lunedì 31 marzo 2008


Giustizia: grazia a Sofri; la sconcertante risposta di Napolitano

di Gianfranco Spadaccia (Garante diritti dei detenuti di Roma)


Fuoriluogo, 31 marzo 2008


Sono francamente sconcertato ed anche preoccupato e indignato per la risposta che il Quirinale ha dato alla iniziativa con la quale Franco Corleone aveva sollecitato una sua decisione sulla questione della grazia ad Adriano Sofri.

Premetto che, senza minimamente contestare la "verità giudiziaria" contenuta nella sentenza definitiva di condanna, considero la permanenza in carcere di Sofri come una scandalo intollerabile che avviene in aperta violazione dell’art. 27 della Costituzione o almeno sulla base di una interpretazione eccessivamente e ingiustamente restrittiva di tale norma.


Proprio per questo tuttavia ritenevo sbagliata la sollecitazione ufficiale della grazia affidata - pur con le migliori intenzioni - a una iniziativa nonviolenta come lo sciopero della fame. Sono stato fra coloro che, con Pannella, durante la presidenza di Ciampi, si sono battuti perché la grazia tornasse ad essere, come da Costituzione, un potere esclusivo di cui il Presidente della Repubblica era stato espropriato dal Ministro della Giustizia anche a causa delle interpretazioni e dei comportamenti dei suoi massimi collaboratori.


La Corte Costituzionale ha ripristinato nella sua integrità questa prerogativa presidenziale come atto extra ordinem e perciò sovrano, eccezionale e letteralmente gratuito. Temevo e temo la burocrazia del Quirinale che ha operato in passato per l’annullamento di questa prerogativa e che torna ora a limitarla, ad imbrigliarla e procedurizzarla.

È quanto si è purtroppo verificato. Mi dispiace che Giorgio Napolitano non si sia reso conto della gravità di celarsi dietro le motivazioni di un suo Consigliere, distaccato dalla magistratura per seguire gli affari della Amministrazione della Giustizia. Questo funzionario può istruire, ma solo istruire, le pratiche per il Capo dello Stato.


Non è ammissibile che sia chiamato a comunicare e a motivare, sia pure "per conto" del Capo dello Stato, un atto con il quale si respinge la possibilità di concedere la grazia. Ieri i burocrati del Quirinale pretendevano che la Grazia non potesse essere concessa senza la concorrente volontà del ministro della Giustizia e senza una richiesta esplicita dell’interessato.


Oggi pretendono di ingessarla nei limiti delle "eccezionali esigenze umanitarie", a cui ha fatto riferimento nella sua decisione la Corte Costituzionale. Come se quella motivazione non dovesse essere invece riferita al singolo conflitto di attribuzione sollevato da Ciampi (che, se non ricordo male, nasceva dal caso Bompressi e non dal caso Sofri) e potesse essere considerata sostitutiva e limitativa delle norme costituzionali.


Napolitano chiede a Corleone, in una lettera "allegata" a quella del suo funzionario, di "apprezzare le decisioni prese dall’A.G. che hanno grandemente alleviato le condizioni di Adriano Sofri". Ciò che non è apprezzabile è questa affermazione del Presidente della Repubblica per il quale evidentemente non conta nulla il fatto che siano passati ormai quasi quaranta anni dalla commissione dell’omicidio Calabresi, che Adriano Sofri in questo lungo periodo di tempo sia divenuto una persona certamente diversa da allora, che abbia reso omaggio alle leggi dello Stato e - pur contestandola - alla stessa verità giudiziaria sottoponendosi al processo e alla pena.


Questa dichiarazione ci preoccupa e ci indigna per Adriano Sofri, ma ci preoccupa per la tendenza e la logica che sembra affermare. Perché se i principi della rieducazione e del reinserimento sociale non valgono per Adriano Sofri, a maggior ragione rischiano di non valere in qualsiasi altra circostanza e per la maggior parte dei detenuti. E questo ci appare come un inaccettabile stravolgimento della Costituzione e della legalità repubblicana.


Giustizia: il ricatto securitario "consegna" l’Italia alla destra


Giustizia: il ricatto securitario "consegna" l’Italia alla destra

di Franco Corleone (Garante dei diritti dei detenuti di Firenze)


Il Manifesto, 31 marzo 2008


Sono tante le campagna elettorali a cui ho partecipato come cittadino o come militante dal lontano 1963. Confesso che questa in corso si rivela come la più mediocre e insulsa. È impressionante la mancanza di passione che si percepisce tra attori e spettatori e che non può derivare solo dal meccanismo della ignobile legge elettorale che prevede lo scontro al momento delle candidature e poi la delega del confronto mediatico ai supposti leader. Basti pensare alla intensa mobilitazione popolare di due anni fa sull’onda della speranza di cancellare l’esperienza incandescente del quinquennio di governo berlusconiano.


Il fallimento del governo Prodi viene prima della rottura traumatica della legislatura ad opera di transfughi e apprendisti stregoni. Una lunga catena di errori - dalla nomina di entrambi i presidenti di Camera e Senato, alla composizione pletorica dell’esecutivo, fino all’elezione del Capo dello Stato, senza il coinvolgimento dell’opposizione - determinata dalla incapacità di riflettere sull’esito elettorale e sul senso da dare ad una fase decisiva per la democrazia.

Avere messo da parte la sfida, seppure in condizioni difficili, della ricostruzione civile del Paese e avere dato la priorità a una visione ragionieristica della realtà economica e sociale si è rivelata come la sanzione finale della crisi della politica.


La vicenda dell’indulto si è rivelata emblematica. Doveva essere l’inizio di una stagione riformatrice con al centro l’abrogazione delle leggi criminogene su droghe e immigrazione e l’approvazione del nuovo Codice Penale e invece, di fronte all’offensiva giustizialista della stampa, anche di quella sedicente progressista, è prevalsa la paura e si è subito il ricatto securitario e il riflesso d’ordine.


Il risultato è catastrofico: l’operazione del risanamento dei conti sta riconsegnando l’Italia alla destra più estrema d’Europa e paradossalmente un’azione di rigore viene imputata alla sinistra. Contestualmente si assiste a un rafforzamento di un senso comune piccolo borghese ingaglioffito e canagliesco. I segni sono tanti e preoccupanti. La criminalizzazione del sessantotto, l’offensiva sanfedista contro le donne e l’aborto, l’affermarsi del partito dei familiari delle vittime del terrorismo sono solo alcuni degli spettri che stanno prendendo corpo.


Siamo in pieno terremoto, le ipotesi di un decennio si sono bruciate. L’Ulivo e l’Unione hanno lasciato il campo al Partito Democratico e la Sinistra è in una condizione di debolezza come mai nella storia di questo dopoguerra. Si presenta un compito immane al cui confronto la partita elettorale è poca cosa. La ricostruzione di un pensiero e di una prospettiva di alternativa è urgente.


Ha ragione Marco Revelli a evocare un’Altra Italia, laica e intransigente. Il tema delle droghe, praticamente assente dai programmi e dalla campagna elettorale, tranne qualche spazio di polemica fatua e ripetitiva, dovrà diventare un indicatore e un discrimine per una forza che consideri essenziali welfare e diritti, autonomia degli individui, garantismo, diritto penale minimo e mite, carcere e pena secondo i principi della Costituzione. Dipenderà da noi. Da un movimento capace di costruire egemonia su un terreno che non va lasciato all’etica da quattro soldi. Abbiamo deciso di convocare l’Assemblea di Forum Droghe dopo il risultato delle elezioni del 13 aprile per non perdere un minuto per un nuovo inizio. Ovviamente non diamo indicazioni di voto. A chi si è appellato al voto utile rispondiamo con il richiamo al principio sempre valido e concreto della riduzione del danno.


domenica 30 marzo 2008

Benevento: detenuto denuncia; è una piccola Guantanamo


Benevento: detenuto denuncia; è una piccola Guantanamo


Agi, 29 marzo 2008

dalla Redazione del Centro Studi

di Ristretti Orizzonti www.ristretti.it


In una sezione speciale del carcere di Benevento sarebbero detenuti solo islamici che verrebbero picchiati e insultati, in una sorta di "piccola Guantanamo". A denunciarlo è l’avvocato milanese Giuseppe Pelazza che rende nota una missiva dell’algerino Yamine Bourama.


"A gennaio del 2008 - è scritto nella lettera - è stata aperta una nuova sezione Eiv (elevato indice di vigilanza) a Benevento composta di soli prigionieri islamici, una decina in tutto, 5 algerini, 2 iracheni, un egiziano, un tunisino e un anziano palestinese di 82 anni, da 17 anni detenuto per il sequestro della nave Achille Lauro".


"Bourama - spiega Pelazza - ha già chiesto un incontro con il capo della procura di Catanzaro dove è stato trasferito di recente per formalizzare il tutto in un esposto penale". Il nordafricano, che nel titolo della sua missiva definisce la sezione del carcere campano "una piccola Guantanamo in Italia", racconta di essere stato picchiato più volte e di aver subito diverse vessazioni, prima di finire con una punizione di 15 giorni di isolamento.


"Al momento del trasferimento un ispettore mi minacciava un’ultima volta dicendomi di non parlare di quanto era successo", continua il detenuto. "La struttura della sezione è già di per sé significativa, bocche di lupo alle finestre oltre alle reti, reti sopra il passaggio, è un regime di detenzione intimidatorio e teso a imporre una disciplina militaresca", aggiunge Bourama, che precisa di essere stato colpito in diverse occasioni con pugni in faccia, "anche in infermeria davanti al medico e all’ispettore dove ero stato portato per le cure". L’avvocato Pelazza ricorda che "l’Italia è già stata condannata dalla giustizia europea a causa di queste sezioni ad alto indice di vigilanza".


sabato 29 marzo 2008

Francesco Caruso auto-recluso a Secondigliano

Francesco Caruso auto-recluso a Secondigliano


Dire, 28 marzo 2008

dalla Redazione del Centro Studi

di Ristretti Orizzonti www.ristretti.it


"Dopo estenuanti battaglie e denunce contro il degrado in cui riversavano i malati ricoverati nell’Ospedale psichiatrico giudiziario (Opg) di Napoli, stipati a decine nelle celle del monastero francescano di Sant’Eframo del XVI secolo, arriva la beffa dal ministero della giustizia: 3 milioni di euro per ristrutturare l’Opg, mantenendo quindi la destinazione d’uso per un monastero che dovrebbe avere tutt’altra vocazione, e deportazione di massa verso il carcere di Secondigliano per i pazienti attualmente ricoverati".


Lo denuncia Francesco Caruso, che ha deciso perciò di estremizzare la sua protesta: "Mi ritengo moralmente e politicamente responsabile della detenzione illegale degli 80 malati nel carcere di Secondigliano e per questo ho varcato stamane i cancelli del carcere di Secondigliano, nel quale resterò auto-recluso".


I malati dell’Opg, spiega Caruso, "sono stati deportati diversi giorni fa, presi dai letti e caricati sui pullman, e finiti dentro un carcere, malgrado per legge dovrebbero essere assistiti in strutture di cura e riabilitazione, non certo in uno degli istituti penitenziari più grandi della Campania". Inoltre, l’approvazione in conferenza Stato-Regioni dello schema di Dpcm per il trasferimento al Ssn della sanità penitenziaria non prevede la chiusura dell’Opg di Napoli, "come inizialmente previsto in sede di commissione interministeriale giustizia-salute".


Mentre "si delinea un processo di regionalizzazione degli Opg che, lasciando in piedi i 6 ospedali esistenti, legittima ancora una carcerizzazione del disagio mentale del tutto irrazionale e anche illegale". Caruso annuncia che a Secondigliano resterà "fino a quando non avrò un minimo di garanzie sul futuro di questi 80 poveri cristi, malati, senza una famiglia, dimenticati da tutti e incarcerati in questo luogo di sofferenza".


giovedì 27 marzo 2008

Basta con le Commissioni… adesso serve il Garante


Basta con le Commissioni… adesso serve il Garante

di Gennaro Santoro (Coordinatore Associazione Antigone)


Aprile on-line, 27 marzo 2008


Dopo l’istituzione e il lavoro di tante Commissioni per la riforma del Codice penale è necessario che nella prossima legislatura non vi sia l’ennesimo gruppo di studio. Il ‘75 e il ‘98 hanno segnato alcune conquiste che hanno posto al centro del carcere la persona ristretta, ma il nostro codice penale è ancora quello fascista, che per i fatti di Genova ha prodotto una disuguaglianza mostruosa.


Diritti umani, diritti sociali, giustizia ed eguaglianza. Sessanta anni fa i nostri costituenti consegnavano ad un paese uscito da due guerre mondiali le fondamenta dello Stato sociale di diritto. Dopo 60 anni è il Ministro Amato ad ammettere su Repubblica che "Bolzaneto è una gran brutta storia", e ad aggiungere che è dura da accettare che ancora oggi ci siano servitori dello Stato che hanno dimostrato di disprezzare la disciplina costituzionale della libertà personale.

Mauro Palma, presidente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura, ha posto un chiaro quesito: "Quale messaggio ci invia su noi stessi e sul nostro sistema sociale un ordine di priorità che penalizza più un danneggiamento o un furto che non una giovane spinta con la testa nel water da un agente?".


Il codice penale, scritto in periodo fascista, tutela principalmente i beni materiali piuttosto che la dignità delle persone, la loro incolumità. I costituenti avevano ben chiaro tale limite e auspicavano un’immediata riforma del sistema delle pene alla luce del nuovo dettato costituzionale incentrato sul rispetto della persona come pre-regola del vivere democratico.

Un codice, quello fascista ancora vigente, che per i fatti di Genova ha prodotto una disuguaglianza mostruosa: 5 anni e 8 mesi la pena massima richiesta per le torture inflitte dalle forze dell’ordine per un totale di 76 anni di pena contenuti nella richiesta di rinvio a giudizio; 11 anni di pena massima inflitti per le devastazioni e i danneggiamenti dei manifestanti per un totale di oltre 102 anni di pena disposti in sentenza.


Forze dell’ordine, preme evidenziare, che, al contrario dei manifestanti condannati, non solo non sconteranno pene grazie alla prescrizione rivista dalla legge Cirielli (la stessa che introduce la tolleranza zero contro i recidivi). Vieppiù, sono stati promossi e non sospesi dai loro incarichi in quanto, come spiega il Ministro Amato "Prima della sentenza penale è possibile sospendere un funzionario dal servizio soltanto se accusato di alcuni gravi reati, come la collusione con un’associazione mafiosa. Qui, però, davanti a reati trattati come abuso d’ufficio o violenza privata ciò è impossibile. Altro sarebbe il discorso se esistesse una norma che punisse espressamente gli atti di tortura o i comportamenti crudeli e disumani, che ritengo possano essere parificati, per gravità, alla collusione mafiosa".


Dopo l’istituzione e il lavoro di tante commissioni per la riforma del codice penale, vorremmo che nella prossima legislatura non vi sia l’ennesimo gruppo di studio. Il lavoro della commissione Pisapia restituirebbe agli italiani un sistema più efficace ed equilibrato. La riduzione del numero complessivo di reati, infatti, permetterebbe ai magistrati di poter concentrarsi solo su questioni di grave portata criminale, riducendo i tempi infiniti della giustizia. Assicurerebbe, dunque, alle vittime un conforto nella giustizia, agli imputati di non scontare in attesa di giudizio (attualmente, il 60% della popolazione carceraria) le lungaggini processuali, ai condannati di non vivere in celle sovraffollate e disumane.


Nel 1948 è entrata in vigore la Costituzione che all’art. 27 sancisce che "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Grazie ad un emendamento dell’onorevole Aldo Moro fu chiarito una volte per tutte che la privazione della libertà personale, le varie carceri non possono costituire un "non luogo" dove la legalità possa essere derogata in nome di "valori" superiori, come avviene nella "cura Ludovico"‘nel film Arancia meccanica, dove in nome della sicurezza e del reinserimento sociale si legittima la lesione istituzionale dell’incolumità fisica e della dignità della persona umana. Il ‘68, le lotte per l’eguaglianza, capolavori denuncia come Detenuto in attesa di giudizio hanno portato poi all’approvazione dell’ordinamento penitenziario del ‘75 che ha posto al centro del pianeta carcere la persona ristretta. Nel 1998 la legge Simeone - Saraceni perfezionava la legge Gozzini sulle misure alternative, quella che realmente ha permesso (e permette) di sconfiggere la recidiva dei condannati, abbattendola in 8 casi su 10 tra chi ha usufruito di misure alternative (contro la media dei 3 su 10 tra chi ha espiato la sola restrizione in carcere).


Poi, si sono susseguite le politiche demagogiche ed inefficaci dei pacchetti sicurezza e le sospensioni dello stato di diritto targate Napoli e Genova 2001. Il 2008 potrebbe essere l’anno della introduzione del Garante delle persone private della libertà personale, dell’introduzione del reato di tortura e, soprattutto, dell’entrata in vigore del nuovo codice penale. I costituenti e i cittadini ne sarebbero grati.


mercoledì 26 marzo 2008

QUATTRO PRIORITA’ PER UNA NUOVA GIUSTIZIA PENALE



ANTIGONE ONLUS
per i diritti e le garanzie nel sistema penale


QUATTRO PRIORITA’ PER UNA NUOVA GIUSTIZIA PENALE

La percezione di insicurezza che viene sbandierata al fine di giustificare provvedimenti di natura repressiva non trova spiegazioni nella dimensione qualitativa e quantitativa del crimine. Essa va comunque tenuta in considerazione in quanto insoddisfatta è la domanda di giustizia e di tutela dei diritti. La magistratura deve assicurare efficienza attraverso processi dalla durata ragionevole. Un nuovo codice penale di ispirazione garantista, la riduzione del numero complessivo di reati, la depenalizzazione delle pratiche di consumo delle droghe e della condizione di immigrato, oltre ad avere ricadute positive sul sovraffollamento penitenziario avrebbero una immediata ripercussione positiva sul lavoro dei magistrati che così potrebbero concentrarsi solo su questioni di grave portata criminale, riducendo i tempi infiniti della giustizia.

La giustizia non è al centro di questa campagna elettorale. Laddove lo è viene declinata in termini di sicurezza urbana. Non ci si preoccupa oramai più della cifra ignota del crimine, del sistema investigativo che non riesce a risolvere i veri (o presunti) crimini più gravi, della giustizia oramai al collasso, dell’inefficienza dei tribunali, della lentezza e iniquità dei processi. Dopo un quindicennio durante il quale il gioco delle corporazioni e il pro o anti-berlusconismo ha fortemente condizionato le politiche e le parole della giustizia ora è calato il silenzio. Un silenzio che non fa presagire niente di buono. Noi pensiamo che la giustizia debba essere riformata nel segno della equità, della ragionevolezza, della minimizzazione dell’impatto penale. Non rinunciamo all’idea che il diritto penale debba essere un diritto penale minimo, che la pena carceraria debba essere la extrema ratio, che vada individuata una gerarchia di beni fondamentali da proteggere e che per tutti gli altri vadano trovate forme di protezione giuridica diverse.

Riteniamo che la giustizia debba essere un terreno su cui sperimentare un modello di comunità capace di includere, di costruire coesione sociale, di restituire dignità e memoria.

1. UNA GIUSTIZIA EQUA E UNA DIFESA PUBBLICA

Il sistema della giustizia si presenta fortemente discriminatorio. Il totale delle garanzie è a disposizione dei soli che possono permettersi una adeguata difesa tecnica. I non abbienti sono esclusi da ogni forma di tutela processuale. Il sistema di difesa dell’imputato non può più prescindere dall’istituzione di una difesa pubblica realmente funzionante, complementare rispetto alla libera professione. A questo fine, vanno anche riviste le due differenti figure del difensore d’ufficio e del gratuito patrocinio, a oggi non effettivamente in grado di garantire una difesa usufruibile dalla totalità dei cittadini.

2. IL DIRITTO PENALE DEVE GIUDICARE I FATTI E NON LE STORIE DI VITA

Va rivisitato il sistema sanzionatorio, che dopo l’approvazione della legge ex Cirielli sulla recidiva, è definitivamente improntato a giudicare la storia socio-penale degli imputati piuttosto che i singoli e concreti fatti da loro compiuti. Il nostro sistema penale tende a giudicare in modo diseguale due persone che hanno compiuto lo stesso reato a seconda dei precedenti loro contestati, della loro storia personale. La recidiva, la delinquenza abituale, professionale e per tendenza sono oggi causa di pene elevatissime per fatti non gravi. È necessario ritornare al diritto penale del fatto ponendolo in contrapposizione al nuovo e pericoloso diritto penale del reo. E’ necessario investire nelle misure alternative, come dimostrato dalle statistiche, vero antidoto alla recidiva.

3. I DIRITTI VANNO PROMOSSI E PROTETTI

La giustizia penale non può superare un limite invalicabile, quello costituito dai diritti fondamentali della persona. Per questo va prevista l’introduzione di un meccanismo indipendente di tutela delle persone private o limitate nella libertà. Figura necessaria, anche alla luce di recenti obblighi internazionali (protocollo Onu alla Convenzione sulla tortura, firmato nel 2003 ma non ancora ratificato dall’Italia). Nelle carceri, nelle caserme delle forze dell’ordine, nei luoghi di detenzione amministrativa per immigrati in via di espulsione, i diritti sono inevitabilmente e quotidianamente a rischio.

4. LA TORTURA VA MESSA FUORILEGGE

A oltre vent’anni dalla ratifica della Convenzione Onu contro la tortura va conseguito l’obiettivo dell’introduzione del crimine di tortura nel nostro codice penale. L’Italia versa oggi in un pericoloso e umiliante vuoto normativo che va urgentemente colmato. La tortura è un crimine contro l’umanità e la legislazione penale vigente è assolutamente insufficiente.

martedì 25 marzo 2008

Abusi e violenze sui detenuti, un dossier infinito


Giustizia: abusi e violenze sui detenuti, un dossier infinito.

di Giacomo Russo Spena


Il Manifesto, 24 marzo 2008


Oltre al G8, i casi più eclatanti e "politici" sono il pestaggio nel carcere San Sebastiano di Sassari nel 2000, le botte e gli inni fascisti al Global forum di Napoli nel 2001. In entrambi i casi governava il centrosinistra. Federico Aldrovandi 17 anni, muore durante un controllo di polizia a Ferrara. Sotto processo ci sono quattro poliziotti. Aldo Bianzino, arrestato per possesso di marijuana, non uscirà vivo dal carcere di Perugia. L’inchiesta è stata archiviata.

Storie di pestaggi, di abusi, di violenze usate per estorcere notizie. Ma anche di soprusi su "diversi" e luogo di numerose morti "misteriose". Il carcere italiano è anche questo: la sospensione dello stato diritto avviene spesso.


Analizzando la situazione penitenziaria degli ultimi anni si ottiene un dossier infinito che evidenzia testimonianze, accertate, di "maltrattamenti" e casi di tortura. Quella tortura assente nel codice penale, considerata erroneamente dalla maggior parte della popolazione un affare lontano. Non è così. Il film della tortura in Italia passa per tre istantanee: il pestaggio contro i detenuti al carcere di San Sebastiano (Sassari) nel 2000, la repressione del movimento no global a Napoli, il 17 marzo 2001 e a Genova tra il 20 e 22 luglio dello stesso anno. Tutto senza soluzione di continuità tra governi di centrosinistra o centrodestra.


Lunga è la lista di persone che si sarebbero suicidate in carcere o morte per "cause naturali". Solo la testardaggine dei familiari o l’inchiesta di qualche pm hanno permesso di riaprire casi che hanno portato alla condanna di agenti di polizia penitenziaria. Qualche esempio. Il 4 febbraio 2008 un internato dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario "Filippo Saporito" di Aversa muore "suicida" in circostanze ancora da definire. All’età di 17 anni gli era stata diagnosticata una "schizofrenia paranoidea". "Come fa un paziente schizofrenico - sostiene la madre - a impiccarsi con tutta tranquillità, di notte? Dove stavano le guardie?". Si attendono ancora gli sviluppi. Intanto ad Aversa i "suicidi" non si sono arrestati.


Uno dei casi più eclatanti è quello di Marcello Lonzi. L’11 luglio 2003 il giovane, 29 anni, viene trovato morto, coperto di sangue e con il volto tumefatto. Secondo l’autopsia la morte sarebbe avvenuta a seguito di arresto cardiaco, quindi per cause naturali. La madre, pensando a un violento pestaggio, sporge denuncia: "Ci sono i segni di vere e proprie vergate, striature viola sulla pelle gonfia e rialzata, ecchimosi che possono essere state fatte solo con un manganello. Non sono i segni di una caduta". Il caso è stato archiviato. Con tanti dubbi. Non molto differenti le circostanze della morte di Aldo Bianzino, non sopravvissuto alla prima notte di fermo per possesso di marijuana. Anche in questo caso l’inchiesta è stata archiviata.

Ma i casi raccolti dall’associazione Antigone sono tantissimi. La formula legale è sempre la stessa: "Gli accertamenti medico-legali hanno dimostrato che il decesso era avvenuto a seguito di violenze perpetrate da persone accanitesi contro di lui con calci, pugni e corpi contundenti, sì da procurare lesioni letali".


Episodi di "semplice" maltrattamento sono invece ancor più numerosi. Tra i soggetti più colpiti gli immigrati. "Mettiti in ginocchio, prega la Madonna e bacia la bandiera italiana", sono gli ordini diretti a B. M., detenuto marocchino, da un agente di polizia penitenziaria rinviato a giudizio per violenza privata. L’episodio risale al marzo 2006 nella casa circondariale di Nuoro. A Biella, all’interno del carcere, nel 2002 è stata trovata una "cella liscia" dove i detenuti sarebbero stati perquisiti e poi colpiti con violenti getti d’acqua sparati da un idrante. Nel fascicolo aperto dalla magistratura si parla di abusi e pestaggi, di omissioni e silenzi dei medici, di intimidazioni da parte degli agenti. In tutto vi sono a tutt’oggi cinquantanove persone indagate. Denunce analoghe a Palermo, Firenze, Forlì, Frosinone, Lecce e Milano. Qui, a San Vittore, O. R., meglio noto come Mohamed l’egiziano, considerato la "mente" dell’attentato dell’11 marzo a Madrid 2006, ha denunciato per maltrattamenti, abusi, torture e umiliazioni: come le richieste di "pregare per loro", "insulti a Dio, al Corano e all’Islam", oltre a minacce di "stupri alle donne musulmane".


In base alle convenzioni internazionali c’è però una differenza tra il "maltrattamento", anche grave, e la "tortura". "Sono questi tre elementi a distinguerli - spiega Mauro Palma, presidente del comitato europeo per la prevenzione della tortura - la gravissima sofferenza inflitta, la volontà di infliggerla e la finalizzazione". E a Genova e a Napoli c’era una volontà politica, una cabina di regia. "Durante le giornate genovesi non si tratta di abusi di una o più mele marce, bensì emerge un quadro in cui la struttura nel suo complesso si è caratterizzata in questo tipo di funzionamento", sostiene Palma. Le testimonianze gli danno ragione: dita intenzionalmente divaricate fino a determinare la rottura dei legamenti fino all’osso, persone ferite picchiate sulla ferita stessa e altri trattamenti inumani e degradanti inflitti ai manifestanti.


Una volontà di infliggere sofferenza motivata dal volere umiliare e punire la persona detenuta. Le situazioni a Napoli nel marzo 2001 (esecutivo Amato) sono state descritte con modalità analoghe: polizia e carabinieri caricano il corteo e trattengono 80 persone anche prelevandole dal pronto soccorso. Gli arrestati, condotti nella caserma Raniero, subiscono lesioni. Così come il sistematico pestaggio avvenuto il 3 aprile 2000 nel carcere di San Sebastiano a Sassari è una punizione collettiva ai detenuti che avevano "osato" protestare per la mancanza di viveri e acqua. "Tutto ciò mi fa dire che questi tre episodi vanno al di là dei pur gravissimi casi di pestaggi individuali", aggiunge Palma che poi conclude: "Anche se comunque non vanno sottovalutati, in quanto anch’essi indicativi di una cultura pericolosa".

sabato 22 marzo 2008

Per l’Amnistia, oltre le sbarre dell’Ingiustizia

Per L'Amnistia, Oltre le sbarre dell'Ingiustizia
Dopo la Conferenza per la difesa dei diritti dei detenuti del 17 Marzo

La questione dell’esecuzione penale deve essere prima di tutto una questione culturale. Leggendo i dati del DAP degli ultimi venti anni, difficilmente possiamo considerare il carcere come la soluzione alle criminalità. Chiunque legga questi dati, dai numeri alla composizione sociale, rimarrà sorpreso nel notare che è più facile individuare dentro le percentuali, migranti, prostitute, tossicodipendenti e meridionali. Uomini e donne che per la loro condizione, perdono qualsiasi contatto con la società, o peggio, con la parte più produttiva della società.

Mai come ora, dopo l’indulto il carcere è stato così isolato, ed ha ragione il direttore di “Diritti Globali” Sergio Segio, quando dice che le carceri sono diventate un sovraffollato deposito di "vite a perdere”, in particolare di migranti e tossicodipendenti. Perché chi entra in carcere è un emarginato, ma chi ne esce, in assenza di una politica di inclusione e reinserimento sociale, è emarginato due volte.

Tutto ciò accade mentre i Governi Europei, in assenza di garantismo negli interventi sociali, acquisiscono una percezione della realtà sociale distorta, inquinata da un pensiero intollerante, emergenzialista e giustizialista che nasce delle voci che provengono dagli “stomaci” delle società. Strategie di risoluzione che aumentano solo le disuguaglianze e ci portano ad un nuovo Medioevo. Strategie di contenimento sociale, della volontà di escludere, segregare e nascondere i disagi sociali che la nostra società produce e poi scarica verso il Carcere.

A Cagliari, l’aspetto più drammatico del sistema penale è Buoncammino. Chiamato anche carcere della pazzia, della droga e della malattia, attraverso la testimonianza di Santino, ex persona detenuta, che dalle lettere inviate a Radio Carcere scrive: “Rumore. Urla. Depressione e pazzia. Psicofarmaci. Droga. Vino e valium. Bombolette di gas da sniffare. Lamette da barba per tagliarsi. Sporcizia. Puzza. Topi e scarafaggi. Malati mentali. Tossici. Malati fisici. Chi sta sulla sedia a rotelle. Chi ha l’epatite o l’aids. Chi ha la scabbia, la tubercolosi e la meningite. Ogni tanto, in una cella vedi una cinghia attaccata alle sbarre, e lì appeso uno dei tanti che non ce l’hanno fatta.”

Se il Carcere sembra precipitato in un pozzo senza fondo, se emerge una situazione di vero e proprio sfascio delle legalità, di azzeramento della dignità e rispetto dei diritti umani e civili delle persone detenute, allora come Associazione 5 Novembre, proponiamo una soluzione: L’Amnistia. Indulti e indultini, da soli non bastano, poiché estinguono solo la pena e non comportano una sentenza di assoluzione. L'amnistia estingue il reato e, se vi è stata condanna, fa cessare l'esecuzione della condanna e le pene accessorie.

L'amnistia in Italia è prevista dall'art. 79 della Costituzione, i Decreti del Presidente della Repubblica del 1946 e del 1953, fecero beneficiare dell’Amnistia per la prima volta i condannati per reati comuni, politici e militari. Dal 1992 una riforma costituzionale ha attribuito questo potere al Parlamento. Al mondo della politica chiediamo l’attuazione di questo provvedimento, accompagnato dal diritto di associazione dei cittadini detenuti, dalla decarcerizzazione dei malati psichici, tossicodipendenti e sieropositivi, dall’aumento delle concessioni alle misure alternative, dalla riforma del codice penale a partire dall’abolizione dell’ergastolo e dalla depenalizzazione dei reati minori.

Vogliamo giustizia consapevole: le prigioni sono un invenzione del medioevo, e l’uomo moderno deve individuarne il superamento.

Roberto Loddo

Associazione 5 Novembre "Per i Diritti Civili"

associazionediritticivili@yahoo.it

Difendiamo la Dottoressa Giovanna Del Giudice!


COORDINAMENTO SARDO DELLE ASSOCIAZIONI
DEI FAMILIARI E DEGLI UTENTI DEI SERVIZI DI SALUTE MENTALE
A.S.A.R.P. – A.F.A.R.P. – A.R.A.P. – Il Guado – A.S.P. – APPRODI - Ass.ALBESCHIDA
Associazione FIORI DI LUNA – GRUPPO INSIEME – Ass. Il Labirinto – Ass. Diritti Negati

Ufficio del Portavoce c/o ASARP Via Romagna, 16 Cagliari cell.3381597287 fax 070/822711
Al Presidente della Regione Sardegna
Dott.Renato Soru

Oggetto: sollecito richiesta di incontro urgente

Signor Presidente,
il 14 marzo, alle ore 14 e 30 una foltissima delegazione di familiari, provenienti da tutta la Sardegna, insieme alle Associazioni aderenti al Coordinamento Regionale, si sono incontrati a Cagliari, presso la sede dell’A.S.A.R.P. per discutere di quanto sta accadendo sul piano “mediatico”, e non solo, in merito alle questioni della salute mentale.

Noi siamo le Associazioni che con forza hanno posto, alla Sua Giunta e all’Assessore Regionale alla Sanità Dott.ssa Dirindin, la necessità della urgenza e improcrastinabilità di metter mano al “sistema psichiatria”. Noi abbiamo evidenziato la gravità del ritardo istituzionale su questa materia, che non garantiva strumenti normativi e finanziari che ponessero i servizi di salute mentale nella condizioni di operare al meglio nel rispetto del diritto alle cure, alla assistenza e alla riabilitazione delle persone con sofferenza mentale. Ritardi istituzionali gravi, che hanno determinato il peggioramento delle condizioni di salute di migliaia di persone e lo stato di disperazione e sfiducia delle famiglie. Non da oggi (ma esattamente dal momento in cui in Sardegna sono arrivate quelle persone vergognosamente definite “i colonizzatori”), è in atto una feroce campagna di denigrazione su quanto la Regione sta portando avanti nel tentativo di dare una svolta decisiva al settore della salute mentale. Sapevamo che si trattava di un compito arduo perché le resistenze sarebbero state forti, ma si è arrivati ad una vera e propria caccia alle streghe.

Noi apprezziamo lo sforzo che fino a questo momento l’Assessorato Regionale alla Sanità (con il forte sostegno della Commissione Regionale Salute Mentale e delle nostre Associazioni dei familiari), ha portato avanti. E apprezziamo lo sforzo che si sta compiendo in tutto il territorio regionale da parte delle aziende sanitarie, dei dipartimenti di salute mentale, e degli operatori (per ottenere dei buoni risultati c’è tanto da fare e tante risorse da mettere in campo, anche culturali). Non ci stupisce la campagna contro anche perché a condurla sono esattamente le stesse persone che hanno determinato la cattiva qualità degli interventi in salute mentale.

La richiesta da parte nostra di servizi che operino nel rispetto della dignità e della libertà delle persone è in perfetta linea con le Leggi che il nostro Paese si è dato, ed è in linea con gli atti di indirizzo del Ministero della Sanità e con le raccomandazioni della Commissione Europea. Abbiamo lottato per il superamento dei Manicomi e lottiamo per il superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari e non siamo quindi certamente intimoriti dalle resistenze che si stanno incontrando. Noi siamo Sardi e in Sardegna rimarremo, a noi nessuno ci può “cacciare” o “licenziare” o “mettere il bavaglio”. Chiediamo a Lei, che rappresenta il Popolo Sardo, la garanzia istituzionale che questo processo di trasformazione non si fermerà.

Nell’esclusivo interesse del diritto alla salute delle migliaia di donne e uomini che vivono la sofferenza mentale, e delle nostre famiglie che hanno il diritto di poter condurre una esistenza normale. Ribadiamo la necessità di poterLa incontrare perché la feroce campagna mediatica (utilizzando pretestuosamente un provvedimento disciplinare assolutamente doveroso), crea grave turbamento ai familiari e provocano una forte preoccupazione negli utenti dei servizi di salute mentale di Cagliari, minando la già scarsa fiducia esistente e mettendo quindi in difficoltà il processo di presa in cura. Noi esprimiamo tutto il nostro apprezzamento per il lavoro (in condizioni di aperta ostilità da parte di alcuni medici) che sta svolgendo la Dott.ssa Giovanna Del Giudice del Dipartimento di Salute Mentale di Cagliari, nel rispetto del Piano Strategico Salute Mentale che l’ASL n°8 di Cagliari si è dato (in perfetta sintonia col Piano Regionale per la Salute Mentale e con i Piani Strategici e le Direttive della Giunta Regionale). La trasformazione dei servizi e delle pratiche in Sardegna, nell’ottica della psichiatria di comunità e della umanizzazione dei luoghi e dei rapporti terapeutici, è atto dovuto da almeno 30 anni.

L’impegno svolto dalle nostre Associazioni è in perfetta linea con l’impegno svolto da altre centinaia di Associazioni di familiari e utenti impegnate su tutto il territorio Nazionale. Chi oggi si pone contro questo cambiamento non ha mai guardato con interesse al nostro impegno civile (anzi lo ha sempre ostacolato), né ha mai partecipato alle nostre azioni. Noi crediamo che ad esprimere un giudizio sulla qualità delle prestazioni debbano essere esclusivamente gli utenti dei servizi, perché un cattivo servizio ed una cattiva pratica hanno una ricaduta immediata sulla qualità della vita delle persone e sugli esiti del processo di ripresa.

Attendiamo fiduciosi di poterLa incontrare al più presto.
Cagliari 15.03.2008
Il Segretario La Portavoce
f.to Giorgio Matteu f.to Gisella Trincas

Invitiamo tutti coloro che volessero sostenerci e solidarizzare di inviare questa lettera ai seguenti indirizzi di posta elettronica: Unione Sarda: lettere@unionesarda.com Presidente della Regione: presidente@regione.sardegna.it

Don Ettore Cannavera, riflessioni da "La Collina"

L'Associazione 5 Novembre, ha intervistato Don Ettore Cannavera, fondatore della comunità di accoglienza "La Collina", rivolta a giovani-adulti, di età compresa tra i 18 ed i 25 anni, che vengono affidati dalla Magistratura di Sorveglianza come misura alternativa alla detenzione. Un interessante intervista sui temi della Giustizia, del Carcere, del precariato giovanile e della cultura della Solidarietà e dell'accoglienza.