione carceri? E con quali fondi, sottratti alla voracità del ministro Tremonti, la si intende affrontare? Sono domande alle quali un paese che si proclama la culla della civiltà del diritto dovrebbe una volta o l’altra rispondere.


(nell'immagine) Jeff Crouch - "Absrat"


sabato 9 agosto 2008

Cagliari: Caligaris (Ps): bambina di 18 mesi a Buoncammino


Agi, 9 agosto 2008
Dalla Redazione del Centro studi

di Ristretti Orizzonti www.ristretti.it


"Ancora una volta, una creatura di appena 18 mesi, è rinchiuso nel carcere di Buoncammino e subisce innocente la detenzione. La madre, una giovane nigeriana di 27 anni proveniente da Napoli, è stata arrestata 48 ore fa nell’ambito di un’indagine su un traffico di stupefacenti e la bimba, indivisibile dalla mamma, rischia di rimanere per diverso tempo in cella in attesa degli accertamenti giudiziari che la riguardano".


Lo ha reso noto il consigliere regionale socialista Maria Grazia Caligaris (PS), componente della Commissione "Diritti Civili", ricordando che la legge Finanziaria 2008 ha previsto appositi fondi per la ristrutturazione ed il completamento di strutture destinate ad accogliere, tra altri soggetti deboli, anche le donne in stato di detenzione con bambini.


"La Regione sarda in questa materia è in grave ritardo mentre il ministero della Giustizia ed il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria non hanno previsto in Sardegna un istituto di pena femminile. Soltanto dopo molte insistenze - ha sottolineato Caligaris - una cella del carcere di Buoncammino è stata trasformata in nido dove la direzione e le agenti della polizia penitenziaria con sensibilità cercano di alleviare le condizioni di vita dei piccoli detenuti.


Ma non basta. Occorre evitare che i bambini riportino traumi psichici per essere costretti a vivere, loro malgrado, in un ambiente certamente inadeguato ai primi mesi e anni di vita. In attesa delle strutture idonee - ha concluso Caligaris - auspico che il periodo di detenzione della donna sia ridotto al minimo indispensabile e si provveda ad adottare misure alternative al carcere". La presenza a Buoncammino della piccola nigeriana è emersa nel corso di una delle periodiche visite che l’esponente socialista effettua nell’istituto di pena cagliaritano. Durante la visita si è intrattenuta con il direttore Gianfranco Pala e ha incontrato alcuni detenuti.


(nell'immagine) Teresa Sciortino - "Senza Domani"


martedì 5 agosto 2008

Un’estate calda, con gli anfibi, il fucile e gli occhiali


di Mariuccia Ciotta
Il Manifesto, 5 agosto 2008


Con gli anfibi, il fucile e gli occhiali mentre il mare è una tavola blu... mancano solo le pinne della famosa canzone di un’estate lontana in questo agosto surreale. Da ieri i militari presidiano le città italiane secondo il piano "pacchetto sicurezza". Quattro gatti in tuta mimetica che fanno paura ai turisti - "sembra un teatro di guerra" - e pure ai sindaci preoccupati per l’immagine poco vacanziera che ne deriva.


Soldati a caccia di bulli e di ladruncoli in un diario di aneddoti tragi-comici come quello dei granatieri di Sardegna che alla stazione Anagnina di Roma hanno consegnato uno scippatore rumeno ai carabinieri e la borsetta alla signora, per non parlare degli alpini a Torino di pattuglia al Tossic Park, capaci di identificare "trenta tossicodipendenti" in un batter d’occhio e dei cinquanta bersaglieri a Palermo, forti del ricordo dell’operazione anti-mafia "Vespri Siciliani". Nella capitale, i paracadutisti della Folgore fanno la guardia al Cpt di Ponte Galeria e non c’è più da ridere. A Catania, intanto, nel mirino degli uomini in uniforme estiva, camicia a maniche corte e pistola, c’è il lido dei catanesi, la Playa.


Sembra una commedia all’italiana, una di quelle con Totò e Peppino pronti ad avvistare nelle vie adiacenti del centro storico di Verona i settantacinque uomini in divisa, anche loro costretti a nascondersi nella città leghista di Tosi, per non sciupare l’effetto del balcone di Giulietta. Ma l’esibizione muscolare, che fa godere il ministro La Russa, felice del suo giochino di ferragosto, va al di là della sua scarsa potenza di fuoco. È l’istantanea di un’Italia che ha ceduto alle sue più basse pulsioni, che si appella all’autoritarismo in nome della "sicurezza" senza sapere da dove viene il pericolo, disposta a sacrificare diritti e democrazia per arrivare a quel "fine mese" diventato un leit-motiv vuoto.


Tutto passa sotto silenzio, la ferita alla Costituzione con la schedatura degli stranieri, le impronte ai bambini, l’emendamento liquida-precari, le leggi per salvare l’imputato Berlusconi, il taglio dei fondi alla stampa libera, un paese visto all’estero come un’anacronistica dittatura. L’esercito per le strade italiane è la fotografia di questo governo e di chi lo ha eletto. E se La Russa si offende a sentir parlare di "operazione di facciata", fa male.


Dietro i corpi reali di quei pochi soldati, c’è infatti l’assedio simbolico di una cultura mortifera, la rottura di una sensibilità comune e l’affermazione della sua concezione del mondo, quella contro la quale si sono battute generazioni di democratici. Il ministro della difesa afferma adesso con cipiglio che "oltre ai delinquenti, agli stupratori, a chi fa i furti e rapine, sono contrari alla presenza dei militari solo i post-sessantottini, i figli di chi gridava basco nero il tuo posto è al cimitero". I fucili spianati di oggi sono il trionfo dei suoi sogni di camicia nera, e pochi gridano ancora che se ne deve andare. Non al cimitero, ma in un posto altrettanto lontano dai vivi.


(nell'immagine) Chidi Okoye - "Birds of the same feather"



venerdì 1 agosto 2008

Arci: ci sentiamo più sicuri con esercito in strada?


La Nuova Sardegna, 31 luglio 2008

Come nel titolo di un film di Terrence Malick, c’è una sottile linea rossa che separa la difesa dall’aggressione, il diritto alla sicurezza dalla tendenza a considerare minaccia ogni assestamento della società. "Ci sentiamo più sicuri se il governo decide di prendere le impronte ai bambini rom e manda l’esercito nelle piazze?"


A chiederlo è il responsabile nazionale della giustizia per l’Arci, Franco Uda, che domenica all’Asinara ha preso parte al dibattito "Pena, diritti e garanzie". Il confronto, moderato da Marco Ligas, era una tassello importante di "Pensieri e parole - Libri e film all’Asinara e Alghero", la tappa di "Isole del cinema" iniziata sabato proprio nell’ex supercarcere di Fornelli e in programma fino al 3 agosto. Il festival vuole sottolineare la storia del luogo che lo ospita con una riflessione che ha spaziato dai Cpt a Bolzaneto, dal ruolo dei media all’indulto.


La decisione di svuotare le carceri affollate continua a dividere. A difenderla, Stefano Anastasia, che da presidente dell’associazione Antigone si occupa di diritti e garanzie del sistema penale. "È stata una scelta coraggiosa e giusta - sostiene -, non si potevano tenere sei detenuti in celle per due persone, e in condizioni di completa illegalità. La maggior parte delle persone liberate non è rientrata in carcere. Ma subito dopo l’indulto è mancata una politica che evitasse un nuovo sovraffollamento".


Una prassi consolidata in Italia, per don Andrea La Regina, della Caritas: "In Italia facciamo belle leggi, ma ne manca sempre un pezzo. I cittadini non si sentono chiamati in causa. Non pensiamo mai di impegnarci a realizzare qualche obiettivo che lo Stato ha fissato". Un’idea condivisa da don Ettore Cannavera, che aiuta adolescenti in situazioni difficili e oggi chiede più coinvolgimento delle persone e un ripensamento generale del sistema penale, perché punti alla vera rieducazione. Oggi occorre permettere al detenuto di saldare il suo debito e ricostruire la sua esistenza.


Ma le carceri italiane sono molto indietro con i tempi, come sottolinea il rappresentante di Amnesty International, Gianni Manca: "Per la nostra associazione il capitolo italiano non si assottiglia mai, è sempre più voluminoso. Questo paese si avvia verso una fase pericolosa. La soglia dei diritti si abbassa. Qualcosa non va se si risponde a tutto con l’esercito".


Anche i fatti di Bolzaneto avrebbero avuto un esito molto probabilmente diverso in un altro paese, dato che l’Italia non consente ai cittadini di identificare le forze dell’ordine, per esempio con un codice visibile sulla divisa. Quello che si respira è clima di paura perenne, dove forse l’insicurezza nasce dall’angoscia di non potersi costruire una vita, prima ancora che dal timore del proprio vicino.


E la stampa diventa quasi un alleato del sistema che ha "piegato l’efficacia dell’informazione ai titoli urlati" come ha detto Uda, o "taciuto la provenienza di moltissimi clandestini - aggiunge Manca -, somali in fuga che scappano dai conflitti. Ma l’Italia non ha una legge vera in materia di asilo, e così li respinge, violando anche i trattati internazionali".


(nell'immagine) Jacqueline Ledda - "Metamorfosi dell'immagine"


Don Ettore Cannavera, riflessioni da "La Collina"

i Blog di Associazione 5 Novembre, Precarinlinea e Precariola uniti per intervistare Don Ettore Cannavera , fondatore della comunità di accoglienza "La Collina", rivolta a giovani-adulti, di età compresa tra i 18 ed i 25 anni, che vengono affidati dalla Magistratura di Sorveglianza come misura alternativa alla detenzione. Un interessante intervista sui temi della Giustizia, del Carcere, del precariato giovanile e della cultura della Solidarietà e dell'accoglienza.

Il Notiziario Quotidiano sul Carcere

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