sabato 26 gennaio 2008

“Meglio morire che essere estradato”


“Meglio morire che essere estradato”

L’Arci diffonde l’appello di un turco detenuto a Nuoro: “Mi torturerebbero”

Un appello per una forte mobilitazione, con l’avvio di una raccolta di firme da inviare al Presidente della Repubblica perché si interessi della vicenda di Avni Er, comunista turco detenuto nel carcere di Badu ‘e Carros, è stato lanciato da Anna Corsi, presidente di Arci Solidarietà e Sviluppo. L’associazione si sta occupando di Er nell’ambito delle sue attività sociali di assistenza ai detenuti.

Er, militante del movimento Dhkp, che ha firmato in Turchia diversi attentati contro le forze di sicurezza, venne arrestato a Perugia nel 2004 e condannato a 7 anni di reclusione sulla base dell’art. 270 bis del Codice Penale sulle associazioni con finalità di terrorismo internazionale.

Er si è sempre dichiarato estraneo a fatti di sangue, ma solo colpevole di aver criticato la politica del suo Governo. A Perugia oggi inizierà il processo d’appello, mentre il 7 febbraio la Corte d’Appello di Sassari dovrà esaminare la richiesta di estradizione avanzata dal Governo turco. Avni Er, che ha ricevuto la visita del senatore dei verdi Mauro Bulgarelli e la solidarietà di diversi movimenti politici, ha scritto ad Anna Corsi una lettera in cui annuncia di voler iniziare lo sciopero della fame: “Cari compagni, dopo tre mesi di attesa il Procuratore generale ha deciso di richiedere la mia estradizione verso la Turchia. Non accetterò di essere estradato in quel Paese dove certamente sarò sottoposto alla tortura e a trattamenti disumani e degradanti e ad isolamento totale. La Turchia non rispetterà i miei diritti umani e farà scempio delle mie carni. E’ evidente l’ingiustizia di cui sono vittima. Ho deciso di iniziare lo sciopero della fame preferendo morire in Italia piuttosto che essere ucciso sotto tortura come già ottenuto da centinaia di compagni nel mio Paese. Il 28 gennaio 2008 inizierò lo sciopero della fame. Morirò in carcere, però non morirà la mia dignità e non consentirò ai carnefici fascisti in Turchia di aver la soddisfazione di sottopormi a violenze atroci”, conclude Er.

“La lettera che Er ci ha mandato è straziante – dice Anna Corsi -. Gli ho risposto inviandogli il testo dell’articolo 10 della Costituzione che parla di non respingimento nel proprio Paese qualora ci sia una violazione dei diritti umani. Per salvare Er dobbiamo fare appello alla nostra Costituzione e alla Convenzione di Ginevra in cui si dice che se un cittadino di subire violazioni dei diritti umani e trattamenti degradanti, non deve essere estradato”.

Da La Nuova Sardegna del 23.01.2008

domenica 20 gennaio 2008

Comunicato Stampa

Cagliari, Lunedì 17 Dicembre 2007



Basta con le discriminazioni ai danni dei detenuti sardi!

Assieme ad Antonino Loddo, rientrino in Sardegna tutti i detenuti sardi rinchiusi nelle Carceri della Penisola.


A seguito della vicenda di Antonino Loddo, detenuto sardo a Rebibbia, affetto da una grave patologia, incurabile e degenerativa che lo costringe all'immobilità, da cui le sue condizioni sono ulteriormente aggravate per gli effetti devastanti provocati dallo sciopero della fame e della sete effettuato per essere trasferito nel centro clinico del carcere di Buoncammino.

come Associazione 5 Novembre “Per i Diritti Civili” vogliamo denunciare una grave e costante discriminazione anticostituzionale ai danni dei detenuti sardi.

Sono numerosi i detenuti sardi, in esecuzione di pena e in attesa di giudizio, rinchiusi nelle Carceri della Penisola. La detenzione nella Penisola crea pesanti disagi ai reclusi ed ai loro familiari, che per le visite e i colloqui impiegano diversi giorni di viaggio con spese gravanti su situazioni economiche sempre molto difficili, e ripercussioni psicologiche per i limiti ai rapporti affettivi nei riguardi dei familiari, soprattutto bambini e anziani.

Questa situazione aggrava l’aumento delle diseguaglianze dentro il mondo del carcere, nonostante il nostro impianto costituzionale sia incentrato sul principio di eguaglianza e di legalità, crediamo che in assenza di un serio intervento sociale da parte della Regione Autonoma della Sardegna e del Ministero della Giustizia a favore della territorializzazione delle pene, non potremmo mai più parlare di rispetto dei diritti umani.

L’Associazione 5 Novembre “Per i Diritti Civili”

Chiede al Ministero della Giustizia e alla Regione Autonoma della Sardegna :

  • il rispetto della legge sull'ordinamento penitenziario, e la concreta attuazione del protocollo d'intesa tra il Ministro della giustizia e la Regione sul principio di territorializzazione delle pene.
  • Sapere per quali motivi Antonino Loddo non possa essere trasferito nel carcere Buoncammino a Cagliari.
  • Conoscere il numero dei detenuti sardi, in esecuzione di pena o in attesa di giudizio, rinchiusi nelle Carceri della Penisola.

Associazione 5 Novembre “Per i Diritti Civili”

sabato 19 gennaio 2008

carcere della pazzia, della droga e della malattia


La testimonianza di Santino, ex persona detenuta a Cagliari
Rumore. Urla. Depressione e pazzia. Psicofarnaci. Droga. Vino e valium. Bombolette di gas da sniffare. Lamette da barba per tagliarsi. Sporcizia. Puzza. Topi e scarafaggi. Malati mentali. Tossici. Malati fisici. Chi sta sulla sedia a rotelle. Chi c’ha l’epatite o l’aids. Chi c’ha la scabbia, la tubercolosi, la meningite. Ogni tanto, in una cella vedi una cinghia attaccata alle sbarre, e lì appeso uno dei tanti che non ce l’hanno fatta.
E’ questo il carcere Buon Cammino. Il carcere di Cagliari. Io ci sono stato per 2 anni e c’è mancato poco che non impazzivo o che non la facevo finita. Il giorno del mio arresto, mentre salivo il colle Buon Cammino dove sta il carcere, vedevo dai finestrini della macchina stà fortezza antica e tetra. Avevo paura, ma mai avrei pensato di trovarci dentro quella gente. Il carcere di Cagliari non è solo vecchio e sovraffollato. Il Buon Cammino è il carcere della pazzia, della malattia e della droga.
Pochi sono i detenuti sani. Su 355 detenuti, eravamo solo ottanta a non avere problemi fisici o mentali. Difficile chiamare un posto così carcere. Difficile chiamare quella carcerazione, pena.
Dentro è diviso in due bracci. Il destro e il sinistro. Si tratta di due edifici enormi, ma dentro vuoti. Nel senso che ogni piano non è diviso dall’altro dal soffitto, ma da una rete di ferro. Per raggiungere le celle si usano scale e ballatoi sempre di ferro. Così se stai al piano terra vedi la cella del terzo piano. Casermoni grigi e caotici. Il silenzio non esiste nel carcere di Cagliari.
Quando sono arrivato al Buon Cammino mi hanno messo in una cella al piano terra del braccio destro. Una catacomba. Buia, umida e sporca. Dentro due file di letti a castello a tre piani. Totale 6 detenuti. Quella cella era talmente buia che anche di giorno tenevamo la luce accesa. Lo spazio per viverci era pochissimo. Il bagno era uno sgabuzzino, con la tazza alla turca e un lavandino. Stavamo chiusi lì per tutto il giorno.
Ma c’è di più. Dentro quella cella, tetra e fredda, c’erano dei ragazzi malati. Due avevano gravissimi problemi psichici. Proprio da ricovero. Tanto che li imbottivano di psicofarmaci. Un altro era malato di cuore. E se ne stava sempre sdraiato. E poi altri due erano tossicodipendenti. Si prendevano di tutto. Quando non trovavano la droga, sniffavano pasticche di antidolorifici o le bombolette di gas che usavamo per cucinare. Per loro era abitudine bere il vino con il valuim. Un’abitudine e uno sballo a basso costo.
A pensarci ora, mi sembra un miracolo che non sono impazzito anche io, o che non mi sono buttato sulla droga, sulle pasticche o sul vino.
Dopo 7 mesi mi hanno trasferito in una cella del primo piano. Stavo meglio solo perché c’era un po’ più di luce. Ma dentro il panorama umano dei detenuti era lo stesso. Uguale la cella. Uguale le malattie. E’ stato lì che ho capito che il carcere di Cagliari è un lazzaretto, e non un posto dove scontare una pena.
I mesi passavano e mi accorgevo che quelle urla, quello sballo aveva un suo ritmo. Una sua cadenza regolare. Si modulava a seconda della distribuzione di metadone, di vino e di psicofarmaci.
Più casino prima del passaggio dell’infermiere o dello spesino. Meno casino dopo. La sera, passato l’effetto del farmaco o del vino, si ricominciava da capo.
E proprio il vino giocava un ruolo importante.
L’alcol è la droga numero uno e il vino diventa merce di scambio. Ti do le sigarette e tu mi dai il vino. Infatti ogni cella può comprare solo mezzo litro di vino al giorno. E c’è chi lo accumula, per poi scambiarlo. I vecchi galeotti queste cose non le ammettono. Ma molti se ne fregano e lo fanno. Un litro di vino Tavernello equivale a un pacchetto di sigarette. E spesso uno che sta sotto psicofarmaci, e non potrebbe bere, si ubriaca ed è facile immaginare quello che succede. E’ un caos, continuo e terribile.
Io mi rannicchiavo sulla branda, cercando di non impazzire, mentre c’era chi si metteva a strillare. Dal piano di sopra un altro lanciava una bomboletta di gas accesa e la faceva esplodere. In un'altra cella c’era chi si tagliava le braccia e sanguinava come una fontana. Un incubo che si ripeteva tutti i giorni.
Poi per fortuna ho iniziato a lavorare. Facevo lo spesino. Lavorando ho potuto girare tutto il carcere Buon Cammino e così ho visto il girone peggiore dell’inferno del carcere di Cagliari. Il centro clinico. Un manicomio e un posto per morire. Lì ci sono i detenuti malati di mente più gravi, quelli da letto di contenzione. Poveracci. E poi lì ci sono i malati terminali. Quelli destinati a morire. Centro clinico lo chiamano. Ma quella è l’anticamera della morte. E infatti ci muoiono.
Il centro clinico non è altro che un corridoio con le celle.
Passi davanti la cella di un ragazzo che si crede super man e che ti chiede una sigaretta. In un'altra, c’è uno attaccato alle sbarre con la bava alla bocca. Più avanti, la cella di un uomo pelle e ossa che sta per morire. Altri tre passi, e trovi anziani o paralizzati. Gente che non ha un posto dove andare e allora li tengono lì. Stai male quando passi per quel corridoio. Una mattina di qualche mese fa, in una di quelle celle del centro clinico si è impiccato un ragazzo. A noi è sembrato normale.
Non chiamatelo carcere. Il carcere Buon Cammino di Cagliari è altro.
Santino, 48 anni.
Dalle lettere a Radio Carcere

Don Ettore Cannavera, riflessioni da "La Collina"

i Blog di Associazione 5 Novembre, Precarinlinea e Precariola uniti per intervistare Don Ettore Cannavera , fondatore della comunità di accoglienza "La Collina", rivolta a giovani-adulti, di età compresa tra i 18 ed i 25 anni, che vengono affidati dalla Magistratura di Sorveglianza come misura alternativa alla detenzione. Un interessante intervista sui temi della Giustizia, del Carcere, del precariato giovanile e della cultura della Solidarietà e dell'accoglienza.

Il Notiziario Quotidiano sul Carcere

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