martedì 30 dicembre 2008

Cagliari: Pd; interrogazione su bambina di 22 mesi in carcere


Agi, 30 dicembre 2008

Carenza di personale, sovraffollamento, i problemi dei tossicodipendenti e degli stranieri detenuti, oltre all’insufficienza dei programmi rieducativi caratterizzano il carcere di Cagliari, dove stamane la parlamentare del Pd, Amalia Schirru ha compiuto una visita, la terza dal momento della sua elezione e la seconda nell’arco dell’anno.

"Ma la questione che mi lascia in assoluto più sconcertata", ha denunciato la deputata, "è la presenza nel carcere di una bambina di 22 mesi, figlia di un’extracomunitaria arrestata e processata per traffico di droga. Trovo inconcepibile e assurda una situazione di questo tipo. Come già denunciato dalla consigliera regionale Maria Grazia Caligaris, occorre trovare velocemente una struttura alternativa al carcere che ospiti la bambina e al madre che, per giunta, è incinta e partorirà tra pochi mesi".

Schirru preannuncia un’interrogazione urgente dei parlamentari del Pd al ministro della Giustizia Angelino Alfano per chiedergli "coerenza con le dichiarazioni rese su mai più minori in carcere e un impegno a individuare una struttura d’accoglienza".

domenica 28 dicembre 2008

ha due anni, passa Natale in cella a Buoncammino

di Davide Madeddu

L’Unità, 28 dicembre 2008

dalla Redazione di Ristretti.it


Il carcere degli innocenti. Elisa (il nome è di fantasia) ha due anni, ormai conosce tutti i rumori, suoni e ritmi del carcere. Quando il portone sbatte forte si irrigidisce e piange. Elisa sta al carcere Buoncammino di Cagliari da agosto, da quando la mamma è stata arrestata. La mamma non ha un domicilio e non può essere trasferita agli arresti domiciliari. Con lei deve restare anche la piccola che rischia di trascorrere dietro le sbarre buona parte dei primi mille giorni della sua vita. Quelli più importanti per la formazione e la crescita. Elisa non è l’unica bimba a vivere dietro le sbarre. In tutta Italia distribuiti tra le carceri sono più di sessanta i bimbi al di sotto dei tre anni che vivono in carcere con le mamme. Di questi solo 24 sono nella sezione femminile del carcere di Rebibbia a Roma.


"Purtroppo non essendoci strutture alternative questi bimbi sono costretti a vivere questa condizione - spiega Leda Colombini, responsabile dell’associazione A Roma insieme (il sito internet è www.aromainsieme.org) - e si tratta di piccoli che il ricordo del carcere non lo cancelleranno mai". Perché, come spiega la responsabile dell’associazione "i primi mille giorni di vita sono indispensabili per la formazione dell’individuo che deve poter crescere in ambienti aperti, liberi e non di costrizione". Cosa che non capita ai bimbi reclusi, costretti a fare i conti con le celle strette, le sbarre alle finestre, i cancelli che si aprono e chiudono e ancora i ritmi del carcere.


"Gli studi degli esperti parlano di bimbi con problemi nella mobilità, nell’apprendimento e nel riuscire a relazionarsi con gli altri - spiega ancora Leda Colombini che in passato è stata anche parlamentare dei Ds - perché lo stare in carcere limita la capacità di espressione, blocca la fantasia e anche quella gioia di vivere che si ha in una condizione cosiddetta normale". Per cercare di superare questa situazione da 15 anni Leda Colombini e i volontari dell’associazione A Roma Insieme cercano di offrire un minimo di libertà e normalità ai bambini reclusi, attraverso l’iniziativa "Liberi sabato". "L’obiettivo è quello di far si che nessun bimbo stia in carcere - spiega - però è chiaro che, in mancanza di provvedimenti che permettano questo, diventa necessario salvare il salvabile, intervenendo con iniziative adatte".


Tra queste rientra appunto il programma di giochi e intrattenimento oltre le sbarre che le volontarie e i volontari dell’associazione portano avanti ogni sabato mattina. "Portiamo i bimbi a giocare al parco piuttosto che allo zoo - spiega - in piscina piuttosto che al mare o al supermercato o in campagna". Iniziative che sono state compiute anche in occasione delle feste di Natale. "Anche quest’anno abbiamo realizzato la giornata di festa dedicata ai piccoli - aggiunge ancora l’ex parlamentare - e ogni bambino ha ricevuto un dono, un dolce e un indumento realizzato dalle volontarie dell’Auser". Un piccolo gesto di solidarietà che custodisce anche una sorta di sogno impossibile: "speriamo che mai più un bimbo possa rientrare in carcere".

venerdì 19 dicembre 2008

Per la difesa dei diritti e della dignità dei cittadini sardi detenuti




L’Associazione 5 Novembre “per i diritti civili” aderisce alla settima edizione della fiaccolata per i detenuti e per le loro famiglie “Stella di Natale del Buoncammino”, organizzata dal comitato spontaneo di cittadini e associazioni di volontariato. Condividiamo lo spirito della fiaccolata per la fraternità, l’accoglienza e la solidarietà. Pensiamo che il sistema dell’esecuzione penale in Sardegna viva un dramma sintetizzato dalle condizioni immorali e incostituzionali dei cittadini detenuti. II nostro impianto costituzionale è incentrato sul principio di eguaglianza e di legalità, ma le condizioni di vita nei luoghi di pena sardi rappresentano forme di illegale maltrattamento più volte sottolineato dai rapporti degli ispettori europei sulle carceri italiane. Al mondo della politica sarda chiediamo l’applicazione della legge e il rispetto dell’articolo 27 della costituzione.

Per l’applicazione del principio di territorialità della pena.
Sono numerosi i detenuti sardi, in esecuzione di pena o in attesa di giudizio, rinchiusi nelle carceri della penisola. La detenzione lontano dalla Sardegna crea pesanti disagi ai reclusi ed ai loro familiari, che per le visite e i colloqui impiegano diversi giorni di viaggio, con spese gravanti su situazioni economiche sempre molto difficili, e ripercussioni psicologiche per i limiti ai rapporti affettivi nei riguardi soprattutto di bambini e anziani. Chiediamo il rispetto della legge sull'ordinamento penitenziario e la concreta attuazione del protocollo d'intesa tra il Ministro della Giustizia e la Regione sul principio di territorialità delle pene. Il Ministero della Giustizia e la Regione devono rendere noto il numero esatto dei detenuti sardi, in esecuzione di pena o in attesa di giudizio, rinchiusi nelle carceri della penisola.


Per l’applicazione della Riforma Sanitaria, anche a Buoncammino.
Chiediamo l’immediata applicazione della riforma della sanità penitenziaria nella nostra Regione. Vogliamo il definitivo trasferimento delle funzioni di assistenza sanitaria in carcere dall’amministrazione penitenziaria al SSN. Pensiamo che il carcere debba rispettare il principio costituzionale della tutela alla salute, perché il cittadino detenuto non può avere una disparità di trattamento rispetto al cittadino libero.


Per l’istituzione del garante dei detenuti in Sardegna.
Chiediamo l’approvazione di una legge regionale che istituisca il garante regionale per i cittadini privati della libertà personale. Sentiamo la necessità di una figura terza, di garanzia e mediazione tra il carcere e il cittadino detenuto. Vogliamo un Garante che vigili e promuova i diritti delle persone private della libertà, anche di quelle sottoposte a misure alternative alla detenzione.


Basta con bambini in carcere, case-famiglia per le madri.
Nel carcere Buon Cammino di Cagliari è detenuta una bambina di 2 anni. La chiameremo Elisa. Elisa, insieme alla madre, resta chiusa in cella per 20 ore al giorno. Elisa, quando sente chiudere la porta della cella, piange e si dispera. Elisa, quando in carcere incontra qualcuno gli tende la mano per essere portata via da lì. Via dal quel posto vecchio e freddo. Via da quella cella buia, dove anche il sole fatica ad entrare. È da agosto che Elisa è detenuta. La madre di Elisa non ha un domicilio e non può quindi ottenere la misura alternativa per le detenute madri. Così Elisa resta in carcere e rischia di passarci il Natale. (da www.radiocarcere.com). Chiediamo di sostituire il carcere con case-famiglia al di fuori delle mura del penitenziario per le donne che non possono rinviare la pena. Pensiamo sia necessario affermare il diritto delle madri a rimanere accanto ai loro figli.

Associazione 5 Novembre “per i diritti civili”
http://associazione5novembre.blogspot.com/
associazionediritticivili@yahoo.it

mercoledì 17 dicembre 2008

A Cagliari e a Gradisca - Le rivolte degli "ospiti" detenuti


Mercoledì 17 dicembre 2008
da Globalproject.info

La situazione è esplosiva anche e soprattutto per i richiedenti asilo. A gestire le strutture è sempre Connecting People. Sembra ormai trascorso molto tempo da quando l’allora Governo di centro-sinistra guidato dal presidente Prodi aveva giocato la carta dell’umanizzazione dei centri di detenzione. Operazione fallita, questo era logico: la realtà ci racconta di polveriere che ovunque si apprestano ad esplodere e spesso ciò che non è raccontato, è una verità quotidiana di rivolte, tentativi di fuga, insofferenze. Negli ultimi giorni a Gradisca d’Isonzo (Gorizia) e ad Elmas (Cagliari), si sono susseguiti tentativi di fuga a rivolte e manifestazioni di protesta.

Se la realtà di chi è detenuto nelle strutture, o nelle parti dei centri (come a Gradisca), destinate alla Permanenza Temporanea in attesa di espulsione, ora chiamati CIE, è da sempre drammatica, con gli episodi degli ultimi giorni viene a galla una seconda realtà, da sempre denunciata, ma molto spesso dimenticata: quella dei richiedenti asilo. I cosidetti centri di prima accoglienza diventano così delle vere e proprie prigioni. La struttura di Gradisca ha messo a disposizione 250 posti proprio per l’identificazione e "l’accoglienza" dei richiedenti, quella di Elmas è totalmente dedicata agli aspiranti rifugiati. Ad accomunarne le sorti la comune gestione di Connecting People, "impresa socialmente orientata".

I richiedenti asilo, anche grazie alle nuove norme approvate con il Decreto legislativo n. 159 del 3 ottobre 2008, entrato in vigore il 5 novembre scorso, possono essere soggetti alla restrizione della libertà di circolazione. Inoltre, il macchinoso iter per la risoluzione della domanda, fatto di valutazioni, ricorsi e permessi temporanei che si propongono come anti-cametra all’irregolarità, si traduce in tempi di attesa per la risposta che superano ormai abbondantemente i sei mesi, creando situazioni di semi-detenzione, se non di totale di restrizione della libertà, insopportabili.

Ma non è tutto. La Connecting People, a garanzia del "tutto esaurito" (per ogni migrante "ospitato" riceve un lauto compenso), ha saputo mettere in campo un vero e proprio canale preferenziale tra le coste dove avvengono gli sbarchi e le strutture che gestisce. Lampedusa e Gradisca sono al lato opposto della penisola ma Connecting People, ora si è scoperto il motivo della scelta del nome, ha saputo accorciare le distanze con ponti aerei senza precedenti che dalla Sicilia portano i richiedenti asilo a presentare domanda per lo status di rifugiati proprio nel Friuli.

Sulla situazione delle due strutture proponiamo l’intervista a Roberto Loddo (Associazione 5 novembre per i diritti civili di Cagliari) e Cristian Massimo (Associazione Razzismo Stop FVG) e alcuni approfondimenti.

Cpa di Elmas - La denuncia delle associazioni: il centro è una prigione
Intervista a Roberto Loddo, Associazione 5 novembre per i diritti civili
L’inferno di Elmas in Sardegna, il Cpt della rabbia di Costantino Cossu
Protesta rifugiati davanti prefettura Cagliari Fonte: Sardegna Oggi 09.12.08

Cpt di Gradisca - Tra disordini, fughe e speculazione dei gestori
Intervista a Cristian Massimo dell’Associazione Razzismo Stop
Cpt di Gradisca - Una rivolta nel Cie non pacificato Fonte: Meltingpot.org 09.12.08
Accoglienza e detenzione: le due facce del cpt di Gradisca di Gabriele Del Grande
Gradisca. Cpt, la gestione a Connecting people

Cpa di Elmas - La denuncia delle associazioni: il centro è una prigione


Intervista a Roberto Loddo
Associazione 5 novembre per i diritti civili
da Meltingpot.org

La rivolta più grossa era avvenuta nella notte tra il 17 e il 18 settembre scorso. Circa 80 immigrati, di origine algerina, avevano reso inagibile il secondo piano dello stabile distruggendo porte, finestre e tavoli. Il CPA (Centro di prima accoglienza) è stato aperto nel mese di giugno e si trova all’interno della zona militare dell’aeroporto. Una vera e propria prigione dove gli immigrati, soprattutto algerini, che sbarcano sempre più numerosi sulle coste meridionali dell’isola, vengono rinchiusi. "Un centro, quello di Elmas, di cui non si conosce la reale natura organizzativa e funzionale", sottolinea Roberto Loddo dell’Ass.ne 5 novembre per i diritti civili, "le procedure di identificazione dovrebbero durare solamente pochi giorni e non dovrebbero essere effettuate all’interno di questi centri perché non esiste una garanzia esterna di verifica e di controllo che potrebbero svolgere le ONG".

E’ del 16 novembre la notizia di un’altra rivolta ad Elmas. Questa volta 40 immigrati, ancora algerini, hanno distrutto alcuni locali e si sono scontrati con gli agenti addetti alla sicurezza. Il gruppo è stato imbarcato su un volo charter e trasferito nel Cpt di Catanzaro. In carcere con l’accusa di resistenza aggravata, lesioni a pubblico ufficiale e danneggiamento aggravato, è finito invece è finito Reda Zaid, 33 anni, che è stato bloccato mentre cercava di scavalcare la recinzione. Nel centro intanto gli altri immigrati lanciavano oggetti e cercavano di calarsi dalle finestre utlizzando coperte e lenzuola. Il 10 dicembre all’alba l’aeroporto di Cagliari era rimasto chiuso per un’ora per le ricerche di un immigrato fuggito dal centro. La fuga era avvenuta durante una protesta di massa di una quarantina di "detenuti". Ennesima rivolta questa nelle strutture detentive, spesso mascherate da centri di accoglienza non pacificati e non pacificabili.

D: Sulla situazione nel Cpa di Elmas abbiamo intervistato Roberto Loddo dell’Associazione 5 novembre per i diritti civili.

R: Innanzitutto tengo a precisare che il Centro di prima Accoglienza è stato inaugurato in modo poco trasparente. Il centro dovrebbe essere funzionale al soccorso e all’accoglienza ma solo per un periodo di tempo limitato e cioè solo per il tempo necessario all’identificazione dei migranti sbarcati (come sancito dalla legge che prevede il successivo traferimento in centri di accoglienza per richiedenti asilo o in centri di identificazione e di espulsione). Ad oggi, però, non si conosce la reale natura organizzativa e funzionale di questo centro nonostante un’interpellanza sia stata presentata anche in Consiglio regionale.

R: Questo centro di prima accoglienza è un centro così particolare che le condizioni precarie sono state denunciate anche dai sindacati della polizia che hanno parlato di costanti violazioni sulle norme della sicurezza; queste denunce sono state fatte a seguito di 4 casi di tubercolosi che a nostro avviso hanno aperto la strada a un rischioso pericolo di di malattie infettive e a una rivolta degli stessi migranti. A parte un sit-in organizzato il 10 dicembre dai movimenti antirazzisti e dal movimento studentesco, finora non c’è stata un’organizzazione non governativa ufficiale che abbia denunciato questa assenza di legalità.

D: Quindi un centro che è nato come CPA ma che in teoria è un vero e proprio centro di detenzione?

R: Sì è un vero e proprio centro di detenzione.

D: Voi come associazione avete avuto la possibilità di entrare in contatto con i migranti che vi sono rinchiusi, siete riusciti a raccogliere qualche testimonianza?

R: No, in nessun modo siamo riusciti a raccogliere testimonianze da parte dei richiedenti rinchiusi all’interno, non è ci è stata data la possibilità: un consigliere regionale ha presentato interpellanza per poter accedere all’interno del centro ma ora stiamo valutando anche se possa essere possibile l’arrivo di un Parlamentare o di un euro-parlamentare per una visita ispettiva. Su questo bisogna fare una premessa: c’è già stata una visita ispettiva da parte del gruppo dei parlamentari sardi del Partito Democratico ma questa visita ha portato a una relazione che di fatto promosso la funzionalità della struttura.

D: Frutto anche delle scelte di continuità del precedente governo. Volevo chiedere anche se avevate avuto modo di capire qual è il flusso di migranti verso la Sardegna?

R: Dall’ultimo sit-in che è stato fatto di fronte alla Prefettura il 10 dicembre 2008 (sit-in che ha avuto come risposta della Prefettura una carica da parte della polizia nei confronti dei militanti antirazzisti e cittadini immigrati che protestavano per il permesso di soggiorno) si è cominciato ad avere contatti con cittadini detenuti però noi non abbiamo ancora dati o statistiche sulle etnie rinchiuse dentro il centro.

D: Voi come intendete proseguire l’attività di denuncia di quanto succede dentro il centro?

R: Noi vorremo creare una mobilitazione più profonda e più ampia con i movimenti e le realtà antirazziste e sensibili alla tutela e alla difesa dei diritti umani. Volevo anche rispondere a una considerazione che facevi prima sul governo di centro sinistra: al di là dei governi, in Italia, c’è una cultura razzista e xenofoba che fa leva sui sentimenti più barbari e incivili del cittadino medio italiano: indistintamente dal colore politico dei governi, sono stati attuati dei provvedimenti punitivi nei confronti dei fenomeni migratori, e questi provvedimenti sono partiti anche dal centro sinistra come per esempio il pacchetto sicurezza emesso dal governo Prodi dopo l’omicidio Reggiani, provvedimento razzista fuori anche dalle elementari norme in materia di diritti umani dell’Unione Europea.

D: Ce ne ricordiamo perfettamente. Questo diede origine anche a una serie di proteste che hanno riguardato anche una composizione prettamente femminile stando dentro un ragionamento che parte dal dire: non siamo noi che vogliamo questo tipo di sicurezza, non vogliamo sicurezza che si basi sulla violazione e la negazione dei diritti umani...

R: Questo è per altro anche un percorso illogico e poco razionale: se infatti facciamo un’analisi laica dei dati degli ultimi vent’anni, tratti dai dossier statistici della Caritas, emerge come, ad esempio, se si parla di espulsioni, come questo provvedimento non ha senso perché ogni anno meno di un quarto dei migranti irregolari presenti in Italia è sottoposto a tale provvedimento e di questi ne vengono allontanati circa il 15%: in pratica si cerca di svuotare l’oceano con un cucchiaino, emerge quindi come l’espulsione sia uno strumento esageratamente rigido, costoso e inapplicabile nella realtà sociale italiana. Per non parlare dei costi legati ai CPT: costano 30 milioni di euro all’anno, che, sommati ai 30 milioni della gestione e ad altri 30 milioni della sorveglianza esterna (che dipende dal ministero dell’Interno), arrivano a costare 90 milioni di euro l’anno. Il governo italiano spende, nel tentativo di contrastare l’immigrazione fuori dai flussi, ben 80% delle risorse pubbliche destinate alle politiche migratorie: questo è certo un dato che dovrebbe destare quanto meno preoccupazione e indignazione, perché comunque esistono delle proposte concrete di accoglienza per i migranti, proposte fatte anche a livello di Parlamento europeo dal gruppo della sinistra verde, proposte che in maniera molto laica ripensano interamente la politica europea sull’immigrazione patendo dal rispetto della dignità dei migranti.

R: Le procedure di identificazione dovrebbero durare solamente pochi giorni e non dovrebbero essere effettuate all’interno di questi centri perché non esiste una garanzia esterna di verifica e di controllo (ad esempio si veda la recente vicenda di Medici senza Frontiere a cui non è stato rinnovato il permesso di controllo e di verifica in alcuni centri di permanenza), non esiste quindi una situazione di trasparenza e di controllo da parte delle organizzazioni non governative, e non possiamo ritenere la Croce Rossa un interlocutore che possa garantirlo. Inoltre parlare di apertura nuovi canali per l’immigrazione legale in Italia diventa difficile per ogni formazione politica in quanto si rischierebbe l’impopolarità: questo fa si che ci si trovi lontani anni luce da una concezione politica laica lontana dagli imbarbarimenti incivili che fanno leva sui sentimenti più profondi dei cittadini italiani. Dovrebbe essere nell’interesse dei migranti essere identificati dalle autorità se esistesse la possibilità poi di istituire un permesso di soggiorno e di lavoro; non dico certo che questa sia la soluzione definitiva al fenomeno migratorio in Italia ma come Associazione 5 novembre per i diritti civili riteniamo che possa essere un primo passo in avanti.

lunedì 15 dicembre 2008

L’inferno di Elmas in Sardegna, il Cpt della rabbia

di Costantino Cossu
Il Manifesto 11 dicembre 2008

Lo chiamano centro di accoglienza, ma è peggio di una prigione. Chiuso nella zona militare dell’aeroporto, circondato da filo spinato e militari armati, il centro è sovraffollato. All’interno sbarre e il rischio costante di rivolte

Si chiama Ilyes Fanit.
Poco meno di tre mesi fa, la mattina del 25 settembre, è stato messo su aereo che lo ha riportato a casa, in Algeria. Il giorno prima, il 24, davanti a una macchinetta automatica del caffé del centro di prima accoglienza di Elmas, aveva preso a spintoni un poliziotto, dato testate contro la porta dell’infermeria e poi dell’ufficio della polizia scientifica. Le due porte sono state quasi sfondate, Ilyes s’è fatto parecchi lividi. In questura, in cella in attesa del rito direttissimo, ha trovato il modo di ferirsi all’addome. Ha 21 anni, Ilyes, ed è stato condannato a 6 mesi di reclusione con la sospensione condizionale della pena.

Reati contestati: resistenza e violenza a pubblico ufficiale e danneggiamento aggravato. Nella notte tra mercoledì 17 e giovedì 18 settembre c’era anche lui tra gli ottantasette algerini che hanno distrutto mensa, telecamere, porte e uffici del centro in una rivolta improvvisa e violenta. Secondo la questura di Cagliari, la scintilla è scoppiata dopo un battibecco con gli ospiti somali del Cpa: loro liberi di entrare e uscire perché hanno chiesto asilo politico. Clandestini irregolari in attesa di trasferimento nei centri della penisola e «asilanti» s’incontrano solo alla mensa e sempre sotto l’occhio del personale di sorveglianza. La notte della rivolta alcuni somali erano rientrati più tardi e avevano trovato gli algerini in mensa (dopo il tramonto per via del digiuno religioso).


Gli ultimi due piani del centro sono stati devastati. Sono volate le porte, le finestre, sono stati divelti i sanitari, distrutte le telecamere del controllo a circuito chiuso. Gli scontri sono durati sino all’alba e nessun osservatore esterno ha potuto verificare come siano andate realmente le cose. Pochi giorni dopo, Ilyes non ha litigato con i somali. Si è infuriato quando un poliziotto, vedendolo al centro della sala, gli ha detto di andare nella parte riservata ai clandestini irregolari. Ma le cause vere della rivolta sono altre. Il Cpa è sovraffollato e viverci è un inferno.

Il centro di Elmas è stato aperto nel giugno di quest’anno. Serve principalmente a raccogliere i migranti che sempre più numerosi approdano su barche di fortuna sulle coste meridionali della Sardegna. Arrivano soprattutto dall’Algeria. Nel 2007 ne sono sbarcati circa 1800. Per quest’anno non ci sono ancora cifre definitive, ma pare che gli arrivi siano più o meno duemila. La gestione del Cpa è stata affidata a Connecting People tramite il Consorzio Solidarietà di Cagliari, che deve garantire i pasti, le pulizie, l’assistenza sanitaria, la presenza di mediatori culturali. Per la sorveglianza sono impiegati venti poliziotti e altrettanti carabinieri. Dopo la rivolta sono arrivati anche i fanti della Brigata Sassari, truppe scelte già impiegate in Iraq e in Afghanistan.
Le condizioni di vita di chi sta dentro il centro non sono molto diverse da quelle di un carcere. In più molti dei reclusi sono in attesa di capire se avranno diritto all’asilo politico o se saranno costretti al rimpatrio. «Il problema vero - dicono i militanti del Comitato antirazzista nato a Cagliati per difendere i diritti civili dei migranti - è l’aumento dei tempi di permanenza nei centri di identificazione, dovuto alla nuova normativa per gli rifugiato o di protezione umanitaria. Non sapevano dove andare. Pochi quelli che parlavano l’inglese o l’italiano e nessuno conosceva la Sardegna. Sinora solo una comunità francescana ha offerto venti posti letto, largamente insufficienti per il bisogno che cresce».

«Sono - aggiunge Petra - cittadini somali che fuggono da una situazione di guerra di fatto, che vede gran parte del territorio controllata dalle corti islamiche. Oppure eritrei oppositori di un regime che ha assunto i tratti di una dittatura sanguinaria. Tra di loro diversi intellettuali: scrittori, giornalisti, poeti». Gente che non è sbarcata direttamente sulle coste della Sardegna. Per fuggire hanno affrontato un viaggio agghiacciante. A piedi attraverso il deserto del Sudan settentrionale per raggiungere la Libia, la lotta disperata contro la fame, la sete e la fatica, i compagni di viaggio che non ce l’hanno fatta abbandonati, cadaveri, sulla sabbia. Dopo un un periodo non facile trascorso in Libia, in un campo profughi, la traversata via mare su barche scassate sino a Lampedusa. Qui, prima schedati come clandestini e poi smistati ad Elmas, in attesa che la domanda di asilo fosse esaminata. Quando la questura di Cagliari ha aperto i cancelli del centro ai cronisti per fare un po’ di pubbliche relazioni, i fuggiaschi hanno raccontato le loro storie. Alcuni hanno pagato mille e cinquecento dollari per attraversare il deserto e raggiungere Lampedusa, viaggiando per quasi cinque mesi e lasciando la famiglia in patria, con la speranza di trovare in Italia scampo alle persecuzioni e un lavoro. Altri hanno speso duecento dollari per un passaggio in auto dalla Somalia alla Libia, per poi affrontare la traversata fino a Lampedusa con altre centinaia in fuga dalla guerra o dalla povertà.

Tutti, davanti ai taccuini dei giornalisti, hanno parlato dell’Italia come di un Paese di pace, accogliente, dove realizzare il sogno di studiare, lavorare, vivere liberi e sicuri. Erano le prime settimane di permanenza nel centro. Poi le cose sono cambiate. Oggi il futuro fa solo paura.

venerdì 12 dicembre 2008

Alghero: tanti detenuti e pochi agenti, la situazione è esplosiva


La Nuova Sardegna, 12 dicembre 2008


Cresce la protesta nel carcere di Alghero. A sottolineare le difficoltà e i rischi attuali nella Casa Circondariale, sono le organizzazioni sindacali che, ancora una volta, denunciano che "Ministero e Provveditorato, anziché rafforzare la polizia penitenziaria, continuano a inviare detenuti rendendo la situazione al limite della sopportazione". A lanciare l’allarme è il Sindacato autonomo di polizia penitenziaria insieme alla Uil Penitenziaria.


Il segretario locale del Sappe, Mauro Chessa, e quello della Uil, Sandro Ortu, evidenziano la "crisi" che sta attraversando il carcere modello del San Michele di Alghero. "Detenuti di tutte le nazionalità e pericolosità - spiegano i rappresentanti sindacali - in un istituto dove prima c’erano detenuti modello (così come lo stesso carcere era un modello). Detenuti che frequentavano scuole, corsi di informatica, sartoria, mosaico e quant’altro, e che ora si trovano in una condizione di difficoltà, e il lavoro della polizia penitenziaria raddoppia, perché con questa tipologia di detenuti tutto diventa più complesso".


I due rappresentanti sindacali poi denunciano la situazione di tensione dentro il carcere algherese, con detenuti di "varie posizioni giuridiche che all’interno delle sezioni non fanno altro che litigare tra di loro, commettendo furti nelle celle, lanciando oggetti contro gli agenti e compiendo atti di autolesionismo". La scorsa settimana un carcerato ha tentato di impiccarsi in cella. "A salvarlo è stato un agente - affermano i rappresentanti sindacali - che, tra l’altro, aveva due distinte sezioni da controllare.


Questa situazione di caos totale esiste oramai da tempo - sostengono Chessa e Ortu - e fa salire la popolazione detenuta al massimo della tollerabilità, superando anche il superando anche il limite. La tollerabilità massima del carcere modello è di 207, e ad Alghero è stata già raggiunta di 210, a fronte di 82 unità (tra sottufficiali e agenti) di polizia penitenziaria che si occupano non solo di traduzioni e piantonamenti: ad Alghero non esiste alcun nucleo traduzioni, anzi come detto dal Prap il piccolissimo nucleo, composto da un coordinatore e un vice, si doveva occupare solo delle visite mediche: ogni giorno tre o quattro. Per accompagnare un detenuto in ospedale occorrono almeno quattro unità di Polizia.


"Per poter attingere personale di polizia che potesse accompagnare i detenuti in ospedale, il comandante di reparto è stato costretto a chiudere le attività trattamentali, fiore all’occhiello del Provveditorato regionale, lo stesso che la settimana scorsa ha ordinato al Comandante di riaprire immediatamente le attività e la falegnameria, inviando un sostituto commissario un ispettore e un sovrintendente capo in missione". I rappresentanti sindacali lanciano accuse pesanti, evidenziano anche che la falegnameria del carcere di Alghero "sta effettuando dei lavori per la casa di lavoro di Mamone Lodè: anche con quelle unità (due o tre) non si riesce a coprire i reparti detentivi ormai diventati 7.


Ad Alghero noi servono agenti per poter lavorare all’interno". La polizia penitenziaria sollecita delle risposte immediate e un incontro urgente con il capo del Dipartimento. "Saremo l’unico Istituto in Italia a non poter fruire di ferie natalizie per stare con le nostre famiglie. Tutti i poliziotti del carcere di Alghero, stanchi delle prese in giro - concludono i sindacalisti - protesteranno per il momento nella casa di reclusione, manifestando ad alta voce lo stato di agitazione".

mercoledì 3 dicembre 2008

L’ergastolo è una pena inumana, è tempo di abolirla


di Giovanni Russo Spena e Gennaro Santoro

(Rifondazione Comunista)
Liberazione, 3 dicembre 2008


L’ergastolo è una pena inumana, che toglie all’uomo la speranza, che confligge in modo inconciliabile con il principio costituzionale della umanità e della finalità rieducativa della pena. L’ergastolo è una pena premoderna che addirittura il codice penale francese del 1791, che pur prevedeva la pena di morte, lo aveva abolito. Del resto, anche autorevoli personalità della nostra storia repubblicana, da Togliatti a Moro, da Ingrao a Dossetti, si sono espressi a favore dell’abolizione del fine pena: mai, perché tale pena contrasta con il principio "personalista" della nostra carta costituzionale, secondo il quale la persona è il fine ultimo del nostro ordinamento e la dignità umana non può essere calpestata: mai.


Per queste ragioni anche quest’anno Rifondazione sostiene attivamente la campagna Mai dire mai, indetta dagli ergastolani di tutta Italia per chiedere l’abolizione della pena perpetua e dei circuiti penitenziari di massima sicurezza. Una campagna iniziata con la presentazione di circa 750 ricorsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo e che oggi prosegue con uno sciopero della fame degli ergastolani e che continuerà fino a marzo 2009 con uno sciopero a staffetta su base regionale che coinvolgerà anche cittadini liberi solidali con la mobilitazione. Una campagna che ha già dato vita ad una prima pubblicazione "Mai dire mai. Il risveglio dei dannati", nella quale gli stessi ergastolani raccontano e valutano la prima parte della loro lotta.


Oggi sono circa 1.500 gli ergastolani in Italia, reclusi in una cinquantina di istituti differenti. Circa 25 sono donne, quasi tutte concentrate in sezioni di massima sicurezza. Solo una metà degli ergastolani reclusi nelle nostre carceri, secondo i dati di Liberarsi, ha accesso a qualche misura alternativa alla detenzione. Dunque i dati smentiscono il mito secondo il quale l’ergastolo in concreto non esiste. Basta accedere al sito "www.informacarcere.it" per scoprire che esistono ergastolani che patiscono la loro pena da più di 40 anni. Rifondazione ha da sempre sostenuto l’abolizione dell’ergastolo sia con la presentazione di disegni di legge sia con la promozione di pubblici eventi di sensibilizzazione. L’anno scorso lanciammo una lettera aperta al mondo dello spettacolo che raccolse decine e decine di adesioni, da Mario Monicelli ad Ascanio Celestini, dal compianto Sandro Curzi a Erri De Luca.


Eppure, l’Italia continua ad essere uno dei pochi paesi in Europa dove continua ad esistere, in concreto, la pena dell’ergastolo. Così come non esiste ancora un Garante nazionale delle persone private della libertà personale e, per altro verso, non esiste ancora un reato di tortura. Tre tristi primati di quella che una volta era considerata culla del diritto e oggi sta diventando sempre più baratro dei diritti umani. La nostra solidarietà agli ergastolani che, come ha ricordato l’Associazione Antigone, hanno dimostrato di credere nei diritti dell’uomo e nella giurisdizione, al punto di servirsene, ben più di quanto non facciano molti funzionari dello Stato.

lunedì 1 dicembre 2008

"ergastolani in lotta per la vita" iniziano sciopero fame


Ristretti Orizzonti, 1 dicembre 2008


Per la prima volta nella storia, 750 ergastolani, molti condannati per mafia, hanno tutti insieme inviato un ricorso alla Corte europea per l’abolizione dell’ergastolo e il primo dicembre 2008 iniziano uno sciopero della fame a staffetta. Molti ergastolani, avvocati e professori di diritto sono convinti che la questione dell’ergastolo ostativo ai benefici va ormai affrontata su scala europea.

Non è mai successo che un numero così alto di detenuti mettesse in piede una lotta così complessa e che 750 ergastolani si siano uniti pacificamente per esprimere una richiesta comune, tanto più che la protesta proviene da un area tanto marginalizzata della detenzione quale quella dell’ergastolo.

Per saperne di più leggete "Mai Dire Mai - Il risveglio dei dannati -". L’ordine di acquisto di questo libro scritto dagli ergastolani stessi - 10 euro - si esegue tramite versamento sul c.c.p. numero 10019511 intestato ad Associazione Liberarsi onlus. Per maggiori informazioni su di noi, sulla realtà dell’ergastolo e sulla lotta che attueremo dal primo di dicembre, potete visitare il sito internet www.informacarcere.it, sezione "Mai Dire Mai"; o potete scrivere una mail all’Associazione Liberarsi: assliberarsi@tiscali.it, o contattare il comitato femminile "Mai Dire Mai" all’indirizzo clareholme@yahoo.it.

Don Ettore Cannavera, riflessioni da "La Collina"

L'Associazione 5 Novembre, ha intervistato Don Ettore Cannavera, fondatore della comunità di accoglienza "La Collina", rivolta a giovani-adulti, di età compresa tra i 18 ed i 25 anni, che vengono affidati dalla Magistratura di Sorveglianza come misura alternativa alla detenzione. Un interessante intervista sui temi della Giustizia, del Carcere, del precariato giovanile e della cultura della Solidarietà e dell'accoglienza.